Things Fall Apart

By

Publisher: Penguin Books

4.0
(345)

Language: English | Number of Pages: 152 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , German , Catalan , Spanish , French , Chi simplified , Polish , Basque , Czech , Dutch

Isbn-10: 0141186887 | Isbn-13: 9780141186887 | Publish date:  | Edition 1

Preface Biyi Bandele

Also available as: Hardcover , Audio CD , Audio Cassette , Library Binding , School & Library Binding , Others , eBook

Category: Fiction & Literature , History , Religion & Spirituality

Do you like Things Fall Apart ?
Join aNobii to see if your friends read it, and discover similar books!

Sign up for free
Book Description
Originally published by Heinemann, 1958.
This edition published by Penguin Books, 2001.
Introduction by Biyi Bandele, pp. vii-xiii.
Sorting by
  • 5

    Autore: nigeriano (1930-2013). Romanzo.

    Attenzione: è un romanzo che parla di nigeriani, che si chiamano con nomi nigeriani e vivono secondo consuetudini nigeriane.
    Se Okonkwo sembra un alieno nome im ...continue

    Autore: nigeriano (1930-2013). Romanzo.

    Attenzione: è un romanzo che parla di nigeriani, che si chiamano con nomi nigeriani e vivono secondo consuetudini nigeriane.
    Se Okonkwo sembra un alieno nome impronunciabile, meglio scegliersi una novità di provenienza più nota, magari con dei tranquillizzanti Kevin.

    Se picchiare ogni tanto la moglie sciatta (per giusta causa e non troppo), se è obbligo rispettare la profezia di una veggente, avere una teogonia che prevede un dio capo dei capi ed una serie di divinità minori per le necessità quotidiane, se in casi particolari viene previsto un sacrificio umano, se le norme che regolano i rapporti sociali sono immutabili nel tempo, se tutte queste cose ed altre infastidiscono o ci fanno dire “ma noi” è forse meglio non leggerlo.

    Non gli si renderebbe giustizia.

    Alcuni villaggi, le antiche regole e consuetudini, la coltivazione dell’igname soprattutto, il mercato, gli incontri di lotta, le capanne racchiuse in un recinto, le infrazioni così rare e lontane nel tempo da perdere credibilità, la giustizia esercitata dai capi mascherati da demoni (perché non è l’uomo a giudicare, ma lo spirito che rappresenta), le decisioni che vengono accettate sempre e comunque.

    E poi arriva l’uomo bianco. con la sua incomprensibile religione e le sue leggi feroci, esportatore di civiltà e possessore di tutte le verità.
    E quel piccolo e collaudato mondo è destinato a soccombere. Secoli di una vita alla quale sono tutti adattati e che riconoscono come propria, nel bene e nel male, non ci sarà più.
    Nel film degli africani, degli indios, degli uomini delle pianure l’uomo bianco è il marziano cattivo e il film non finisce bene.

    PS. per maggior informazione e visto che Yeats mi piace, aggiungo il brano poetico dal quale è tratto il titolo.
    Girando e girando nella spirale che si allarga
    il falco non può udire il falconiere;
    le cose crollano; il centro non può reggere;
    mera anarchia è scatenata nel mondo.

    W.B. Yeats (Il secondo avvento)

    24.11.2016

    said on 

  • 4

    Un romanzo di grande cultura

    Letto nella nuova edizione Nave di Teseo (non ricordavo di possederne una copia e/o, mi affretterò a restituire il doppione), questo romanzo fa vivere una esperienza culturale completa e affascinante. ...continue

    Letto nella nuova edizione Nave di Teseo (non ricordavo di possederne una copia e/o, mi affretterò a restituire il doppione), questo romanzo fa vivere una esperienza culturale completa e affascinante.
    Achebe non solo è grande narratore (il ritmo del romanzo è avvolgente e ipnotico, la figura del protagonista è tratteggiata con spietata sincerità e senza indulgenza) ma è anche grande "storico" e antropologo: la civiltà del Basso Niger, con tutte le sue contraddizioni, quelle che a noi occidentali paiono assurdità, crudeltà, irragionevoli spietatezze, emerge prepotentemente, con la stessa prepotenza con cui "i mandati da Dio" delle missioni cristiane dividono e destabilizzano la popolazione indottrinata.
    La bellezza del romanzo sta nel fatto che non è per nulla un libro "a tesi": Achebe non si propone di giudicare, di mettere in competizione due mondi.
    Li fa interagire, senza risparmiarsi di rappresentare il peggio (ma forse anche il meglio) dell'una e dell'altra.
    Il rispetto delle diversità, ma anche il gusto della narrazione pura

    said on 

  • 4

    La storia è di chi la racconta

    Alla ricerca di un'Africa autentica e ormai dimenticata, e non trovando la versione italiana ('Il crollo'), ho percorso le vicende di Okonkwo e del suo villaggio in inglese, e perciò lentamente, assap ...continue

