The Sound and the Fury

The Corrected Text

By

Publisher: Demco Media

4.2
(1797)

Language: English | Number of Pages: 427 | Format: Library Binding | In other languages: (other languages) Spanish , Chi traditional , Italian , French , German , Russian , Portuguese , Catalan , Farsi , Czech , Greek , Polish

Isbn-10: 0606049517 | Isbn-13: 9780606049511 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Hardcover , School & Library Binding , Audio Cassette , Audio CD , Mass Market Paperback , Others , eBook

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Book Description
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  • 4

    Ho pensato anch’io di consigliare la lettura iniziando dalla fine, per intenderci da Dilsey a ritroso fino a Benjamin, per la difficoltà estrema che ho avuto nel leggere e nel capire, cercando di rico ...continue

    Ho pensato anch’io di consigliare la lettura iniziando dalla fine, per intenderci da Dilsey a ritroso fino a Benjamin, per la difficoltà estrema che ho avuto nel leggere e nel capire, cercando di ricostruire un quadro normale, “logico”, una successione, una storia semplice come siamo abituati a fare… Poi ho però considerato che si sarebbe falsata quella che oserei definire l’epifania di una storia umana, familiare, una storia dolorosa che emerge a fatica, quasi scavando nei ricordi personali frammentati e frammentari dei componenti la famiglia Compson. Dai gorgoglii di Benjamin l’”Idiota”, dalle schegge di ricordi e sensazioni emergono sprazzi d’infanzia, squarci che illuminano di una luce vivida ma brevissima Caddy, prima bambina intraprendente e ribelle e poi un qualcosa di indefinito, ma doloroso, una privazione fortissima, un qualcosa di catastrofico e irreparabile, che dà continuamente un dolore vivido ma incosciente. E poi Quentin e quei suoi flussi di coscienza avvelenati da manie suicide, l’amore impossibile per la sorella Caddy e per sorella Morte: il dolore diventa sempre più cosciente e disperato… E dal dolore si ascende, o si scende, alla rabbia. Jason, l’arido e calcolatore Jason, lo spietato e approfittatore Jason, che odia la sorella Caddy (“puttana una volta, puttana sempre”) e il fratello suicida Quentin perché lo hanno privato, o almeno crede, del futuro nella sua espressione più materiale: i soldi, la carriera, la buona fama che viene dall’onore familiare, che perseguita e deruba la nipote Quentin. Non si può non provare pietà, compassione, comprensione umana di fronte a questo desolato inferno di dolore, rabbia, passioni devastanti e disperate, miseria morale e affettiva, egoismo, aridità di sentimenti. Ci si ritrova allora con Dilsey, la serva “negra”, l’anziana nutrice della famiglia Compson custode di tutta la tragedia familiare umana, testimone non muta delle vicende accadute, l’unica a sembrare animata da affetti e sentimenti positivi, calore umano, comprensione, capacità di perdono. In grado forse solo lei di provare sentimenti autenticamente cristiani, evangelici, pienamente umani. Volutamente allora il racconto si svolge lungo le tappe cronologiche e fondamentali del Triduo Pasquale: il Venerdì santo, il Sabato santo, la Domenica di Pasqua…

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  • 5

    La vita non è altro che “un racconto narrato da un idiota, pieno di urlo e furore, che non significa nulla” (Shakespeare. Macbeth).
    Faulkner parte da questo assunto, e forte della lezione dell’Ulysses ...continue

