The Border Trilogy

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Publisher: Pan Macmillan

4.3
(523)

Language: English | Number of Pages: 1056 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , German

Isbn-10: 0330334611 | Isbn-13: 9780330334617 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , Audio Cassette , Audio CD

Category: Fiction & Literature , History , Travel

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Book Description
Cormac McCarthy's award-winning, bestselling trio of novels chronicles the coming-of-age of two young men in the south west of America. John Grady Cole and Billy Parham, two cowboys of the old school, are poised on the edge of a world about to change forever. Their journeys across the border into Mexico, each an adventure fraught with fear and pain, mark a passage into adulthood, and eventual salvation. In All the Pretty Horses, young John Grady Cole, dispossessed by the sale of his family's Texas ranch, heads across the border in search of the cowboy life, where he finds a job breaking horses, and a dangerously ill-fated romance. In The Crossing, sixteen-year-old Billy Parham captures a wolf that has been marauding his family's ranch and, instead of killing it, decides to take it on a perilous journey home to the mountains of Mexico. These two drifters come together years later in Cities of the Plain, a magnificent tale of friendship and passion. In the vanishing world of the Old West, blood and violence are conditions of life. Beautiful and brutal, filled with sorrow and humour, The Border Trilogy is both an epic love story and a fierce elegy for the American frontier.
McCarthy makes the sweeping plains a miracle' Scotsman
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  • 4

    Maledizioni primordiali. Il veleno del mondo è tutto lì, nascosto nel paesaggio. Storie di polvere di zoccoli e silenzio. Ti arriva il dolore nella schiena, il dolore dei cavalli. Eppure l'ultima luce ...continue

    Maledizioni primordiali. Il veleno del mondo è tutto lì, nascosto nel paesaggio. Storie di polvere di zoccoli e silenzio. Ti arriva il dolore nella schiena, il dolore dei cavalli. Eppure l'ultima luce del tramonto, laggiù in fondo. Eppure la sensazione che non tutto era da perdere. Eppure l'insondabile mistero del Messico.
    Non è letteratura, è molto di più.
    E' un pezzo di te che rimane altrove. Un pezzo di te perso per sempre.

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  • 5

    I titoli CAVALLI SELVAGGI, OLTRE IL CONFINE e CITTA' DI PIANURA compongono la c.d. “border trilogy” dello scrittore statunitense Cormac McCarthy.
    Si tratta indubbiamente di tre “bildungsroman” (romanz ...continue

    I titoli CAVALLI SELVAGGI, OLTRE IL CONFINE e CITTA' DI PIANURA compongono la c.d. “border trilogy” dello scrittore statunitense Cormac McCarthy.
    Si tratta indubbiamente di tre “bildungsroman” (romanzi di formazione), nei quali i due protagnonisti, i vaqueros John Grady Cole e Billy Parham, maturano e scelgono il proprio destino.
    Maturazione e scelta cui è perfettamente adeguata la “location” dei tre romanzi: nei pressi del confine messicano, che McCarthy considera una sorta di limite. Oltrepassarlo, significa addentrarsi in una terra bella e pericolosa, solenne e violenta, verde ed arida, nella quale le esperienze, le avvenutre, gli incontri e gli imprevisti si moltiplicano a dismisura, rispondendo a regole scaturite da consuetudini antiche, ma vincolanti anche per gli stranieri.
    Sottolineata più volte è l'opposizione tra il buon tempo andato ed il presente: se il primo è riuscito a conquistasie delle solide certezze sull'umana esistenza, il secondo è il regno del caos, della provvisorietà, di uomini che perdono continuamente il giusto equilibrio e la corretta direzione.
    La lingua, asciutta, essenziale, immediata, pragmatica, sarebbe piaciuta a Hemingway.
    Bel libro, forse un capolavoro.

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  • 0

    Il più grande scrittore vivente, prima o poi se ne accorgeranno anche quelli del Nobel, ammesso che smettano di considerare il premio come una forma di risarcimento politico. La grandezza di McCarthy ...continue

    Il più grande scrittore vivente, prima o poi se ne accorgeranno anche quelli del Nobel, ammesso che smettano di considerare il premio come una forma di risarcimento politico. La grandezza di McCarthy sta nella capacità di fare del paesaggio un corrispondente dell'animo dei personaggi, il luogo di un'epica malinconica e dolente, segnata da eventi che portano in sé, sin dal principio, i germi della propria disfatta. O, per dirla con le parole dello scrittore (in "Città della pianura"), nei suoi romanzi si trova "sopra ogni cosa una profonda, profondissima consapevolezza del fatto che bellezza e perdita sono tutt'uno". "Cavalli selvaggi" è il più surreale dei tre, "Oltre il confine" il più lirico, "Città della pianura" il più crepuscolare, oltre che il mio preferito. Il quarto capitolo, sul duello al coltello fra il protagonista e il protettore della ragazza di cui è innamorato, è grande letteratura allo stato puro.