    Alla ricerca di un'Africa autentica e ormai dimenticata, e non trovando la versione italiana ('Il crollo'), ho percorso le vicende di Okonkwo e del suo villaggio in inglese, e perciò lentamente, assaporando le sfumature e l'atmosfera solenne ma essenziale e deliziosamente descrittiva di questa edizione.

    Vicende che narrano di un mondo diverso, ma definito e onorevole, armonico e pacifico, e di come l'arrivo dell'uomo bianco, delle sue verità e della sua malafede lo abbia schiacciato e snaturato per sempre. Raccontandoci poi, l'uomo bianco, della sua meritoria opera di civilizzazione, in realtà rapace e impietosa.

    Nell'ottica dei nostri giorni, anche una potente metafora di come uomini senza valori ma senza scrupoli e avidi di potere porteranno il mondo fuori dal cammino di saggezza e progresso reale che pure sarebbe possibile se i 'giusti' fossero anche più uniti, determinati e intransigenti.

    Molto bello, inspiegabilmente fuori catalogo in Italia.

    said on 

  • 4

    http://caminosquenollevananingunsitio.blogspot.com.es/2016/03/notas-sobre-todo-se-derrumba-chinua.html

    Una región de nueve aldeas. Un guerrero fuerte y decidido. Los dioses que acompañan a cada person ...continue

    http://caminosquenollevananingunsitio.blogspot.com.es/2016/03/notas-sobre-todo-se-derrumba-chinua.html

    Una región de nueve aldeas. Un guerrero fuerte y decidido. Los dioses que acompañan a cada persona, las palabras de los oráculos y la Tierra una diosa a la que cuidar y santificar, las noches oscuras donde sólo está el sonido de los insectos y el mundo parece terminar y las noches de luna y su luz que anima la vida de la comunidad, la llegada de las langostas y niños embrujados que vuelven una y otra vez al vientre materno, el bosque del Mal donde abandonar bebés gemelos y malos hombres y los ritos que resucitan las voces de los viejos espíritus y las luces de las luciérnagas, la vida que transcurre entre la siembra y la recolección, entre la lluvia y la sequía, entre las ceremonias religiosas a docenas de dioses, esa vida, ese tiempo, cambiados por la llegada del hombre blanco con su religión y su justicia y su visión única y un mundo que muere poco a poco.

    Todo se derrumba oscila entre el intimismo de una vieja leyenda con fantasmas y espíritus, el relato antropológico y un destino que se adivina fatal y del que es imposible escabullirse. Okonkwo es el mayor guerrero de las nueve aldeas, ansía el poder y deshacerse de la imagen de su padre, al que cree perezoso y fracasado, es enérgico y, en él, se guardan las tradiciones ancestrales, vive con sus tres esposas e hijos, espera que alguno le suceda y llegar a poseer los cuatro títulos, el mayor honor del poblado. Okonkwo no demuestra debilidad ni simpatía, es una presencia absoluta en su familia y en la aldea. Y es a través de él, de su búsqueda de poder, que somos testigos de la vida y las costumbres de su aldea.

    Chinua Achebe cruza la vida de Okonkwo con los ritos y ceremonias del clan. Por momentos, Todo se derrumba es una fotografía de un instante en la vida de la aldea, cuando aún se conservan las tradiciones. Achebe nos habla de los nueve espíritus que imparten justicia, del bosque del Mal donde abandonar todo aquello que parezca maléfico y pueda dañar a la comunidad, del Oráculo que habla a través de una sacerdotisa y avisa sobre el futuro y qué hacer para sobrevivir, de la semana de la Paz y las diferentes caras de la muerte, de los niños que regresan al vientre materno, de las noches oscuras que esconden temores y horrores desconocidos y los rituales a la diosa Tierra. Achebe nos acerca una vida desconocida y fuera del tiempo.

