The Lost Continent

Travels in Small Town America

By

Publisher: Black Swan

3.8
(683)

Language: English | Number of Pages: 349 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Chi traditional , Italian

Isbn-10: 0552998087 | Isbn-13: 9780552998086 | Publish date:  | Edition New Ed

Also available as: Audio Cassette , Hardcover , Others , Audio CD , eBook

Category: Fiction & Literature , Humor , Travel

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Book Description
An unsparing and hilarious account of one man's rediscovery of America and his search for the perfect small town.
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  • 4

    Letto da: Laura.

    Un racconto di viaggio attraverso la provincia americana scritto in maniera molto divertente.
    Certo Bryson non sempre visita posti particolarmente interessanti o attraenti ma anche qu ...continue

    Letto da: Laura.

    Un racconto di viaggio attraverso la provincia americana scritto in maniera molto divertente.
    Certo Bryson non sempre visita posti particolarmente interessanti o attraenti ma anche questo è il bello del suo viaggio e lui stesso ne è consapevole.
    A tratti ci ho ritrovato, e questo era lo scopo principale della mia lettura, qualche scorcio o sensazione vissuta durante il mio viaggio negli USA.

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  • 3

    meno meno - Prima di partire per un lungo viaggio / ricordati di toglierti la puzza da sotto il naso

    Bill Bryson è uno scrittore nato e cresciuto in Iowa e trasferitosi da tempo in Inghilterra quando decide di “tornare a casa” per intraprendere un lungo viaggio in auto alla riscoperta gli Stati Uniti ...continue

    Bill Bryson è uno scrittore nato e cresciuto in Iowa e trasferitosi da tempo in Inghilterra quando decide di “tornare a casa” per intraprendere un lungo viaggio in auto alla riscoperta gli Stati Uniti. “America perduta” è questo, il resoconto di un viaggio di scoperta e riscoperta dell’America lungo le strade a volte enormi e apparentemente infinite, a volte tutte curve e polverose, il più delle volte deludenti. Ecco, deludente è stato anche il libro. Saranno state le aspettative troppo alte, fatto sta che mi attendevo qualcosa di più. L’idea di fondo mi allettava parecchio - alzi la mano chi non ha mai accarezzato almeno una volta nella vita il sogno di prendersi una pausa e farsi un lungo viaggio on the road -, ma alla fin fine Bryson mi ha un po’ annoiato: troppo ripetitivo, troppo calato nella parte dell’ammerigano “espatriato” che torna con la puzza sotto il naso … e dire che all’inizio il suo racconto mi stava divertendo. «Quelli dell’Iowa sono facilmente individuabili, perché portano sempre un berretto da baseball con la pubblicità della John Deere o di qualche marca di mangime», oppure: «Alla fine la barista mi lanciò un’occhiata di traverso, come se pensasse che stavo prendendola per il naso, e chiese: “Ehi, bello, da dove vieni?”
    Siccome non volevo raccontarle tutta la mia vita, risposi solamente: “Gran Bretagna”.
    “Sai una cosa, bello?”, aggiunse. “Parli bene l’inglese, per essere uno straniero”.» Mi stava divertendo e mi aveva indotto a pensare alla “fatica” che devono fare i candidati alla Casa Bianca per rendersi contemporaneamente attraenti agli elettori dell’Iowa col berretto, a quelli texani con il Winchester, ai newyorkesi della finanza o ai fricchettoni californiani, per tacere degli esuli cubani della Florida che rischiano di perdere il loro status, o dei bianchi nostalgici del Mississippi o dei neri ancora troppo arretrati del Mississippi (entrambi propensi a votare repubblicano - perché un nero del Mississippi dovrebbe votare repubblicano? E perché un calabrese dovrebbe votare per la Lega o un operario per il PD? - sto uscendo fuori tema, otre che fuori continente, I’m sorry)

    Insomma, tornando al libro, bene le premesse e l’inizio, però poi il proseguire sempre sullo stesso registro tende a stufare, senza contare il fatto che, essendo stato scritto quasi trent’anni fa, “America perduta” risente anche del passare del tempo (gli abitanti dell’Iowa continuano a indossare il berretto ma le scritte non sono più quelle dei mangimi di una volta, bensì della monsanto, ahimè).