    La vita non è altro che “un racconto narrato da un idiota, pieno di urlo e furore, che non significa nulla” (Shakespeare. Macbeth).
    Faulkner parte da questo assunto, e forte della lezione dell’Ulysses scrive il suo romanzo “sperimentale” e Joyceiano.
    Molto arduo nella prima metà. Flussi di pensiero confusi e disordinati: F. prende alla lettera la premessa Shakespeariana e li fa comparire nella mente di un vero ritardato mentale, incapace di distinguere non solo un qualsiasi senso di ciò che accade intorno a lui, ma anche il tempo e lo spazio, continuamente annullati e confusi tra loro, e personaggi ancora ignoti al lettore, che oltre a tutto spesso portano lo stesso nome in generazioni diverse all’interno della stessa famiglia (quella in decadenza dei Compson, tipica famiglia del Sud ex schiavista, ancora circondata da una servitù di negri che si rivelano poi i soli portatori di valori positivi ed umani della storia), tasselli disordinati di un grande puzzle che trova il suo disegno piano piano e si ricompone in un grande romanzo (e che grande romanzo!) solo verso la fine, per scoprire (applicazione perfetta dell’elemento circolare) che nel primo oscuro capitolo , nei flussi mentali del bambino folle e castrato di 33 anni, c’era già tutto, dall’inizio di una corsa verso il baratro dell’intera famiglia fino al suo epilogo.
    Romanzo sperimentale si diceva all’inizio, pieno di vere insidie e trappoloni disseminati dall’autore. Ma in queste insidie e nel suo lento, faticoso ricomporsi sta tutta la maestria di un grandissimo romanziere. E tutta l’arte di un vero grande romanzo americano.

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  • 0

    William Faulkner "does not express the inexpressible, but rather it unexpresses the expressible".
    Questa è un'opera talmente potente che è impossibile da recensire e, tantomeno, giudicare con delle st ...continue

    William Faulkner "does not express the inexpressible, but rather it unexpresses the expressible".
    Questa è un'opera talmente potente che è impossibile da recensire e, tantomeno, giudicare con delle stelline

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  • 5

    Un romanzo indubbiamente molto difficile, dove non esiste continuità spazio temporale, é un susseguirsi di pensieri, di immagini e sentimenti che non danno il tempo al lettore di capire il dove, il qu ...continue

    Un romanzo indubbiamente molto difficile, dove non esiste continuità spazio temporale, é un susseguirsi di pensieri, di immagini e sentimenti che non danno il tempo al lettore di capire il dove, il quando ed il perchè.
    Quattro sezioni formano il libro ma di fatto è un solo grande turbinio di pensieri della famiglia Compson, il testo potrebbe essere benissimo letto partendo dall ultima sezione revenendo alla prima e nulla toglierebbe alla grandezza della composizione.

    Un romanzo con la R maiuscola insomma che consiglio a tutti di leggere, ci metterete del tempo, a volte vi verrà voglia di abbandonarlo perchè la confusione regna sovrana e non riuscite a trovare il bàndolo della matassa, vi sentirete frustrati perchè non capite...continuate la lettura e sarete premiati.
    Ed ora la domanda fatidica: il libro mi è piaciuto?

    No non mi è piaciuto

    Cavoli adesso qualcuno dirà ma dopo l'incipit della tua recensione ci aspettavamo un'altra risposta!!!!!!!! Sei forse impazzita?

    No, non sono impazzita Faulkner ha scritto un capolavoro, un romanzo splendido, ma non mi è piaciuto nel senso più stretto del termine, non mi sono rilassata con questo romanzo, non sono riuscita a leggerlo d'un fiato, non mi ha tenuta attanagliata alla poltrona, non è stato un piacere questa lettura e mentirei se dicessi il contrario.

    Ecco perchè dico "non mi è piaciuto ma è uno splendido romanzo" questo ossimoro rende bene l'idea.
    Ripeto provate a leggerlo è un romanzo che vi resterà nella pelle anche se non vi sarà piaciuto

    Voto 10/10

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  • 3

    Maledetto sia Joyce...

    ...e la mania che ha portato in letteratura di voler sperimentare ad ogni costo ed a tutti livelli. Non si contano ormai i potenziali capolavori che sono stati condotti nel vicolo cieco del romanzo ps ...continue

    ...e la mania che ha portato in letteratura di voler sperimentare ad ogni costo ed a tutti livelli. Non si contano ormai i potenziali capolavori che sono stati condotti nel vicolo cieco del romanzo psicologico e del flusso di pensieri: come "La veglia di Finnegan" dimostra, quella è una strada che non porta proprio da nessuna parte.

    "L' urlo e il furore" ci porta ancora una volta negli Stati Uniti della prima metà del novecento, ma stavolta nelle sterminate praterie del profondo sud: della faticosa emancipazione dei neri, della grande depressione, della fine delle grandi famiglie ottocentesche. Lo fa per raccontarci (ancora una volta) il declino di una grande famiglia americana che aveva biblicamente costruito la sua casa sulla sabbia. Le fortune dei Compson non sono costruite su un sistema di valori trasmissibili perchè sinceri, ma solo sull'ossessione per il guadagno e per una rispettabilità fatta di immagine.

