The Red Badge of Courage

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Publisher: Prestwick House Inc.

3.6
(321)

Language: English | Number of Pages: 152 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Spanish , Italian

Isbn-10: 1580495869 | Isbn-13: 9781580495868 | Publish date:  | Edition Student

Also available as: Mass Market Paperback , Hardcover , School & Library Binding , Audio CD , Audio Cassette , Others , Library Binding , Softcover and Stapled , Leather Bound , eBook

Category: Fiction & Literature , History , Social Science

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Book Description
Following its initial appearance in serial form, Stephen Crane's The Red Badge of Courage was published as a complete work in 1895 and quickly became the benchmark for modern anti-war literature.

Although the exact battle is never identified, Crane based this story of a soldier's experiences during the American Civil War on the 1863 Battle of Chancellorsville. Many veterans, both Union and Confederate, praised the book's accurate representation of war, and critics consider its stylistic strength the mark of a literary classic.

This Prestwick House Literary Touchstone Edition includes a little-known section entitled The Veteran, which depicts Henry Fleming as an old man discussing his experiences in the Civil War with his grandson. Additionally, a glossary and reader's notes are provided to help the reader understand the language of 19th century America.

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    Scrittore che non avevo mai sentito ma Hemingway lo ritenca il miglior scrittore americano di fine secolo (1800) avrei potuto soprassedere ma quando ho letto che è morto di tisi a ventinove anni non h ...continue

    Scrittore che non avevo mai sentito ma Hemingway lo ritenca il miglior scrittore americano di fine secolo (1800) avrei potuto soprassedere ma quando ho letto che è morto di tisi a ventinove anni non ho resistito. Ho una curiositá morbosa per chi muore giovane d tisi, Violetta Valery e tutti gli altri meritano un riguardo particolare.
    Allora torniamo al nostro Stephen: vita avventurosa e morte prematura e scrittura impegnativa se non sei concentrata alla fine del periodo non ricordi come era inziato il concetto. Detto questo peró si parla di battaglie, questa in particolare la battaglia di Chancellorsville (se non mi sbaglio menzionata da Patricia Cornwell in Ultimo distretto)
    e quando gli uomini affrontano una prova così drammatica leggere dei loro pensieri fa comprendere, come se ce ne fosse il bisogno, che la parola guerra deve essere cancellata in una civiltà civile che sia considerata tale.

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  • 3

    "La morte che sta per colpire fra le scapole era assai più terribile della morte che sta per colpire fra gli occhi".

    Crede che la morte sia vicina il giovanissimo Henry Fleming quando decide di abbandonare il suo reggimento e di scappare per i boschi.
    Il suo desiderio è quello di mettersi in salvo, di allontanarsi d ...continue

    Crede che la morte sia vicina il giovanissimo Henry Fleming quando decide di abbandonare il suo reggimento e di scappare per i boschi.
    Il suo desiderio è quello di mettersi in salvo, di allontanarsi da una guerra sanguinaria e fratricida (la guerra di Secessione americana) a cui ha partecipato per amore di patria ma che le si è palesata davanti in tutto il suo orrore.
    L'incontro però con alcuni suoi compagni feriti lo riporterà sui suoi passi, facendolo riflettere sulla sua codardia.
    Hemingway l'ha definito il miglior libro sulla guerra. Non sono d'accordo, trovo che "Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Remarque sia di livello ben superiore, ma lodo lo stesso questo sconosciuto lavoro di Crane, lodo il realismo con cui è stato scritto, le descrizioni vivide delle emozioni e sensazioni di un ragazzo poco più che adolescente alle prese con una guerra vista da lui all'inizio in modo romantico ma poi palesata in tutto il suo orrore, la critica non tanto velata verso ogni tipo di conflitto, portatore solo di morte e distruzione.
    Il punto più interessante è da rilevare però nel processo di maturazione del protagonista, da ragazzo spaventato a giovane uomo che riuscirà a trovare un riscatto alla sua ignavia e che la solitudine forzata nei boschi lo aiuterà a mettere a nudo la sua vera natura e a fare i conti con se stesso.
    Un' opera di indubbio valore, da leggere con calma e soprattutto su cui riflettere parecchio.