    PS dedicato agli amanti dello sport e/o delle traduzioni impossibili:
    Sul finire del viaggio/libro, Bryson si sorprende di quanto sia stato sciocco a farsi 22745 km in lungo e in largo per tutto il Paese, senza prendersi qualche ora per assistere ad almeno una partita di baseball, mentre i traduttori Melania Galliazzo e Amedeo Poggi, non avendo la più pallida idea di cosa sia il baseball, non si devono essere neanche accorti di aver scritto delle castronerie tali che uno non sa se mettersi a ridere o a piangere. Visitando la Baseball Hall of Fame di Cooperstown, NY, a Bryson ritornano in mente le figurine che collezionava da ragazzino insieme al fratello e che i genitori, per motivi inspiegabili, decisero di buttare via durante una “pulizia di casa”. «Avevamo la serie completa del 1959, in condizioni perfette; oggi vale qualcosa come 1500 dollari. Avevamo Mickey Mantle e Yogi Berra quando erano principianti, il Ted Williams dell’ultimo anno quando aveva battuto il record delle 400 iarde.» Ora, lo so bene che non gliene fregherà niente a nessuno, però quello non è il Ted Williams dell’ultimo anno ma l’ultimo anno/volta che un battitore sia riuscito a chiudere la stagione con una media (non record) di almeno .400; eh sì, perché quel 400 questo rappresenta, vuol dire che il Williams ha battuto valido il 40% delle volte che si è presentato al piatto (in battuta); che cazzo ci entrino le iarde rimane un mistero. Ripeto, lo so che non interesserà a nessuno nella patria del calciomercato e delle polemiche arbitrali, però quello delle iarde è un altro sport e il pressapochismo dei traduttori mi pare quantomeno da principianti - ah sì, perché non dobbiamo dimenticarci che Mantle e Berra non erano tali ma soltanto matricole (rookie), ovverosia giocatori al primo anno nella MLB. Vabbé, ma chi se ne frega, anche io da ragazzino collezionavo le figurine, avevo la serie completa del 1987/88 in condizioni perfette; oggi vale qualcosa come 3,47 euro. Avevo Lothar Mattheus e Walter Zenga quando portarono l’Inter a vincere il gagliardetto dei record (Nood, questo è per te) e il Marco Van Basten dell’ultimo anno quando superò i 20 punti.

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  • 3

    Non è il libro migliore di Bryson. E ha il difetto di diventare un po' noioso dalla metà in poi. Non perché venga meno il sarcasmo onnipresente dell'autore, ma perché essendo un racconto di tutto ciò ...continue

    Non è il libro migliore di Bryson. E ha il difetto di diventare un po' noioso dalla metà in poi. Non perché venga meno il sarcasmo onnipresente dell'autore, ma perché essendo un racconto di tutto ciò che non è attraente (e magari dovrebbe esserlo, per l'appunto) nella provincia americana, alla fine diventa ripetitivo nella struttura. Comunque piacevole.

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  • 4

    On the road

    Bryson è proprio simpatico: ironico, pungente, appassionato e appassionante. Detto questo, "America perduta" è, per ovvi motivi, un libro squilibrato. L'autore si pone l'obiettivo di tracciare un ritr ...continue

    Bryson è proprio simpatico: ironico, pungente, appassionato e appassionante. Detto questo, "America perduta" è, per ovvi motivi, un libro squilibrato. L'autore si pone l'obiettivo di tracciare un ritratto dell'America di provincia inusuale e non retorico, descrivendo minuziosamente il suo viaggio on the road lungo le strade di tanti Stati degli U.S.A. Sono molte le pagine divertenti, le immagini indimenticabili, gli incontri curiosi. Purtroppo sono anche tante le lacune, le interpretazioni (a mio avviso) errate di alcuni Stati, visitati da me in prima persona, le banalizzazioni. Rimane per me una piacevole scoperta e di sicuro cercherò di viaggiare ancora con Bill in giro per il mondo.

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  • 3

    Bryson ci porta in giro per tutta l'America attraverso le interstate e le principali strade del continente e lo fa con un atteggiamento deciso, a volte sfrontato, di certo senza troppe riverenze verso ...continue

