The tin drum

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Publisher: Random House

4.1
(2247)

Language: English | Number of Pages: 582 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) Chi traditional , Chi simplified , German , Spanish , Italian , Catalan , French , Swedish , Portuguese

Isbn-10: 1846553172 | Isbn-13: 9781846553172 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Audio Cassette , School & Library Binding , Softcover and Stapled

Category: Fiction & Literature , History , Humor

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Book Description
Beginning with the unforgettable words 'Granted: I'm an inmate in a mental institution', "The Tin Drum", the narrative of thirty-year-old Oskar Matzerath, is widely acclaimed as one of the greatest novels of the twentieth century. On his third birthday Oskar resolves to stunt his own growth at three feet, and on the same day he receives his first tin drum. Wielding his drum and piercing scream as anarchic weapons, he draws forth memories from the past as well as judgements about the horrors, injustices, and eccentricities he observes through the long nightmare of the Nazi era. Oskar participates in the German post-war economic miracle - working variously in the black market, as an artist's model, in a troupe of travelling musicians - yet he remains haunted by the deaths of his parents, afflicted by his responsibility for past sins. To mark the fiftieth anniversary of publication, Harvill Secker, along with Grass' publishers all over the world, is bringing out a new translation of this classic novel.
The acclaimed translator and scholar, Breon Mitchell, has drawn from many sources: from a wealth of detailed scholarship; from a wide range of newly available reference works; and from discussion with the author himself. After fifty years, "The Tin Drum" has, if anything, gained in power and relevance.
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  • 3

    Mai come in questo libro il circo, il teatro itinerante, l’arte di strada, si sono vestiti da romanzo. La vicenda di Oskar Matzerath, il bambino che all’età tre anni decide attraverso un banale incide ...continue