    "Era stato vicino a toccare la grande morte e aveva scoperto che, dopo tutto, era soltanto la grande morte. Egli era un uomo"

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  • 4

    Non so perché, cominciando questo libro, mi è venuto in mente il Deserto dei Tartari, un'altra vicenda assurda che i personaggi non riescono a comprendere.
    La guerra, nel libro di Buzzati, non arriva ...continue

    Non so perché, cominciando questo libro, mi è venuto in mente il Deserto dei Tartari, un'altra vicenda assurda che i personaggi non riescono a comprendere.
    La guerra, nel libro di Buzzati, non arriva mai e così la vita rimane vuota e folle. Nel segno rosso del coraggio, invece, ci vuole poco perché il protagonista rimanga coinvolto nei combattimenti eppure... ecco che si presenta lo stesso vuoto e la stessa follia.
    Il segno rosso del coraggio nasce in un'epoca che di guerra non ne ha avuto abbastanza, visto che partorirà il secolo breve delle grandi guerre. Eppure, con straordinaria modernità, l'autore sa già che la guerra non porta da nessuna parte e che nella testa dei soldati continuano ad accumularsi inganni sopra inganni, tentativi di perdonare sé stessi, tentativi di raccontare una storia migliore della realtà.
    Il protagonista, il "ragazzo", attraversa tutto l'ingranaggio della battaglia e viene lacerato da tutti i suoi denti. La rabbia, la follia, la paura, ma non solo quello. Anche l'eccitazione, la gloria, le risposte che si cercano da tempo. Trova tutto eppure, nonostante il finale quasi salvifico che lo consegna all'età adulta l'impressione è che sia sempre nel posto sbagliato, sempre e comunque, come se la guerra in sé sia in realtà un grosso errore.
    Un libro con delle fantastiche ricostruzioni di battaglie, fantastiche perché confuse, assurde, prive di capo e coda così come le vive un fantaccino. Crane, che la guerra non l'ha combattuta, riesce finalmente a restituire la sensazione di fare parte del combattimento, ma non esserne protagonisti. Perché protagonisti in battaglia non ce ne sono, ci sono quelli che vengono feriti, quelli che muoiono e quelli che alla fine riescono a sedersi intorno al fuoco. Solo loro.

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  • 4

    Sta’ solo attento, Henry, e abbi cura di te lì alla guerra …

    Questo bellissimo libro mi è stato consigliato da due care amiche. Per garantire loro il più assoluto anonimato, le rappresenterò, così come ci ha insegnato il grande Maestro Zero, con Heidi 1 e Heidi ...continue

    Questo bellissimo libro mi è stato consigliato da due care amiche. Per garantire loro il più assoluto anonimato, le rappresenterò, così come ci ha insegnato il grande Maestro Zero, con Heidi 1 e Heidi 2.
    Aprile 1863, vicino al villaggio di Chancellorsville, in Virginia, separati dal Rappahannock River, si fronteggiano l'Armata del Potomac, del Maggiore Generale Joseph Hooker, forte di 130.000 uomini, e l'Armata Confederata della Virginia Settentrionale, del Generale Robert Edward Lee, con soli 60.000 effettivi.
    La Campagna di Chancellorsville comincia all’alba del 27 aprile 1863, con l'attraversamento del fiume Rappahannock da parte dell'esercito unionista. Nella notte tra il 5 e il 6 maggio le forze unioniste, dopo aver lasciato sul campo 17.000 uomini, tra morti, feriti, catturati, riattraversano il fiume, sconfitte. Fu definita la “battaglia perfetta di Lee", che però, alla fine, dovette piangere la tragica perdita del Generale "Stonewall" Jackson, ferito mortalmente dal fuoco amico.
    Il diciottenne Henry Fleming è accampato sulla sponda nord del Rappahannock River con il 304° Reggimento dell’Armata del Potomac. Aveva sognato battaglie per tutta la vita e nelle sue visioni si era raffigurato molte volte eroico soldato in molti combattimenti. Alla fine si era arruolato volontario.
    «Ma’, io mi arruolo.»
    «Henry, non fare lo scemo».

    Qualche giorno dopo, sua madre lo aveva salutato con una serie di pacate raccomandazioni, e aveva concluso «Non dimenticarti i calzini e le camicie, ragazzo; e ti ho messo nel fagotto un barattolo di marmellata di more, perché so che ti piace tanto. Addio, Henry. Stai attento, e fa’ il bravo.»
    Henry attraverserà coi suoi compagni il fiume e riceverà anche lui, anche se in maniera non proprio eroica, the Red Badge of Courage. Il 304° affronterà tre giorni di battaglia, ma “il ragazzo” dovrà prima affrontare e vincere una dura battaglia, che si svolgerà esclusivamente nella sua mente.
    Grazie Laramelie. Grazie Amapola … oh rabbia, che ormai l’ho già detto!