    E' una storia sentita tante volte, ma resta particolare ed importante dall'immenso potenziale di William Faulkner come creatore di atmosfere, panorami ed immagini, ma anche come gran conoscitore dell'animo umano e curiosissimo sperimentatore.
    La storia viene raccontata da tre punti di vista distinti, appartenenti a ciascuno dei tre fratelli Compson: Benji, Quentin e Jason, che insieme alla quarta sorella Candace rappresentano l'ultima grande generazione della famiglia. Non c'è unità di tempo ed il flashback che si incontra quando Quentin prende la parola è arditissimo: decisione probabilmente funzionale alla ricerca (fallita) da parte dell'autore di ricreare un credibile flusso di pensiero all'interno del suo romanzo.

    Per contro la costruzione dei personaggi è complessa e profondissima, piena di idee e spunti uno più geniale dell'altro. Con Benji che narra in prima persona cerchiamo di capire forse per la prima volta come sia il mondo visto da un malato di mente; Quentin vive la sua ultima giornata prima del suicidio, dopo aver scoperto di essere omosessuale; Candace fuggirà dal paese dopo essere passata da un uomo all'altro, e sarà una "ragazza persa"; Jason sarà ossessionato a tal punto dalla normalità che in nome di essa finirà col divenire cinico e disincantato al punto da non sopravvivere alla rovina economica della famiglia. Sembra dunque essere questo il tema vero del romanzo? Al mondo, e soprattutto in quel Sud degli Stati Uniti che la eleva a feticcio, la rispettabile normalità non esiste, e noi dalle nostre deviazioni siamo definiti? Così sembra pensare la serva nera Dilsey insieme alla sua famiglia, simbolo di quei rassegnati ma incrollabili sconfitti che guardano la frenetica ed ossessionante sete di possesso dei bianchi con un disprezzo misto ad invidia.

    Per la capacità di creare personaggi indimenticabili, per le bellissime ed appassionate descrizioni della campagna americana, questo avrebbe potuto essere un romanzo da mettere negli scaffali importanti. Ma lo snervante tentativo di rendere la introspezione psicologica anche a livello strutturale e metalinguistico rende "L'urlo e il furore" davvero faticosissimo. Vero è che la citazione shakespeariana dal Macbeth ci dice fin dal titolo che è una illusione cercare un senso, ma questo secondo me snatura la missione del romanzo come genere letterario. E di certo non aiutano la prefazione e la postfazione di due critici italiani diversi, scritti in modo così ampolloso e baroccheggiante da sembrare una presa in giro, considerato il fatto che avrebbero dovuto essere dei chiarimenti. Posso perdonare William Faulkner per aver scritto un romanzo grande ma difficile. Questi due tromboni che cercano di darsi importanza ditirambeggiando e dandosi importanza con vuoti arcaicismi intorno ad un'opera che non è la loro, davvero molto meno.

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  • 1

    Saró l'unica scema a non giudicarlo sublime, ma l'ho trovato incomprensibile, mortalmente pesante e puro esercizio di una determinata tecnica narrativa (che non mi è neanche mai piaciuta). E adesso mi ...continue

    Saró l'unica scema a non giudicarlo sublime, ma l'ho trovato incomprensibile, mortalmente pesante e puro esercizio di una determinata tecnica narrativa (che non mi è neanche mai piaciuta). E adesso mi viene pure di scrivere allo stesso modo..

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  • 5

    La prima cosa che ho fatto non appena ho finito di leggere il romanzo è stata quella di rileggere le prime pagine, e il finale era lì in apertura. Ma questo è un dettaglio, la sensazione appena termin ...continue