    Bryson ci porta in giro per tutta l'America attraverso le interstate e le principali strade del continente e lo fa con un atteggiamento deciso, a volte sfrontato, di certo senza troppe riverenze verso luoghi che sono parte integrante della classica cultura a stelle e strisce.
    Il viaggio è lungo, quasi tutti gli stati per oltre 22mila chilometri, da est ad ovest, e quindi il tempo non basta mai. Per questo il suo viaggio a volte sembra scorrere solo in superficie, senza mai approfondire quel che invece meriterebbe una sosta in più. I suoi giudizi sono netti, cattivi a volte, di certo tagliati con l'accetta, grezzi e spicci. Ma almeno non manca mai l'ironia, e riesce anche a volte strappare il sorriso al lettore, forse perchè molte situazioni si ripetono a tutti i passeggeri e a tutti gli autisti 1el mondo, sia sulle highway d'america che sugli scalcagnati collegamenti italici.
    Rendiamo il merito a Bryson dell'attenzione riservata nel condannare, senza mezzi termini, l'eccessiva invadenza del moderno consumismo che si insinua in tutti gli aspetti della vita statunitense.
    Cè un passo importante dove Bryson denuncia, in merito all'attenzione degli americani per le ricchezze storiche: “In generale,gli americani venerano il passato fintanto che sia fonte di denaro e non manchi di aria condizionata, di parcheggio gratuito e di altre comodità essenziali.  “
    C'è però molto di non detto e non scritto apertamente. Gli americani, come anche gli australiani o altri del nuovo o nuovissimo continente, sentono fortemente, anche se non lo ammetteranno mai apertamente, la mancanza di una storia civica tutta loro, la mancanza di radici che affondino nel tempo. In breve, la mancanza di una vera e profonda rimembranza storica e culturale è per gli americani il nervo scoperto, ma soprattutto ciò che crea un vuoto interno impossibile da colmare o da risanare.
    Allora riempiono questo vuoto con gli idoli e feticci che ben conosciamo: le case di attori famosi diventano tappe imprescindibili, yellowstone, rushmore mountain, gettysburg diventano tutti surrogati sostitutivi dell'immenso patrimonio storico e culturale europeo a loro inaccessibile. E questo vuoto, lo senti che diventa a tratti disperazione: come se le radici, così poco affondate nel tempo, li rendessero ancora instabili, fragili e in balia degli eventi.
    Tutto questo non significa che le migliaia di chilometri macinati da Bryson egli sterminati paesaggi da lui descritti siano inutili o privi di valore. Solo, appartengono a culture diverse e a visioni spesso diametralmente opposte. E però dà la sensazione che l'americano comune debba ancora elaborare le tragedie e le sconfitte della sua pur breve storia: la guerra di secessione sembra ancora in corso, pearl harbor brucia ancora, così come il napalm di Saigon. E l'11 settembre doveva ancora arrivare.

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  • 1

    Personalmente mi sfugge il senso di questo libro. Non è, e non vuole essere, una guida USA, e questo è chiaro. Ma non capisco il senso di ridicolizzare TUTTO ciò che si incontra sulla propria strada i ...continue

    Personalmente mi sfugge il senso di questo libro. Non è, e non vuole essere, una guida USA, e questo è chiaro. Ma non capisco il senso di ridicolizzare TUTTO ciò che si incontra sulla propria strada in un viaggio in cui, comunque, si è liberi di scegliere il percorso.
    Io credo che alcuni paesaggi isolati, le famose strade infinite dell'Ovest (che tra l'altro hanno reso famosi molti film e molti romanzi made in USA) siano scenari magnifici e non piccoli centri di arretratezza della civiltà come, a tratti, sono descritti. Ok l'ironia e il voler fare una caricatura di certi personaggi e di certi luoghi ma, secondo me, qui il risultato non è gradevole.
    Titolo e copertina mi hanno colpito, la lettura mi ha deluso.

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  • 3

    non ben riuscito ma...

    Un po' noioso se non si è amanti della geografia statunitense, un po' irrita il continuo prendere in giro i piccoli musei americani senza badare alle cose migliori da vedere, ma alcuni scritti sono as ...continue

    Un po' noioso se non si è amanti della geografia statunitense, un po' irrita il continuo prendere in giro i piccoli musei americani senza badare alle cose migliori da vedere, ma alcuni scritti sono assolutamente esilaranti

    said on 

  • 4

    On the road, again...

    Quando in biblioteca per caso ho aperto questo libro e letto la prima riga: - Sono nato a Des Moines. Capita. - tre pensieri in contemporanea mi hanno attraversato la mente:
    - Strade blu di Heat-Moon
    ...continue

    Quando in biblioteca per caso ho aperto questo libro e letto la prima riga: - Sono nato a Des Moines. Capita. - tre pensieri in contemporanea mi hanno attraversato la mente:
    - Strade blu di Heat-Moon
    - I ponti di Madison County (Clint Eastwood e Maryl Streep)
    - The Dry Cleaner From Des Moines (Jaco Pastorious e Joni Mitchell).*
    Tre pensieri, e tutti a loro modo significativi in tre ambiti per me molto significativi ed evocativi - restituzione proustiana della memoria.

    Let's go back to Iowa, then...

    - Clint: You know, I get the distinct feeling that I'm lost...
    - Maryl: Are you supposed to be in Iowa?
    - Clint: Yeah...
    - Maryl: Well then, you're not that lost.