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  • 0

    La costruzione di un eroe

    La luna era stata accesa, e pendeva dalla cima d’un albero. Lo avvolse il liquido silenzio della notte e gli fece sentire una profonda pietà per se stesso. C’era una carezza nell’aria dolce e la dispo ...continue

    La luna era stata accesa, e pendeva dalla cima d’un albero. Lo avvolse il liquido silenzio della notte e gli fece sentire una profonda pietà per se stesso. C’era una carezza nell’aria dolce e la disposizione dell’oscurità, pensò, era tutta di simpatia per lui e la sua angoscia.

    Un giovane contadino dello Stato di New York va alla guerra – la Guerra di Secessione – con la testa piena di eroi greci e di grandi gesti. A furia di sviscerare il significato del coraggio e dell’eroismo, alla prima battaglia se la batte – e, improvvisamente, non si sente più un volontario ma un povero ragazzo coscritto con la forza dal govero. In seguito riesce a compiere davvero gesti eroici e, pur non riuscendo a conquistare il segno rosso del coraggio, il sangue, si autoassolve dal suo atto di codardia.

    La storia è molto semplice e ripetitiva: si svolge nell’arco di un paio di giorni, i combattimenti sono tutti uguali. La ferocità e le paure dei soldati, la protervia dei comandanti disposti a buttare in mischia nuova carne umana e, soprattutto, l’impassibilità della natura, per cui una battaglia è solo un rumoroso incidente, un fracasso in scala con l’universo, tra due momenti della sua eterna quiete.

    Con uno stile naturalistico, senza mai esprimere opinioni e riflessioni, l’autore riesce a rendere l’atmosfera di una delle guerre più sanguinose raccontando di pochi episodi come se tutta la Guerra di Secessione fosse – lo fu – un continuo ripetersi di assalti e battaglie in cui contava l’impatto tra due masse di uomini, che cadevano con troppa facilità.

    Tornato a casa, aveva trovato la madre che mungeva la mucca pezzata. Altre quattro stavano aspettando. "Mamma, mi sono arruolato". "Sia fatta la volontà del Signore, Henry" e aveva continuato a mungere la mucca pezzata.

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  • 5

    La realtà è di chi sa immaginarsela.

    Ne ho messo giù uno, ne ho preso su un altro, coi libri spesso è così: li devo smaltire, come fosse lavoro in arretrato. Sottile, della Collana “I classici classici” che mi sono fatto un dovere di leg ...continue

    Ne ho messo giù uno, ne ho preso su un altro, coi libri spesso è così: li devo smaltire, come fosse lavoro in arretrato. Sottile, della Collana “I classici classici” che mi sono fatto un dovere di leggere tutta (ammesso riuscirò mai a trovare una copia de “I viaggi di Grulliver” nella traduzione di Gueglio), mi sembrava, dal titolo e dalla foto di copertina dell’edizione Mondadori su licenza Frassinelli, di aver capito il romanzo proponesse il battesimo del fuoco di un giovane in guerra, insomma niente che mi interessi, a pelle. Il pensiero, prelevandolo dalla libreria nuova da sistemare, è stato “Con questo per domani sera l’ho sbrigata.” Un calcolo matematico, fine. Inizio a leggerlo domenica sera. Chiudo occhio imponendomelo, non voglio che Crane mi tenga sveglio con la storia di un pivello scritta (tradotta, ricorda: tradotta) da maestro che sfascerebbe a colpi d’ascia qualsiasi cattedra. Crane è uno scrittore giovane morto giovane e ritenuto epocale, come faccio a non detestarlo? Il libro, maledizione, mi piace, voglio leggerlo piano, ammettere come mi piaccia in ogni sua frase, in ogni volta della testa girata di Henry, l’ha tradotto Barbero, di Barbero devo leggere “Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo” da almeno tre anni, non ho tempo, leggo in fretta, e fu notte e fu mattino, a lavoro do una occhiata su Wikipedia: la letteratura americana ha verso Crane un debito enorme; la sua vita è niente male, c’è un romanzo di White che prende appunti, “Hotel de Dream”, come il nome del bordello dell’amante more uxorio. Stephen Crane… Dove potrò trovare il suo “Maggie: una ragazza di strada”? In treno, all’andata, leggo altre trenta pagine dopo il centinaio, e per il ritorno l’ho concluso , penso a “La sottile linea rossa” di Terrence Malick, ma “La sottile linea rossa” di Mallick è tratto da un romanzo di James Jones, che non so chi sia, il punto è che “Il segno rosso del coraggio” è molto più bello del bel film di Mallick, perché restituisce il contatto-contrasto tra la natura e l’uomo in guerra, la schizofrenia tra gli uccellini che cantano e i cannoni che fanno a pezzi tutto, pure gli uccellini, e non bisbiglia, non atterrisce, conserva intatta la sfera fisica di un poppante andato in guerra per dimostrare a sua madre che la vita è molto più che mungere una vacca ma che quel-molto-in-più non è detto che sia altrettanto pacifico. La vita è molto di più, vero Henry, ma rispetto alla guerra, alla sua vigliacca stupidità che chiama coraggio la sua perdita di senso, la sua fuga nell’istinto, anche mungere una vacca è un sogno. “Il segno rosso del coraggio” è quanto è bello crescere nei e dai propri errori, nelle e dalle proprie presunzioni; quanto è eccitante fino all’estasi imparare a vivere, persino in guerra, persino dentro una battaglia della Guerra di Secessione Americana. Crane è stato definito il capostipite del realismo americano per aver scritto un libro che non avrebbe potuto scrivere se avesse dovuto attenersi alla realtà: lui in guerra non c’era mai stato, né di Secessione né di altre. Crane ha visto senza occhi. Era amico di Conrad. C’è così tanto da leggere. Lo tengo qui, lo voglio leggere, lo leggerò. Fulmini, questo è un cazzo di romanzo come si deve.