    Okonkwo es desterrado siete años por matar sin querer a un muchacho del clan (una muerte femenina según la creencia). La muerte no como venganza sino como compensación. En esos siete años, ve en la distancia cómo la vida de su aldea cambia poco a poco. Primero las noticias de un hombre blanco y su caballo de hierro. Luego, los misioneros que hablan de un dios único y que construyen iglesias y traen una nueva justicia. A su regreso, Okonkwo no volverá a su aldea tal como la dejó, sino a un momento donde todas las creencias, ceremonias y ritos del clan son puestos en duda. Achebe muestra la visión enfrentada entre las creencias del extranjero y las que son propias de la aldea, cómo el hombre europeo arraiga en la tierra de Okonkwo primero con palabras y luego con la fuerza, sin querer conocer la forma de vida de los clanes más que para escribir un libro pintoresco sobre África y sus tribus.

    Okonkwo acababa de apagar la lámpara de aceite de palma y de estirarse en la cama de bambú cuando oyó el ogene del pregonero que penetraba el aire de la noche. Gome, gome, gome, gome, tronaba el metal hueco. Después el pregonero dijo su mensaje y, al final, volvió a golpear su instrumento. Y el mensaje era éste. Se pedía a todos los hombres de Umuofia que mañana por la mañana se reunieran en la plaza del mercado. Okonkwo se preguntó qué pasaría, pues desde luego estaba seguro de que algo andaba mal. Había percibido un claro tono de tragedia en la voz del pregonero, e incluso ahora lo seguía oyendo mientras se iba apagando lentamente en la distancia.
    La noche era muy tranquila. Siempre eran tranquilas, salvo cuando había luna. La oscuridad significaba un vago terror para aquella gente, incluso para los más valientes. A los niños se les advertía que no silbaran de noche, por miedo a los malos espíritus. Los animales peligrosos se hacían todavía más siniestros e impredecibles en la oscuridad. De noche nunca se mencionaba a la serpiente por su nombre, porque lo oiría. Se hablaba de una cuerda. De manera que aquella noche concreta, a medida que la voz del pregonero se iba quedando gradualmente absorbida por la distancia, volvió a reinar en el mundo el silencio, un silencio vibrante intensificado por el chirrido universal de un millón de millones de insectos de la selva.
    Las noches de luna todo era diferente. Entonces se oían las voces alegres de los niños que jugaban en los campos abiertos. Y quizá las de quienes no eran tan jóvenes, que jugaban en parejas en lugares menos abiertos, y los ancianos y las ancianas recordaban su juventud. Como dicen los ibos: «Cuando brilla la luna a los cojos les entran ganas de salir a dar un paseo».

    ***

    —Si dejamos a nuestros dioses y seguimos a tu dios —preguntó otro hombre—, ¿quién nos va a proteger contra la ira de nuestros dioses y nuestros antepasados abandonados?
    —Vuestros dioses no viven y no os pueden hacer ningún daño —replicó el hombre blanco—. Son pedazos de madera y de piedra.
    Cuando se interpretaron esas palabras a los hombres de Mbanta, éstos rompieron a reír burlones. Aquellos hombres tenían que estar locos, se dijeron los unos a los otros. Si no, ¿cómo podían decir que Ani y Amadiora eran inofensivos? ¿Y también Idemili y Ogwugwu? Y algunos de ellos empezaron a marcharse.
    Entonces los misioneros empezaron a cantar. Era uno de aquellos aires alegres y animados del evangelismo que tenían la facultad de recordar emociones silenciosas y polvorientas en el corazón de los ibos. El intérprete explicaba cada nueva estrofa a los asistentes, algunos de los cuales se sentían fascinados ahora. Era una historia de hermanos que vivían en las tinieblas y el temor, ignorantes del amor de Dios. Hablaba de una oveja que se había perdido en el monte, lejos de las puertas de Dios y de las tiernas atenciones del pastor.
    Después de la canción el intérprete habló del Hijo de Dios, que se llamaba Jesu Kristi. Okonkwo, que se había quedado únicamente porque esperaba que se diera la ocasión de echar a aquellos hombres del pueblo o de darles una paliza, dijo entonces:
    —Nos habéis dicho por vuestra propia boca que no había más que un dios. Ahora habláis de su hijo. Entonces debe tener una esposa —la multitud asintió.
    —Yo no he dicho que tuviera una esposa —dijo el intérprete, con una cierta timidez.
    —Tu culo dijo que tenía un hijo —dijo el bromista—. Entonces tiene que tener una mujer, y todos ellos deben tener culos.
    El misionero no le hizo caso y siguió hablando de la Santísima Trinidad. Al final de todo aquello, Okonkwo quedó convencido de que aquel hombre estaba loco. Se encogió de hombros y se marchó a extraer su vino de palma para aquella tarde.
    Chinua Achebe. Todo se derrumba. Traducción de Fernando Santos. Alfaguara