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  • 5

    inutile fare progetti di vita, andrà diversamente

    amicizia, fratellanza, amore, rispetto, pietas, tenacia nel perseguire i propri obiettivi, che si tratti di addestrare un cavallo, di salvare un amico o una lupa. Forse il "salvare", un altro, ma anc ...continue

    amicizia, fratellanza, amore, rispetto, pietas, tenacia nel perseguire i propri obiettivi, che si tratti di addestrare un cavallo, di salvare un amico o una lupa. Forse il "salvare", un altro, ma anche se stessi. è il tema che più mi ha toccato. Poche parole, sentimenti essenziali. Ognuno dei tre romanzi ha in dosi diverse questi elementi, oltre all'ambientazione nell'area tra Texas e Messico negli anni fra '40 e '50. Ho molto sofferto nel leggere la passione sconfinata e allo stesso tempo concreta del diciannovenne John Grady per la piccola Magdalena. Mi pare che per Mc Carty i confini non contino.: né fra terre, né fra uomini, ci si comprende senza parlare la stessa lingua, le separazioni sono altre.
    L'unico difetto della trilogia è che le oltre 1000 pagine pesano quasi un chilo, mi ha quasi slogato un braccio.
    Mi accorgo dalla scheda qua sopra che c'è un contributo di Baricco ( un articolo uscito su Repubblica nel 1999) e lo leggo alla fine. Mi stupisce che Baricco parli della "tecnica " di scrittura di Mc Carthy usando termini come : -furba, sofisticata, trucchi inediti, musica che suona una sola canzone e sempre quella- quasi a diminuirne il valore.

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  • 3

    Trilogia della frontiera

    Il mio voto -apparentemente basso ed in controtendenza rispetto all'altissima media anobiana- è una media tra i voti dei tre volumi (Cavalli selvaggi ***, Oltre il confine ****, Città della pianura ** ...continue

    Il mio voto -apparentemente basso ed in controtendenza rispetto all'altissima media anobiana- è una media tra i voti dei tre volumi (Cavalli selvaggi ***, Oltre il confine ****, Città della pianura **), letti uno di seguito all'altro per tentare di individuare il filo conduttore della trilogia.

    McCarthy chiede al lettore uno sforzo non indifferente nel momento in cui si comprende che il suo west non è quello avventuroso e romantico dei film di John Wayne, bensì è un west di frontiera in tutti i sensi. Frontiera è quella che separa gli USA dal Messico, frontiera è l'età che vivono tutti i protagonisti passando dall'adolescenza all'età adulta, frontiera è quella che separa il bene dal male, frontiera è quella temporale in un "tardo" west che non vive più l'epoca della scoperta, ma intravede la sua fine con i pickup che affiancano i cavalli e le guerre mondiali che costituiscono il passato recente di tutte le vicende.
    Il west atipico di McCarthy è il regno dei vaqueros più che dei pistoleri: le pallottole sono centellinate, mentre abbondano i pasti di fagioli e tortillas consumati all'aria aperta. E' un mondo che sente l'eco della modernità in arrivo eppure la rinnega rifugiandosi negli echi di un passato glorioso: la ricerca di alcuni cavalli scomparsi, di un fratello, di un amico, il rapporto con una lupa ferita (strabilianti gli echi di Jack London!), l'amore impossibile con una prostituta, sono tutti espedienti per aggrapparsi ad un epoca al lumicino. I protagonisti, che per età anagrafica oggi definiremmo poco più che adolescenti, parlano e agiscono come adulti: questo richiedeva la vita di allora e forse oggi il confronto fa sorridere.

    McCarthy dipinge uno stile di vita, o meglio dipinge LA vita di questi giovani uomini. E la vita non può essere fatta solo di gesta epiche, grandi amori e terribili vendette come nei film: la vita è fatta anche di lavoro, di sofferenza, di noia, di incontri più o meno significativi (in questo senso alcune pagine di Oltre il confine sono memorabili). E, come accade nella vita, gli eventi non si possono legare tra loro (in una trilogia, ad esempio) se non con una costruzione mentale. Quindi leggete questi romanzi di McCarthy, ma fatelo separatamente e a distanza di tempo e senza cercare un senso univoco che unisca queste tre belle storie.

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  • 0

    Finora ho letto solo "Cavalli selvaggi" e mi è piaciuto moltissimo e con calma affronterò pure gli altri due. Mi auguro siano all'altezza del primo. Sono fiduciosa.

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  • 5

    Parafrasando un famoso titolo di McCarthy, questi non sono libri per persone impazienti. Tre storie indipendenti, di cui la terza è l’ideale proseguimento delle prime due, ma potrebbe anche essere let ...continue