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  • 5

    La Guerra: ieri, oggi e domani...non per caso Crane figura tra le irrinunciabili letture suggerite da Hemingway; una stella extra per il tenente che «infilava bestemmie con la facilità con cui una fan ...continue

    La Guerra: ieri, oggi e domani...non per caso Crane figura tra le irrinunciabili letture suggerite da Hemingway; una stella extra per il tenente che «infilava bestemmie con la facilità con cui una fanciulla infilava perline».

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  • 3

    Il primo capitolo mi ha colpita. Ho apprezzato molto le riflessioni sulla guerra moderna, sulla scomparsa dell'Arte della guerra così come la conoscevano gli antichi Greci. Sono sempre stata sensibile ...continue

    Il primo capitolo mi ha colpita. Ho apprezzato molto le riflessioni sulla guerra moderna, sulla scomparsa dell'Arte della guerra così come la conoscevano gli antichi Greci. Sono sempre stata sensibile al fascino delle battaglie epiche intrise di patriottismo ed eroismo, così come sono sempre stata altrettanto disgustata dagli orrori e dall'insensatezza delle guerre del Novecento. E questi due sentimenti contrastanti, fascino e disgusto, li ho ritrovati abbondantemente non solo all'inizio, ma anche per tutto il resto del libro.
    Tuttavia, ci sono delle cose per cui mi è difficile adesso ritenere questo libro davvero bello:
    1. L'inglese. Non è un inglese di facile comprensione, specie nei dialoghi tra i soldati, che sono sgrammaticati, dialettali, intrisi di slang e robaccia varia. La lettura scorre quindi a rilento. In italiano credo si gusti di più.
    2. Il giovane. Il giovane (the youth)sarebbe il protagonista - credo che un nome lo avesse, ma me lo sono dimenticata, a furia di vedere l'autore riferirsi a lui come "il giovane". E' qualcosa di voluto, credo, per accentuare la perdita di identità che avviene tra le file dei soldati. O forse perché ogni personaggio è un'allegoria, rappresenta un tipo ideale (il giovane, l'uomo cencioso e così via). Ma è irritante. Ed è irritante anche the youth come personaggio. Un ragazzino esaltato e permaloso che vuole giocare alla guerra e poi scopre che invece è una cosa seria e molto, molto più grande di lui. Si riscatta un po' verso la fine.
    3. La guerra. Un ammasso informe di rumori, spari, morti, urla, polvere, fumo. Tutto perfettamente realistico, ma alla decima volta che leggi la descrizione di una battaglia, e questa ti sembra essere uguale alla prima che hai letto, speri solo che muoiano tutti e finisca il libro, finalmente.
    Le parti migliori, per me, restano quelle in cui il giovane riflette sulla sua condizione e quella dei suoi commilitoni.