    said on 

  • 4

    "Ha messo un coltello fra le cose che ci tenevano uniti e noi siamo crollati giù."

    Non mi meraviglia che questo romanzo sia diventato così famoso in tutto il mondo. In meno di duecento pagine il nigeriano Chinua Achebe compie un’impresa non da poco: avvicinarci a un mondo e a una cu ...continue

    Non mi meraviglia che questo romanzo sia diventato così famoso in tutto il mondo. In meno di duecento pagine il nigeriano Chinua Achebe compie un’impresa non da poco: avvicinarci a un mondo e a una cultura a noi completamente estranei attraverso un personaggio forte, che incarna non tutti, ma molti dei valori tradizionali di questa cultura, per poi mostrarci il crollo dell’una e dell’altro, in concomitanza con l’arrivo dell’"uomo bianco".
    Il romanzo è suddiviso in tre parti ben distinte: la premessa, l’esilio (di cui non dirò le ragioni) – in cui le certezze e i fondamenti, personali e comunitari, cominciano a vacillare – e infine il ritorno, che corrisponde alla resa dei conti. La prima parte è di grandissimo interesse, perchè ci presenta usi, tradizioni e credenze degli ibo in modo non didascalico, ma attraverso stralci di vita qutidiana, raccontati di volta in volta in modo obiettivo, senza alcuna mediazione personale, o attraverso lo sguardo del protagonista Okonkwo, deformati dalle sue paure e ambizioni. Il risultato è un susseguirsi di scene di grande impatto e immediatezza: abbiamo l’impressione di essere davvero lì e di condividere, magari senza comprenderle fino in fondo, le dure leggi della comunità. Ogni membro del clan conosce il suo ruolo, i suoi diritti e i suoi doveri, e se deve essere punito lo accetta senza esitazione perchè la colpa di cui si è macchiato lo ha messo in relazione diretta con la divinità (anzi, con una delle tante divinità alle quali rendere conto) e, se non la estinguesse, ricadrebbe su tutti come una profanazione. Nessuno osa ribellarsi a questo sistema perchè la dimensione comunitaria è molto forte e prevale sugli egoismi personali.

    Benchè, come dicevo, l’approccio non sia affatto didascalico, si intuisce che l’autore ha scritto questo libro soprattutto per noi: il suo intento di rivolgersi, oggi, agli stessi “uomini bianchi” che all’epoca si sono comportati da “invasori” è evidente, come altrettanto evidente è l’intento di denuncia nei confronti di ciò che è accaduto in Nigeria quasi un secolo fa. È anche vero, però, che nessun giudizio morale traspare dal suo modo di scrivere, né nei confronti dei nativi, né dei missionari/conquistatori che dir si voglia. Se un giudizio c’è – a volte duro, pesante, anche nei confronti della sua gente –, questo è espresso dallo stesso Okonkwo, talmente orgoglioso e ambizioso da risultare spesso incomprensibilmente testardo e crudele. É come se egli agisse non tanto per difendere la sua terra e il suo clan, ma solo se stesso, il proprio prestigio. Per questo motivo la “condanna” definitiva, ammesso che ci sia, non è così scontata.

    La cultura degli ibo e quella dell’uomo bianco sembrano essere destinate inevitabilmente allo scontro, anche aldilà delle reali intenzioni dei singoli individui: troppo profondo è il baratro che le separa per potersi anche solo comprendere. È quello che è successo anche a me, nonostante tutto, leggendo questo libro: la prima reazione, all’arrivo dei missionari, è stata di profonda indignazione; allo stesso tempo, però, il mio essere figlia della mia cultura, nella quale comunque credo (così come Okonkwo credeva nella sua), mi ha impedito di assumere una vera posizione super partes: è difficile, leggendo di pratiche ai nostri occhi crudeli e insensate (come quella di gettare i gemelli nella Foresta Malvagia solo perchè nati tali, o di mutilare i bimbi morti perchè ritenuti essere degli ogbanye, bambini malvagi che si reincarnano nel ventre della madre per poi morire di nuovo), accettarle nell’ottica di un rispetto assoluto verso una cultura diversa dalla nostra. Eppure il rispetto, quello vero, è proprio questo: rendersi conto che la diversità può essere accettata solo se ci si immerge in essa, e non limitandosi a giudicarla dall’esterno, ovvero dal proprio (superiore?) punto di vista.