    Mai come in questo libro il circo, il teatro itinerante, l’arte di strada, si sono vestiti da romanzo. La vicenda di Oskar Matzerath, il bambino che all’età tre anni decide attraverso un banale incidente di interrompere la sua crescita, è certo una storia fatta di menzogne e silenzi maligni, ma prima di tutto è un vagabondaggio ininterrotto da un’espressione all’altra, le forme più giocose dell’arte vi sono tutte rappresentate, seppure il baraccone allestito da Oskar appare sempre come il trampolino per una futura tragedia, anzi, proprio quando più ghigna, l’eterno nano di tre anni è più crudelmente sprofondato nelle vicende storiche.
    Le attraversa tutte, dalla caduta di Danzica all’affermazione del nazismo fino all’ascesa di Stalin e alle riforme del dopoguerra. In che modo, però, Oskar si pone davanti a questi continui cambiamenti? Proprio nella coerente ambiguità con cui Günter Grass rappresenta il suo personaggio consiste l’eredità più duratura che questo libro può aver lasciato. La voce di Oskar suona non di rado ingenua, spesso ai limiti della follia, eppure il suo animo è menzognero, subdolo, disposto a trarre profitto dalla menomazione fisica, per altro voluta. La viltà, seppure mascherata da capriccio infantile, non appare affatto un sentimento che sia intenzionato a respingere. Basti pensare al doppio patricidio.
    La seconda parte del libro si apre con l’assedio e la disperata resistenza del palazzo della posta di Danzica: ebbene, nonostante Oskar fino ad allora non avesse fatto che tessere le lodi del suo patrigno, segreto amante della madre, Jan Bronski, lasciando addirittura supporre che fosse il suo padre biologico, durante l’irruzione dei nazisti nell’edificio fa di tutto per tradirlo, compie una serie di gesti che aggravano la sua posizione o rendono più semplice la sua cattura. Quando invece la Germania perderà la guerra, quello stesso atteggiamento lo mostrerà nei confronti del suo vero padre, il signor Matzerath, sempre osteggiato o vilipeso, consegnandolo di fatto con uno stratagemma insulso ai soldati dell’Armata Rossa come simpatizzante hitleriano.
    La tendenza alla distruzione di Oskar è a volte comica, confonde e diverte, ma resta attaccata come un male inestirpabile ai suoi istinti più profondi. Nella prima parte del libro, quella sicuramente più riuscita e colorita, dominata dal personaggio indimenticabile della nonna e da episodi che sembrano rielaborare e rinvigorire magnificamente fiabe e leggende popolari, questa tendenza appare come un carattere ereditario. Il nonno Koljaiczek, il cui destino finale rimane incerto fino alla fine del libro, era stato un incendiario, ma la sua ribellione aveva un carattere sociale, una rivolta contro l’autorità e lo sfruttamento, mentre Oskar pare distruggere quasi indiscriminatamente. La violenza devastatrice insita nell’uomo, e portata alle estreme conseguenze dalla Germania nazista, pare esserglisi attaccata addosso come una seconda pelle, e non a caso si manifesta in un urlo inumano, capace di rompere qualsiasi vetro, forse in ricordo della notte dei cristalli che segnò di fatto l’esplosione dell’odio nazista senza mascheramenti.
    Oskar diventa un personaggio contro quando esteriorizza la sua voce, quando per esprimersi si affida a uno strumento, il tamburo di latta del titolo appunto, e anche quando dopo la riforma monetaria del dopoguerra entrerà a far parte di un’orchestrina jazz e il tamburo assumerà un carattere economico, garantendogli fama e ricchezza, l’aspetto eversivo non scompare totalmente dalla sua musica. I bersagli sono la famiglia, la scuola, le parate naziste, soprattutto la religione, la sua ritualità, la sua stessa iconografia. Oskar irride sempre, si fa sacrilego e blasfemo, in tutte le tre parti del romanzo il sacro è colpito con azioni spettacolari e dalla forte carica scenica, Gesù è anche il nome che a un certo punto Oskar beffardamente si attribuisce. Tuttavia è una dissacrazione che a parte il riso non ha mai uno sfogo positivo. Il delitto è la sola azione incisiva verso cui si evolve. Oskar rimane uno spirito deforme. Anche quando alla fine della guerra cresce, in realtà non cresce affatto. Il suo corpo si ingobbisce, acquista in bruttezza, le sue ossa allungandosi di qualche centimetro non fanno che provocargli dolori acutissimi, la sua altezza varia senza per questo prendere un’apparenza di normalità.
    Lo stile di Grass è ricchissimo, spesso altre voci narranti si accavallano a quella di Oskar, altre forme di scrittura, il teatro soprattutto, si alternano alla narrazione romanzesca; a inserti di splendida poesia, come la toccante invocazione a Roswitha, uno dei più anomali personaggi femminili del romanzo (“Oh Roswitha, non so quanti anni avevi, so soltanto che misuravi novantanove centimetri, che nella tua voce parlava il Mediterraneo, che odoravi di noce moscata e cannella, che a tutti sapevi guardare nel cuore, solo nel tuo non guardasti”) succedono iterazioni che mimano quasi il percuotere ossessivo del tamburo di Oskar, ma che con il progredire della lettura affaticano un po’, soprattutto la seconda e la terza parte del libro le ho lette con estrema lentezza. Alcuni episodi sono inutilmente debordanti; la dismisura è uno dei punti distintivi, se non di forza, del romanzo novecentesco, ma la pluralità espressiva si fa spesso verbosità, tanto che anche il narratore si sente in più di qualche occasione in dovere di denunciarla, cercando però di spiegare le ragioni che lo hanno spinto a ricorrervi. Un espediente che non cancella del tutto le evidenti cadute.

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  • 2

    Non sono nessuno per criticare una delle opere più famose del novecento. Ma devo essere onesto, ho fatto veramente fatica a leggere questo libro, purtroppo la noia ha prevalso sulla curiosità,

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  • 4

    Bello ma...

    Bello, sì sì, non c'è che dire. Scritto benissimo, ne sono convinta eppure.... ho fatto una fatica terribile per finirlo. Non so, credo che semplicemente non fosse nelle mie corde. Ma bello eh! ...continue

    Bello, sì sì, non c'è che dire. Scritto benissimo, ne sono convinta eppure.... ho fatto una fatica terribile per finirlo. Non so, credo che semplicemente non fosse nelle mie corde. Ma bello eh!