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  • 4

    Un libro semi-sconosciuto, eppure è il trionfo della letteratura (e del giornalismo). Ogni veterano della guerra di Secessione che leggesse questo libro credeva che l’autore fosse uno di loro: per il ...continue

    Un libro semi-sconosciuto, eppure è il trionfo della letteratura (e del giornalismo). Ogni veterano della guerra di Secessione che leggesse questo libro credeva che l’autore fosse uno di loro: per il realismo dei particolari minuti, degli episodi e della psicologia dei soldati. Ora, per conoscere particolari ed episodi e inventarne di simili Crane, giovane giornalista di talento – c’informa l’utilissima introduzione di Alessandro Barbero –, si era spolpato molti reportage di giornalisti come lui; ma per rendere la psicologia dei soldati (le contraddizioni, il timore del giudizio altrui, le viltà, gli alibi, gli eroismi) credo ci abbia messo solo del suo, un impressionante, tolstojano realismo.
    In effetti Crane all’epoca della guerra civile non era nemmeno nato ed anche per il lettore di oggi è difficile credere che egli non abbia mai combattuto in vita sua. Eppure ogni pensiero, ogni reazione, ogni scoperta del giovanissimo protagonista sembrano parte del diario reale di un combattente, e l’andamento complessivo del plot risulta perciò assai meno lineare e oleografico di quanto appaia nella quarta di copertina.
    Inquietante la modernità dell’approccio psicologico alla guerra raffigurato. Sembra quello di Hemingway (che amava questo libro), di Malraux, o quello di tanti piccoli intellettuali italiani del primo ‘900: la guerra come prova personale, azione per l’azione. Non c’è traccia di motivazioni ideali (né dell’azione della propaganda bellica, che nascerà solo con la prima guerra mondiale), solo una sottilissima verniciatura della millenaria mentalità machista (con concetti come “coraggio”, “eroismo”, “dimostrarsi uomini”). E ciò malgrado la consapevolezza della casualità dei ferimenti e delle morti, come pure la consapevolezza che l’eroe che rimanga in vita deve molto alla buona sorte; e malgrado, ancora, si arrivi alla curiosa constatazione che il famigerato, odiato “Nemico” è un soldato sfortunato, incazzato e sprovveduto come te. Non credo che la mentalità dei marines americani impegnati in Irak o Afghanistan sia oggi molto diversa da questa elementare ignoranza di sé, del mondo e della vita, da questa estrema disponibilità all’azione, a qualunque azione. Insomma, è utile e forse persino necessario che il soldato, recluta o ufficiale che sia, sia profondamente ignorante.
    Interessante anche lo stile: ricorda Hemingway non solo la psicologia, e non solo la brevità di questo – più che romanzo breve – racconto lungo, dai pochissimi personaggi e pochi episodi. L’ottimo Barbero sottolinea – e ne dà qualche curioso saggio – l’innovativa scelta di riprodurre l’elementare, sgrammaticatissimo parlato dei soldati; il quale contiene anche espressioni per l’epoca volgari, che perciò lo storico-traduttore ha reso come vere e proprie “parolacce”, giustificando come presente già nel testo il vistoso iato tra lo slang dei dialoghi e la blanda tendenza al simbolismo delle descrizioni che invece sono del narratore (anticipazione anch’essa di una tendenza assai americana, a giudicare dalle continue similitudini cui ricorrono tanti narratori mainstream attuali): in un libro dell’‘800 fanno un certo effetto “’sto cazzo di”, “stronzo di un parroco” e poi “coperte mortifere”, “stupefazione”.
    Ma è sicuro del fatto suo, questo Barbero in versione traduttore e prefatore, e abbastanza convincente, anche se… Anche se si potevano evitare “fantaccini”, “ancor sempre”, i tanti “te” dei dialoghi (lo so, lo so che da noi il parlato non può prescindere dal dialettale; ma allora perché non “guagliò”, anche?), “conduttori” (due volte per “conducenti”) e altre sviste, colpa forse più dei leggendari o favolosi “editor” delle case editrici: “nel vago timore che una avrebbe potuto alzarsi”, “una fila di cannoni fabbricavano…”

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  • 3

    Frasi dal libro

    “Il sole mostrò i suoi raggi rivelatori, e uno dopo l’altro i reggimenti apparvero, come guerrieri armati appena sorti dalla terra. ll ragazzo comprese che l’ora era venuta. Stava per essere misurato. ...continue

    “Il sole mostrò i suoi raggi rivelatori, e uno dopo l’altro i reggimenti apparvero, come guerrieri armati appena sorti dalla terra. ll ragazzo comprese che l’ora era venuta. Stava per essere misurato.”

    http://frasiarzianti.wordpress.com/2013/09/27/il-segno-rosso-del-coraggio-s-crane/

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