    L’uomo bianco è molto astuto. É venuto adagio e in pace con la sua religione. Noi eravamo divertiti della sua follia e gli abbiamo permesso di restare. Adesso ha conquistato i nostri fratelli e il nostro clan non può più essere quello di prima. Ha messo un coltello fra le cose che ci tenevano uniti e noi siamo crollati giù.
    Un libro-testimonianza autentico e coraggioso, che vale assolutamente la pena leggere.

    said on 

  • 0

    I chose to read the book for the sake of diversity. But I honestly can't say that I enjoyed it very much. I am hesitant to give it a star review because I'm still viewing the story, the language from ...continue

    I chose to read the book for the sake of diversity. But I honestly can't say that I enjoyed it very much. I am hesitant to give it a star review because I'm still viewing the story, the language from an American point of view. It just wouldn't be fair.

    said on 

  • 5

    Finalmente! Ecco una storia sull'Africa raccontata da un africano. Mi è piaciuto tantissimo questo racconto di un famoso guerriero, pieno di orgoglio e di paure, che si arriva quasi a comprendere, non ...continue

    Finalmente! Ecco una storia sull'Africa raccontata da un africano. Mi è piaciuto tantissimo questo racconto di un famoso guerriero, pieno di orgoglio e di paure, che si arriva quasi a comprendere, nonostante i suoi atti violenti. La scrittura è semplice e secca, con frasi corte come i tocchi di tamburo. È un mondo reale ma popolato da spiriti, con le sue gioie e i suoi orrori, nel quale un giorno, attraverso una fessura, si infiltra l'uomo bianco...
    Voto: 9

    said on 

  • 4

    La llegada de los hombres sin dedos en los pies

    Buena novela, de gran interés antropológico. En la primera parte es muy curioso conocer las costumbres de una aldea del África negra, conocer su modo de vida, su sociedad patriarcal, sus creencias y s ...continue

    Buena novela, de gran interés antropológico. En la primera parte es muy curioso conocer las costumbres de una aldea del África negra, conocer su modo de vida, su sociedad patriarcal, sus creencias y supersticiones. Algunas de esas costumbres nos parecen escandalosas y horribles desde nuestro punto de vista como por ejemplo, la de abandonar en el bosque a los gemelos recien nacidos porque los consideraban abominables. Después todo esto salta por los aires con la llegada del hombre blanco imponiendo sus costumbres y sus propias supersti... digo su propia religión, la cristiana. ¿Es esto algo bueno o malo para los hombres negros? Creo que el autor deja que cada lector saque su conclusión. El estilo de Achebe es poco destacable pero lo que me cuenta me interesa mucho.

    said on 

  • 4

    Sebbene collocata in uno spazio e in un’epoca precisi, la vicenda appare in realtà senza luogo e senza tempo, come accade per ogni grande romanzo. Achebe ci parla, infatti, di civiltà negate, di cultu ...continue