    Uno dei film più romantici della storia...

    Tutti sono felici, amichevoli e stranamente sereni in Iowa, asserisce lo schietto e ruvido Bill Bryson, anche se in realtà, lì, in Iowa, ti ci tiene davvero poco, e da quel che dice, sembra essere un vero mortorio.
    Ma è sulle strade blu che invece si va, ed è un bell'andare perché, oltretutto, mi sono sentita un tutt'uno con la faccenda provando un improvviso senso di identificazione quando ho letto che anche lui si è imbarcato in quel viaggio proprio a bordo di una Chevrolet Chevette, (chissà se era color cacchina come la mia), che in un paio di occasioni i nostri percorsi si sono praticamente sovrapposti e che anche gli anni erano più o meno quelli - adoro le coincidenze!
    Infatti, come avevo già scritto su 'Strade blu' di Heat- Moon:
    "Nel lontano 1986 anch'io ho avuto i miei tre mesi "on the road" attraverso l'America a sei corsie. Se solo avessi immaginato la suggestione delle 'strade blu', mi sarei volentieri tenuta alla larga dai vari 'Pizza Hut', 'Motel Six' e 'House of Pancakes' - beh, forse dalle pancakes no -, ma che dire se non che con questa, ho attraversato l'America per la terza volta e che confermo la convinzione succitata assicurando che, per chi vuole conoscere anche l'altra America, quella da vedere e quella da evitare, rappresentata qui da un americano con l'accento inglese, in modo colorito, caustico, tutt'altro che romantico o sentimentale, vivo e ironico, questo è un libro da leggere.

    "Ci sono tre cose che non ti riusciranno mai nella vita: vincere in tribunale contro la compagnia dei telefoni, farti ascoltare da un cameriere che vuole ignorarti, ritrovare i luoghi così come erano nella tua gioventù."

    *http://www.anobii.com/books/Strade_blu/9788806116064/01d788f365d438d3d7
    https://www.youtube.com/watch?v=3QuJfbF1Ehc
    https://www.youtube.com/watch?v=JnpyCEUESEw

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  • 2

    Bryson, americano ma che ha vissuto 20 anni in Inghilterra, torna negli USA e compie un viaggio lungo le strade d’America partendo dal suo Iowa, in quel Midwest dove la gente è sempre gentile e le cam ...continue

    Bryson, americano ma che ha vissuto 20 anni in Inghilterra, torna negli USA e compie un viaggio lungo le strade d’America partendo dal suo Iowa, in quel Midwest dove la gente è sempre gentile e le cameriere alla tavola calda ti chiedono sempre come va, mostrando vero interesse per quello che hai loro da dire.
    Da Des Moines, capitale dell’Iowa, l’Autore compie un viaggio a forma di 8 rovesciato che lo porterà prima sulla costa est e poi, ripassando per Des Moines, nel mitico West.
    Nel suo viaggio ci racconta un po’ di sé, del suo passato di quando bambino girava il paese con la famiglia; riesce a guardare le cose americane con un occhio distaccato, da europeo, con una discreta dose di quello humour british che rende gradevole di quando in quando la lettura.
    I posti toccati sono molto numerosi, alla fine del viaggio avrà percorso 22.475 km, ma la sensazione netta che emerge nel seguire l’Autore nel suo peregrinare è quello di un paese in cui la cifra distintiva è la monotonia, la piattezza del paesaggio, la desolazione (soprattutto nel sud ovest), le enormi distanze, i fast food e le pompe di benzina: l’America sembra un grande oceano amorfo di nulla con alcune isole sparse di notevole interesse. Non che non sia una paese vario, ma le distanze annacquano queste varietà (diversa l’Europa dove la grande varietà paesaggistica è stipata in spazi relativamente contenuti).
    Nel complesso non una lettura indimenticabile.

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  • 4

    on the road

    Leggendo questo libro si potrà avere l’impressione che gli Stati Uniti siano fatti solo di tavole calde, motel e centri commerciali, uniti da un’infinità di freeway, highway, interstate, disperse in u ...continue

    Leggendo questo libro si potrà avere l’impressione che gli Stati Uniti siano fatti solo di tavole calde, motel e centri commerciali, uniti da un’infinità di freeway, highway, interstate, disperse in uno spazio sconfinato che per noi europei è difficile già solo immaginare. Ma se si guarda fra le righe si trova anche altro, anche se questo non significa necessariamente “meglio”.
    E' la narrazione di un viaggio, in auto, in solitaria, nell'amercia profonda, lontana dalle grandi luci delle metropoli.

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