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  • 4

    Come il tamburo: bacchette piene di spirito e voglia di andare. A volte, però, ripetono lo stesso ritornello. E in una lunga marcia non è proprio il massimo

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  • 2

    Finirlo è stata un penitenza. Avrei voluto spaccare quel stupido tambro in testa a Oskar dopo 100 pagine... sorbirmi le altre 500 è stata dura. Ok andrà anche letto... e la mateafora sulla Germania... ...continue

    Finirlo è stata un penitenza. Avrei voluto spaccare quel stupido tambro in testa a Oskar dopo 100 pagine... sorbirmi le altre 500 è stata dura. Ok andrà anche letto... e la mateafora sulla Germania... e il nazismo... e la guerra... e il dopoguerra... e la rimozione... o la non rimozione... tutto quello che volete. Ma che palle!

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  • 5

    Le parole del Tamburo di latta sono gli aghi dell’agopuntura che scivolano nel corpo e cercano il male per distruggerlo. Entrano nei personaggi, negli abusi di potere, nelle vicende che governano il ...continue

    Le parole del Tamburo di latta sono gli aghi dell’agopuntura che scivolano nel corpo e cercano il male per distruggerlo. Entrano nei personaggi, negli abusi di potere, nelle vicende che governano il mondo e tutti i corpi vengono da essi infilzati, analizzati, interrogati. E il grottesco la fa da padrone e risponde agli interrogativi, alle debolezze, ai sospetti, alle diabolicità, ai soprusi, alle disuguaglianze. Il grottesco infilza la stanchezza fisica, morale, intellettuale, spirituale dell’umanità.” (dalla recensione di Enzo Schiavi)

    Mentre cercavo un esordio per questo commento, fra i sinonimi di “grottesco” ho trovato – oltre a bizzarro, stravagante, caricaturale – anche brutto, deforme, mostruoso.
    Deforme. Ecco qui: non è solo Oskar ad essere deforme (brutto no, mostruoso a volte sì e non fa nulla per nasconderlo), è l’intero romanzo ad esserlo. Un romanzo deforme che – sulla scia della tradizione picaresca e in un ambiguo rapporto di imitazione/stravolgimento del romanzo di formazione tedesco* – piega, altera la forma tradizionale e, attraverso quest’aberrazione, si offre di interpretare la realtà sotto una luce diversa. É quello che fa Oskar quando, ormai è inutile ripeterlo, sceglie di diventare un outsider arrestando volutamente la propria crescita in segno di rifiuto, di difesa e allo stesso tempo di forza nei confronti della società che lo circonda; tant’è vero che egli fin dall’inizio si autodefinisce un “eroe”, riconosce la propria superiorità intellettuale e, seguendo gli insegnamenti del suo “maestro” Bibra, si pone non come spettatore, bensì come protagonista della tribuna della vita. Un paradosso, se pensiamo al contesto politico-ideologico nel quale è ambientata la vicenda, l’ascesa del nazismo: calcare il palco non nelle vesti di un superuomo, ma di una creatura reietta dalla società, che proprio in virtù della sua marginalità ha il privilegio di smascherare le ipocrisie dei benpensanti, di contemplare la bassezza della natura umana e decidere di non farne parte.

    É per questo che ho un debole per i romanzi che io, esagerando, amo definire “folli”. Quelli in cui l’assurdità, l’eccesso non sono fini a se stessi, ma diventano l’unico strumento possibile per essere ancora più realisti, ancora più “chirurgici”... perchè in questi casi solo trascendendo la “normale” soglia della verosimiglianza riusciamo a catturare e a restituire gli aspetti più torbidi della realtà (penso, per citarne alcuni, a Il teatro di Sabbath di Roth, Mentre morivo di Faulkner, Perturbamento di Bernhard, Viaggio al termine della notte di Cèline, Il maestro e Margherita di Bulgakov...)
    Credo che sia inutile insistere sulla complessità stilistica e simbolica di quest’opera (il nanismo prima e la deformità poi, il tamburo, la voce vetricida, il rapporto coi propri padri, il senso di colpa, ecc.). Basti sapere che ogni fase della vita Oskar, ogni sua scelta, ogni suo atteggiamento, giusto o sbagliato, condivisibile o no, si porta dietro un significato profondo, senza tuttavia tradire mai la vocazione letteraria del romanzo. Questo per dire che, per quanto denso di contenuti, Il tamburo di latta costituisce uno di quei rari casi in cui forma, anzi, de-formità e sostanza si integrano perfettamente, al punto di dare l’impressione che non vi è nulla di “troppo” e nulla di “non abbastanza” : che tutto, insomma, non poteva essere che così.