    La prima cosa che ho fatto non appena ho finito di leggere il romanzo è stata quella di rileggere le prime pagine, e il finale era lì in apertura. Ma questo è un dettaglio, la sensazione appena terminato è stata di dolore perché al di là della storia che si può riassumere in due parole e che possiamo trovare in tanti romanzi, quello che Faulkner sviscera è il dolore, il male di vivere, il senso di inadeguatezza di una famiglia, di ogni componente familiare, le cui ombre sono gli unici aspetti veri della loro esistenza.
    Fino a metà libro si ha la sensazione di leggere qualcosa di incomprensibile, è un lungo stream of consciousness, il primo di Benjamin, il figlio con un grande deficit cognitivo, che vive di sensazioni, ed è così per esempio che sente la sorella Caddy, come quella che ha l’odore degli alberi, sente anche frasi e parole ricorrenti o che memorizza in determinate condizioni, che per lui non hanno senso compiuto, ma che sono un prezioso tassello per la narrazione. Il secondo capitolo è dedicato al fratello Quentin, e sono pagine di grande intensità, con picchi di pura poesia.
    La seconda parte del romanzo prosegue con una narrazione quasi classica, che permette a tutto quello che lo ha preceduto di avere un senso e di collocarsi nel giusto contesto, la madre una donna inadeguata in tutto chiusa nel suo mondo con una percezione della realtà assolutamente decontestualizzata e incapace di provare vera empatia per i suoi figli, e poi Jason, il figlio maggiore, che passa tutta la sua vita a crearsi una reputazione di uomo giusto e trasparente, ed è davvero il peggiore fra tutti, quello che emerge e che veniamo a sapere è ben peggiore di quanto immaginato. In definitiva tutti i componenti familiari sono dannati, tragicamente persi. I temi trattati da Faulkner sono molteplici, dai pregiudizi, alle apparenze, dalla questione razziale, all’incesto, dall’etica sociale e morale all’assenza di valori basici. Un grande affresco di un’America del sud, rurale, provinciale e autoreferenziale.
    Su tutti si salva solo Dilsey, la serva di colore, che rappresenta il vero focolare della famiglia che lei tenta disperatamente di tenere insieme, e ovviamente Benjamin, per la purezza della sua innocenza.

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  • 5

    Sono due ore che cerco di mettere giù qualche parola su questo libro, e per il momento l'unica cosa che sono riuscito a fare è sfogliarlo avanti e indietro rileggendone praticamente metà. La verità è ...continue

    Sono due ore che cerco di mettere giù qualche parola su questo libro, e per il momento l'unica cosa che sono riuscito a fare è sfogliarlo avanti e indietro rileggendone praticamente metà. La verità è che mi sento piuttosto inadeguato a parlare di questo romanzo, soprattutto dopo una sola lettura. (Una e mezza, ok). Quindi quella che segue non è una recensione, ma una raccolta di idee confuse — poi un giorno, quando ne sarò in grado, farò una recensione migliore.

    "L'urlo e il furore" è un romanzo immenso. E per immenso intendo che c'è tutto quello che si può cercare in un romanzo: c'è la trama, ci sono i personaggi, c'è il modo di raccontare. Se quest'ultimo, con un Faulkner che si scopre egregiamente il capo davanti al genio joyciano, è per buona parte del libro l'elemento caratterizzante e che sicuramente segnerà il lettore nell'impresa, non meno importanti sono i primi due. Perché se tutti (?) sono capaci di costruire un lungo stream of consciousness ricco di splendide immagini, non tutti sono capaci di usarlo per raccontarci una storia complessa come questa di Faulkner. Complessa non dal punto di vista della trama — riassumibile anche in poche righe —, ma complessa per gli argomenti trattati: andiamo dal suicidio all'incesto, dalla misoginia alla situazione razziale, dalla libertà di costumi alla malattia mentale, dalla correttezza morale a quella sociale. Faulkner riesce a rappresentare con meno di dieci personaggi ognuna di queste categorie, e con un doppio filo che li lega: il primo, più visibile, è quello che ce li mostra far parte tutti della stessa famiglia (madre, quattro figli, una nipote, i servi che lavorano per loro); il secondo è che ci troviamo davanti a personaggi confusi sul loro stesso essere. Tutti gli appartenenti alla famiglia dei Compson, con la sola eccezione del figlio ritardato e dell'anziana serva nera, vivono in un mondo che sembra non essere quello giusto per loro, e in questo vi si muovono come ombre — le stesse ombre che più e più volte escono nel racconto di Benjamin, il figlio ritardato, e in quello di Quentin, il figlio suicida. I Compson sono perennemente in lotta con ciò che li circonda, pronti a sovvertire l'immagine che gli altri hanno di loro, e lo vediamo benissimo nei tre figli: Caddy scappa di casa, Quentin risolve la sua vita in un gesto incomprensibile, Jason si costruisce un'identità senza macchia ma nel privato è peggiore di tutti gli altri. È una isteria collettiva che nasce dalla difficile situazione famigliare e che Faulkner ci racconta dai singoli punti di vista, tanto differenti fra loro che nell'essere così stridenti non si hanno dubbi: Faulkner ci sta raccontando qualcosa che, se non è reale, potrebbe assolutamente esserlo.