    Sebbene collocata in uno spazio e in un’epoca precisi, la vicenda appare in realtà senza luogo e senza tempo, come accade per ogni grande romanzo. Achebe ci parla, infatti, di civiltà negate, di culture dominanti e di tradizioni annientate. Temi attuali nel nostro panorama politico e sociale, che i detrattori liquidano con lo stigma del relativismo. In realtà, il problema non è quello di fittizie classifiche razziali e culturali, bensì quello di potenze imperialiste il cui fine ultimo è, da sempre e oggi più che mai, quello di imporre la supremazia del proprio modello culturale, in una simbolica e fattuale conquista della Terra. “La conquista della terra, che sostanzialmente consiste nello strapparla a quelli che hanno la pelle diversa dalla nostra o il naso leggermente più schiacciato, non è una cosa tanto bella da vedere, quando la si guarda troppo da vicino. Quello che la riscatta è solo l'idea. Un'idea che la sostenga, non un pretesto sentimentale, ma un'idea e una fede disinteressata, qualcosa, insomma, da esaltare, da ammirare, a cui si possano offrire sacrifici”, sosteneva il Marlow conradiano.
    A confutare questa convinzione, anzi a rivelarne tutto il vizio pregiudiziale, si è levata nel 1958 la voce di Okonkwo, l’eroe tragico nato dalla penna di Chinua Achebe.
    Okonkwo è un guerriero di etnia Ibo, la stessa alla quale appartenevano le vittime della guerra seguita al colpo di stato nigeriano del 1966. L’etnia di quei bambini, ventre deformato e occhi come pietre di onice affondate nel latte – fragili quanto l’indipendenza della loro terra, il Biafra – assurti a simulacro della denutrizione per carestia.
    Ma Okonkwo vive centocinquant’anni prima di tutto questo e la sua terra, il villaggio di Umofia, che con altri villaggi si estende intorno all’ultimo tratto del fiume Niger, vive di agricoltura e di commercio, segue i tempi lenti delle stagioni e le armi dei guerrieri ibo sono quelle dei loro antenati, armi che uccidono un solo nemico per volta e non prescindono dal valore e dal coraggio del guerriero che le impugna.

    Di valore e coraggio, Okonkwo ne ha da vendere, ne ha una tale quantità da riuscire ormai a percepire se stesso solo come guerriero, senza mai permettere al suo lato più umano di emergere: reprime i sentimenti che non siano aggressivi, oppresso dal fantasma di un padre che nulla aveva di coraggioso e di forte, un padre pigro e imprevidente che si copriva di debiti e passava il suo tempo sdraiato a suonare il flauto e a conversare. Insomma, colpevole di un'indole che Okonkwo identifica come femminile, dunque debole.
    La virilità è per lui imprescindibile dal rispetto che gli viene tributato e dai ‘titoli’ che la tribù riconosce agli uomini meritevoli. Ma la sua idea di virilità spesso non coincide con quella del clan: in lui è associata solo all'aggressività. Non ha pazienza per i falliti.
    Per dirla tutta, Okonkwo non ha pazienza per nessuno, né per le sue mogli sulle quali alza le mani spesso, né per i suoi figli, che pure ama. Il solo sentimento al quale permette di sgorgare a profusione è la rabbia, e per questo nel suo agire è avventato e irruente.

    Nel clan, invece, esistono personaggi che nulla hanno di femminile e, tuttavia, dimostrano la preziosa capacità di “riflettere sulle cose”. Uno di questi è Obierika, amico del protagonista, che deciderà di non seguire gli uomini nell’uccisione rituale di Ikemefuna, figlio adottivo di Okonkwo. Quest'ultimo, invece, nonostante Ezeudu, l'anziano del villaggio, messaggero del responso funesto dell'Oracolo dei colli e delle caverne, gli consigli di restarne fuori perché “il ragazzo lo chiama padre”, non solo si unirà al viaggio sacrificale ma sarà colui che inferirà col suo machete il colpo mortale, nel timore che il clan possa ritenerlo un debole.
    L'esilio, comminatogli per espiare l'uccisione involontaria di un membro del clan, potrebbe rappresentare per Okonkwo l'opportunità per entrare in contatto con la parte di sé che il fantasma del padre lo spinge a negare. Al contrario, ospite per sette lunghi anni della famiglia della madre in un altro villaggio, non perde occasione per confrontare la mancanza di bellicosità dei propri parenti con la fierezza che, nei suoi ricordi, contraddistingue gli abitanti di Umofia.
    La saggezza, tratto distintivo della famiglia materna, è per lui motivo di biasimo. Non condivide il loro approccio negoziale e accondiscendente e non riesce a comprendere il loro desiderio di tenere sotto controllo l'aggressività e di evitare gli spargimenti di sangue.

    Insomma, quella del protagonista de Il Crollo è, almeno in apparenza, la descrizione di una personalità che noi bianchi identificheremmo con il ‘selvaggio’. In realtà, è proprio attraverso la personalità di Okonkwo – comunque obbediente alle leggi del clan – che emerge, sullo sfondo degli inquietanti rumori notturni e dell'incessante suono dei tamburi, immenso battito del cuore della comunità, il ritratto di una società governata da regole che i bianchi hanno misconosciuto e meticolosamente annientato.
    I bianchi arrivano. Come le locuste che, per la gioia degli abitanti di Umofia, si abbattono sul villaggio talmente numerose da spezzare i rami degli alberi. Ma se queste non possono far danni al raccolto, ormai messo in salvo, e una volta che la rugiada notturna ha appesantito loro le ali, possono essere catturate e fritte, trasformandosi in un cibo raro e prelibato, l’invasione da parte dei bianchi, accolta con lo stesso ingenuo e divertito fatalismo, non sarà altrettanto indolore né, tanto meno, fonte di gioia.