    Parafrasando un famoso titolo di McCarthy, questi non sono libri per persone impazienti. Tre storie indipendenti, di cui la terza è l’ideale proseguimento delle prime due, ma potrebbe anche essere letta da sola. Allora perché metterle insieme in un volume da oltre 1000 pagine? Perché per leggere queste storie serve un passo, un ritmo; e quando lo hai acquisito difficilmente te ne vuoi separare. Tre storie fatte di freddo, polvere, sangue, cavalli, alcool, notti all’aperto, dialoghi minimi e dialoghi sul senso del mondo, dove per pagine e pagine accadono fatti minimi, ma tutto ciò che accade è esattamente funzionale alla tragedia che puntualmente si compirà. Tragedie annunciate, epiloghi dichiarati, personaggi che non si sottraggono ad un destino cattivo, anzi lo cercano, convinti di fare la cosa più giusta. Una scrittura magistrale, che non si preoccupa di rendere la vita facile al lettore ma di lo getta letteralmente nel mezzo della storia. Nessuno ci spiega chi sono i personaggi, dove siamo, cosa è accaduto ieri, gli antefatti e le premesse. Noi siamo dentro, e osserviamo ciò che accade, ascoltiamo le parole, conosciamo i protagonisti per come agiscono e per ciò che dicono. Ci vuole pazienza per leggere questo libro, ma il premio per chi resiste è una cavalcata di libertà, un’immersione in un flusso narrativo maestoso, un assoluto appagamento dei sensi e della mente.

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    Non è vero che tutte le storie nascono da una domanda.
    Sì che è vero. Là dove ogni cosa è nota, non si dà narrazione.

    Gli uomini parlano di destino cieco, di qualcosa che agisce senza schemi o fini. M ...continue

    Non è vero che tutte le storie nascono da una domanda.
    Sì che è vero. Là dove ogni cosa è nota, non si dà narrazione.

    Gli uomini parlano di destino cieco, di qualcosa che agisce senza schemi o fini. Ma che sorta di destino è mai questo? Ogni atto compiuto in questo mondo è irreversibile, ed è preceduto da un altro, e da un altro ancora. Tutti insieme formano una rete immensa nello spazio e nel tempo. Gli uomini immaginano di poter scegliere fra le possibilità che vedono davanti a sé. Ma noi siamo liberi di agire solo in base a ciò che ci è stato dato.

    La Frontiera fluida. Nella costruzione di un’epica americana – prima esisteva solo quella del Sud di Faulkner – McCarthy sceglie la vera Frontiera.
    Non il Far West di maniera, più famoso per l’immagine da romanzo o da film che per la vera storia, la frontiera mobile dei giovani Stati Uniti. Ma la Frontiera vera, quella tra Stati Uniti e Messico.
    Sceglie un’epoca spiazzante, non la fine dell’Ottocento con i pistoleri e i Pat Garrett e i Billy The Kid e i Buffalo Bill. Con McCarthy siamo attorno al 1950. Ci sono i cowboy a cavallo e le automobili. Ci sono gli echi della seconda guerra mondiale e i vecchi che ricordano le rivoluzioni messicane.

    La Frontiera fluida. Quando tra Stati Uniti e Messico il confine c’era, le tensioni pure. Ma non c’erano né i muri né la Migra.
    Non c’erano trafficanti di uomini o di droga. Juarez non era ancora la città degli orrori, la città più pericolosa del mondo, delle esecuzioni di massa e dei cadaveri appesi ai ponti. Sonora era solo il nome di una regione montuosa e non una priorità nell’agenda della DEA.
    Su quella linea sottile essere statunitensi e messicani era una sfumatura più che una distinzione. Si poteva stare di qua o di là della Frontiera indifferentemente, senza troppi problemi – a condizione, al solito,di non creare problemi. Perché per un giovane americano una prigione messicana non era esattamente come un carcere di casa.
    La lingua franca era una necessità, mescolare lo spagnolo e l’inglese, passare automaticamente da uno all’altro, ben prima della nascita dello spanglish.

    La Frontiera fluida. La scrittura fluida di McCarthy. Nell’alternarsi, senza nessun avvertimento preventivo, delle due lingue.
    In quel modo di McCarthy di non indicare i discorsi diretti, perché le parole dei personaggi siano un tutt’uno con la storia. Un racconto fluido dove quello che è raccontato dalle persone e quello che è la narrazione stessa del mondo sono sullo stesso piano, senza distinzioni gerarchiche.
    Non è immediato entrare nella logica della storia di McCarthy. Perché è una storia fluida. Non ha un vero inizio e non ha una vera fine. Perché è solo una parte, un momento di una storia più grande, infinita, ininterrotta. Da cui è impossibile isolare nel tempo e nello spazio una singola vicenda. Perché le singole vicende non esistono, niente può essere singolo e tutto è collegato.

    McCarthy si interroga, ha dei perché, come tutti. Ma è consapevole in partenza che resteranno senza risposta. Qualunque sforzo in questo senso non produrrà risultato.
    Ma i perché ci sono. Se non porteranno a una risposta porteranno almeno a una storia. E, nel dubbio, McCarthy racconta.
    Così nasce un’epica. Fluida.

    Perché questo mondo non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto. Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato. Perché non sappiamo dove stanno i fili. I collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente parte anch’essi della storia e la storia non ha dimora e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare. Non c’è mai fine al raccontare. Tutte le storie sono una cosa sola. Se ascolti come si deve, sono una unica storia.

    C’è un certo tipo d’uomo che, quando non può avere quelle che vuole, non prende la cosa che sta al secondo posto, ma la peggiore che riesce a trovare.

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