    Un’ultima parola la spendo sul valore delle scelte di volta in volta compiute da Oskar. É vero che a ognuna di esse è offerta in qualche modo una “giustificazione” (caso emblematico: Oskar decide di smettere di crescere, e per questo cade nella botola lasciata inavvertitamente aperta dal padre/non padre Matzerath, cogliendo così anche l’occasione per dare ad altri, oltre che a se stesso, una valida ragione per odiarlo), ma è anche vero che tale giustificazione è piuttosto un pretesto offerto a questi “altri”, che ne hanno bisogno molto più di lui.

    Sin dall’inizio mi era chiaro: gli adulti non ti comprenderanno , se non ti vedranno crescere più in modo visibile (e, già qui, una bella “frecciata” alla gente comune, incapace di cogliere una “grandezza” che non sia meramente fisica) ti considereranno un tardone, trascineranno te e il loro denaro da cento medici e, se non la tua guarigione, vorranno almeno una spiegazione della tua malattia. Per ridurre al minimo sopportabile la noia dei consulti dovevo dunque fornire, ancor prima che il medico si pronunciasse, una ragione plausibile dell’arresto della mia crescita.

    In questa presa di coscienza della necessità dell’uomo di trovare a tutti i costi una spiegazione, si nasconde secondo me un grandissimo messaggio che ci fa tornare alle considerazioni iniziali sul grottesco e sulla deformità. Non è Oskar che ha bisogno dei propri stratagemmi, è il resto del mondo che li pretende: incapace com’è, come siamo, di accettare la realtà così come si presenta – con le sue brutture e mostruosità, coi suoi eccessi e i suoi assurdi – ma incapaci anche di accettare le forme bizzarre di una protesta, di un uscire fuori dal coro che sveli e denunci queste stesse assurdità, meglio ingannarci e farci credere che una spiegazione, per quanto fasulla, sia sempre possibile e lasciare il privilegio di contemplare la verità ai pochi “grandi” che lo meritano davvero.

    Un capolavoro che vale la propria fama e l’impegno (non la fatica) che ci vuole per portarlo a termine.
    5/5

    * Consiglio vivamente a tutti gli interessati la lettura di questo breve saggio di Alessandro Costazza: Oskar Matzerath e le stratificazioni di senso di un personaggio www.ledonline.it/acme/allegati/Acme-09-II-05-Costazza.pdf
    Semplice, chiaro e molto interessante; spiega bene quello che io neanche ho voluto sfiorare su alcune delle simbologie interne al romanzo e sul rapporto che ha quest’ultimo con il romanzo picaresco e quello di formazione. Merita.

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  • 5

    Un redoble...

    Excelente historia de vida de Oscar que, con el pasar del tiempo, no quiere crecer y enfrentar la madurez. Brutal a veces y cómicamente destilante, es una obra para aquellos quienes no quieren crecer. ...continue

    Excelente historia de vida de Oscar que, con el pasar del tiempo, no quiere crecer y enfrentar la madurez. Brutal a veces y cómicamente destilante, es una obra para aquellos quienes no quieren crecer.

    Recomendado para aquellos que quieran recordar la infancia y sientan que su marca es imborrable.

    Además, hayq ue tenerle paciencia al libro, hay que acostumbrarse al ritmo de Grass impuso en la obra... ¡pero vale la pena!

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  • 0

    No, non è per me. Non mi piace come scrive, non mi piacciono gli artifizi letterari che usa (surreale ma non abbastanza), trovo noiosa la trama. Mi sono arenata poco oltre le 100 pagine... speravo ci ...continue

    No, non è per me. Non mi piace come scrive, non mi piacciono gli artifizi letterari che usa (surreale ma non abbastanza), trovo noiosa la trama. Mi sono arenata poco oltre le 100 pagine... speravo ci fosse più storia e meno stramberie, ma la storia entrava di sfuggita e nel complesso l'impostazione del romanzo non mi catturava.

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