    Anche in questa occasione, Okonkwo non smentisce la sua indole di guerriero e tenta in tutti i modi di smuovere lo spirito dei propri compagni. Per lui la soluzione è una sola e richiede le armi, ma il clan non è disposto a seguirlo nello scontro aperto.
    I bianchi costruiranno la chiesa, sulla terra che Umofia ha loro concesso secondo un divertente e ingenuo piano di battaglia: agli uomini bianchi tutta la terra che desiderano, ma il suolo a loro destinato è quello della Foresta Malvagia, un luogo che per gli abitanti di Umofia è sinonimo di morte sicura. Questa decisione, per quanto strategica, si rivelerà un clamoroso autogol: i bianchi, spiati notte dopo notte, non moriranno, confermando ai più la considerevole potenza del loro dio.

    In uno stillicidio di conversioni – tra le quali, la più dolorosa per Okonkwo, quella del proprio figlio – e di scontri inizialmente verbali, la missione cristiana si allarga e con lei la spaccatura fra gli indigeni e i loro fratelli convertiti. Da piccolo nucleo di conversione religiosa nel villaggio – tanto godibile nella narrazione quanto profondo nel suggerire riflessioni, il tentativo di comprendere il concetto di Santissima Trinità da parte di Okonwko, la cui rassegnata conclusione è che il missionario sia completamente pazzo – l’intervento dei bianchi si estende alle regole civili, sociali, giuridiche ed economiche.
    Il suo ultimo e personale tentativo di rivolta, climax del romanzo, permetterà a Okonkwo di comprendere che sta combattendo una battaglia già persa, e che tutto ciò per il quale ha vissuto e in cui crede sta per soccombere al sopruso della colonizzazione. Da guerriero negherà la supremazia dei bianchi con l’unico gesto di libertà possibile.

    Achebe ha scritto questo romanzo usando la lingua dei colonizzatori, forse perché sono loro i destinatari principali del messaggio. Ha tuttavia operato una scelta attenta nei simboli usati, come le locuste (palesemente simbolo dell’invasione dei bianchi) e il fuoco (costantemente accomunato in tutte le sue forme ai diversi moti dell’animo del protagonista), strettamente legati alla cultura nigeriana. Ma, soprattutto, ha conservato lo stile e la musicalità propri della lingua ibo, con frequenti ricorsi a metafore, proverbi, fiabe e vocaboli originali, col risultato di ottenere un ritmo e una ricchezza narrativa intimamente legati ai personaggi e al loro mondo.

    Questa operazione linguistica non ha un risvolto puramente formale, è essa stessa energia tematica nel momento in cui la costruzione retorica delle conversazioni ibo si scontra con il linguaggio dei colonizzatori. Mentre questi ultimi danno valore all’immediatezza della comunicazione, gli ibo, così come alle proprie tradizioni, restano legati a un modello di dialogo considerato inefficiente dai bianchi. Nell’ultimo capitolo, il Commissario distrettuale pensa che una delle abitudini più irritanti di questi uomini sia proprio “la loro passione per le parole inutili”, a sottolineare la frattura è il fatto che la frase pronunciata dall’ ibo non è inutile affatto: come il lettore scoprirà è, invece, legata alla scelta finale di Okonkwo e nasconde in sé uno tra i valori etici più profondi della tradizione ibo.
    L’intento dello scrittore è certamente quello di proporre una visione del proprio paese ben diversa da quella offerta dalla letteratura colonialista. Nelle pagine di Chinua Achebe appare una società strutturata dal punto di vista sociale ed etico, nella quale i valori ancestrali sono fortemente radicati; una società regolata dal ciclo delle stagioni e legata alla terra, con le proprie leggi e i propri codici, anche se non sempre comprensibili agli occhi di un bianco.