    Si è parlato di splendide immagini. Faulkner ha inserito in questo libro alcune delle più belle scene che io abbia mai trovato in un libro, e ce ne sono tre in particolare che non mi abbandoneranno facilmente. La prima è quella di Benjamin, il figlio ritardato, la cui percezione avviene anche attraverso l'olfatto, ed è con questo che riconosce la sorella Caddy, quella "con l'odore degli alberi". Un'altra è quella di Quentin e del suo rompere il vetro dell'orologio per staccarne le lancette, portando poi con sé questo oggetto inutilizzabile per il suo scopo principale ma inconfondibile nel suo ticchettio che sovrasta gli altri rumori. Infine, quando nel suo peregrinare Quentin accompagna per mano una povera bambina sperduta, bambina in cui non facciamo fatica a riconoscere la perduta sorella Caddy, di cui è infatuato e di cui non sopporta la scomparsa: così come la bambina gli verrà infine strappata di mano, ugualmente la sorella che avrebbe voluto salvare gli è stata tolta dall'uomo che la sposerà per poi abbandonarla. In questa lunghissima metafora che si dilunga per pagine e pagine Faulkner raggiunge apici narrativi veramente altissimi, apici mantenuti per tutto il capitolo in cui ci racconta di questo personaggio, Quentin, uno dei migliori della produzione letteraria faulkneriana.

    Non doveva essere una recensione, quindi non posso dirvi come questo libro vada letto assolutamente, anche se per la prima metà vi sembrerà incomprensibile. La prima parte è incomprensibile — dubitate di chi vi dice il contrario —, ma arrivando a metà libro vedrete che tutto assume un senso. A fine lettura, quando inevitabilmente tornerete a rileggere le prime pagine, vi accorgerete anzi che il finale vi era già stato praticamente raccontato in apertura. È uno dei "miracoli" faulkneriani per cui questo libro si rivela incredibile dalla prima all'ultima pagina, anche dopo una rilettura sommaria. Non vedo l'ora, in effetti, di poterlo rileggere con calma fra qualche anno per scoprire ancora di più sui Compson.

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  • 5

    Il tempo è incubo

    “Certe volte a furia di ripeterlo riuscivo a prendere sonno finché dopo che vi si mischiò il caprifoglio tutta la faccenda venne a simboleggiare la notte e l'inquietudine e mi pareva di stare là diste ...continue

    “Certe volte a furia di ripeterlo riuscivo a prendere sonno finché dopo che vi si mischiò il caprifoglio tutta la faccenda venne a simboleggiare la notte e l'inquietudine e mi pareva di stare là disteso senza dormire e senza essere sveglio guardando verso il fondo di un lungo corridoio di grigia penombra dove tutti gli oggetti concreti erano diventati vaghi e paradossali ombre tutto ciò che avevo fatto ombre tutto ciò che avevo provato e sofferto ombre che assumevano forme visibili grottesche e perverse beffarde irrilevanti coerenti esse stesse con la negazione del significato che avrebbero dovuto affermare pensando che ero non ero chi non era non era chi”.