    Quanto più questa società si delinea come organizzata, tanto più forte è la percezione dello stupro perpetrato dal colonialismo bianco.
    Nonostante questo, ciò che rende valida l’opera di Achebe è la sua equidistanza dalle colpe. Non si limita a imputare ai bianchi la scomparsa di una civiltà, ma sottolinea anche la passività della propria gente e come la decisione di abbracciare una nuova fede e nuove regole abbia accelerato il crollo. Con estrema obiettività, Achebe evita che il lettore codifichi i personaggi della storia in buoni (neri) e cattivi (bianchi), ed evidenzia al tempo stesso la necessità di coesione, di difesa dei propri valori, elementi indispensabili per opporsi alla violenza culturale e fisica dell'imperialismo.

    E’ lo scrittore a sostenere per bocca di Obierika: “Come pensi che possiamo combattere quando i nostri stessi fratelli si sono rivoltati contro di noi? L'uomo bianco è molto astuto. E' venuto adagio e in pace con la sua religione. Noi ridevamo della sua follia e gli abbiamo permesso di restare. Adesso ha conquistato i nostri fratelli e il nostro clan non può più essere quello di prima. Ha messo un coltello tra le cose che ci tenevano uniti e noi siamo crollati giù”. Ed ecco che la rabbia e il desiderio di rivolta di Okonkwo acquistano luce e ragione d’essere. E il chi – ovvero il dio individuale che determina la buona o la cattiva sorte, qualcosa di molto simile al dio Fatum dei latini – spesso menzionato nell’arco della narrazione, rende Okonkwo, in tutto e per tutto, un eroe tragico, simbolo di valori cancellati dalla violenza di una cultura che si reputa superiore.
    Alla frase di chiusura del romanzo Achebe affida la sua sarcastica opinione sul progetto culturale imperialista, rappresentato dal libro che il Commissario distrettuale, etnologo dilettante, sta per scrivere. Il funzionario, davanti al sacrificio di Okonkwo, pensa di dedicare all’avvenimento un capitolo, al massimo.

    Ed ecco la frase, lapidaria: “Aveva già scelto il titolo dopo averci pensato a lungo: La pacificazione delle popolazioni primitive del basso Niger”. Un vero condensato di ironia, a partire da quel “dopo averci pensato a lungo”, dal quale traspare tutta l’autoreferenzialità dell’uomo bianco – concentrato più sul titolo che non sulla civiltà di cui pretende di occuparsi – per finire con una parola condiscendente come pacificazione, a sottolineare il concetto di esseri primitivi incapaci di vivere in società. Il colonialista pretende di fornire indicazioni sul modo di esportare ordine e benessere in una civiltà che egli stesso ha invece sconvolto e sovvertito.

    Sebbene collocata in uno spazio e in un’epoca precisi, la vicenda appare in realtà senza luogo e senza tempo, come accade per ogni grande romanzo. Achebe ci parla, infatti, di civiltà negate, di culture dominanti e di tradizioni annientate. Temi attuali nel nostro panorama politico e sociale, che i detrattori liquidano con lo stigma del relativismo. In realtà, il problema non è quello di fittizie classifiche razziali e culturali, bensì quello di potenze imperialiste il cui fine ultimo è, da sempre e oggi più che mai, quello di imporre la supremazia del proprio modello culturale, in una simbolica e fattuale conquista della Terra.
    L. Viarengo

    said on 

  • 4

    Questo è Il libro della letteratura africana. Non credo che sia il più bello mai scritto, ma è il più importante, perchè per la prima volta (in Europa), l'Africa (in questo caso la valle del Niger) no ...continue

    Questo è Il libro della letteratura africana. Non credo che sia il più bello mai scritto, ma è il più importante, perchè per la prima volta (in Europa), l'Africa (in questo caso la valle del Niger) non è vista nè con lo sguardo oscuro ed inquieto dell'avventuriero, ma neppure con quello solare e ingenuo che cerca in ogni indigeno il buon selvaggio. Qui la cultura Ibo è descritta come una struttura sociale e culturale, complessa e sfaccettata, con personaggi mossi dagli stessi desideri e aspirazioni (nonchè dalla stessa assurda complessità) dei personaggi di un qualsiasi romanzo europeo. Su tutto poi, l'uomo bianco come distruttore di un mondo evanescente, anche quando giunga con le migliori intenzioni.
    Esagerando si può spstenere che questo libro sia una sorta di Gattopardo Ibo.

    said on