    Ombra, shadow è la parola chiave di questo libro di Faulkner, che ho letto due volte di seguito, e rappresenta l'identità dei personaggi nell'evoluzione della narrazione. La loro identità è ansiosamente dubbia: come è stato scritto, i personaggi di questo romanzo non conoscono se stessi e non possono essere mai la stessa persona; per questo faticano a vivere integrati nel corpo sociale, eppure danno vita a un'epica di voci che si inseguono e si intrecciano, dove passato e presente, verità e menzogna, tragedia e commedia convivono. “Life's but a walking shadow”, dal Macbeth shakespeariano. Testo costruito sulla tecnica del flusso di coscienza, con debito joyciano, il romanzo racconta la storia della caduta di una famiglia della decadente aristocrazia del South americano, tra rovina finanziaria e dissoluzione morale, nella terra dei vinti dopo la guerra civile. La fede religiosa perde concretezza e i legami affettivi vengono travolti dalla disgrazia sociale. Il racconto espone gli eventi in modo non lineare, introducendo salti cronologici e cambiamenti improvvisi nel punto di vista. L'uso espressionistico del linguaggio e l'alternanza di registri narrativi sono caratteristici di una forma riconosciuta come appartenente al modernismo, la cui qualità fondamentale è la complessità, in una materia linguistica oscura, ricca e e abbondante, come ben scrive in prefazione Emilio Tadini, parlando della paura di non poter conoscere e non poter rappresentare. E di qui il movimento, l'esperimento, la nominazione, le corrispondenze, l'iperbole. Di quella complessità tecnica e oscurità non metaforica ne sono prova le parole poetiche e evocative di esplorazioni nell'interiorità, nei paesaggi dell'animo: ”Dove cadeva l'ombra del ponte potevo spingere lo sguardo molto in basso, ma non fino in fondo. Quando lasci una foglia nell'acqua per molto tempo dopo un po' il tessuto se ne va e restano le fibre delicate a ondeggiare con la stessa lentezza dei movimenti che si fanno nel sonno. Non si toccano, anche se prima formavano un groviglio, anche se prima erano state vicinissime alle nervature”. La storia di Candace osservata da ciascuno dei suoi tre fratelli mette in luce la natura enigmatica e molteplice della realtà umana. I fratelli Compson sono creature violente e complesse, contraddittorie e dinamiche, tra redenzione, compassione, colpa e castigo. La forma romanzo viene spinta oltre i suoi estremi confini, dentro i suoi stessi limiti, tra corpo ed eterno: è il percorso di individui che lottano in un destino tragico e inesorabile. Faulkner descrive e narra con potenza introspettiva il conflitto tra passione sconsiderata e spietato cinismo, tra vocazione alla armonia e inclinazione catastrofica: responsabili del peccato comune, uniti in un inferno che protegge, escludendo gli altri, nel cuore nero e maledetto del profondo e reazionario Sud, il Sud sconfitto e biblico, in crisi di identità. L'Urlo e il furore è una favola mitologica ambientata in una immaginaria contea di Yoknapatawpha, a Jefferson, nel Mississippi, dove una donna perduta e ripudiata definisce gli altri personaggi nella scelta quotidiana tra il dolore e il nulla, mentre le pulsioni negate del desiderio sono una condanna da scontare, una ferita originaria: il lato tragico dell'esistere denota la fiducia nel nucleo irriducibile di dignità e speranza umana, evidenziando il sacrificio e la resistenza necessarie a raggiungere profondità di visione e piena consapevolezza. I personaggi faulkneriani si chiedono perché sono al mondo e misteriosamente amano la morte, sprofondando così in un'esperienza di vita metafisica e ineffabile, al di là dei sentimenti. Sono personaggi irregolari, tormentati, irrimediabilmente dannati, con un disagio e una disperazione che li conducono al disastro, quando non possono evitarlo o mancarlo. Sono segnati nella carne e vivono la maledizione del sangue, convivono con malattia e follia ereditaria e con l'ossessione per la purezza e l'innocenza perdute; sconvolti dalla rottura della moralità e della tradizione etica, si scontrano nel fanatismo dell'onore e della vergogna, si respingono nell'inevitabile attrazione per l'origine, e si confrontano nel partecipare al tramonto di un mondo di valori superato e sconfitto, dove solo resta la pietas dei più deboli: dentro di essi sembra svanire anche la persona e la voce di Faulkner; in qualche modo sono essi stessi illusioni, proiezioni, allucinazioni, fantasmi o appunto ombre.

    “Non te lo do perché tu possa ricordarti del tempo, ma perché ogni tanto tu possa dimenticarlo per un attimo e non sprecare tutto il tuo fiato nel tentativo di vincerlo. Perché, disse, le battaglie non si vincono mai. Non si combattono nemmeno. L'uomo scopre, sul campo, solo la sua follia e disperazione, e la vittoria è un'illusione dei filosofi e degli stolti”.

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