To the Lighthouse

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Publisher: Wordsworth Editions Ltd

3.9
(3902)

Language: English | Number of Pages: 176 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Portuguese , Chi traditional , French , German , Italian , Spanish , Catalan , Swedish , Chi simplified , Farsi

Isbn-10: 1853260916 | Isbn-13: 9781853260919 | Publish date:  | Edition New Ed

Also available as: School & Library Binding , Audio CD , Hardcover , Audio Cassette , Unbound , Mass Market Paperback , Others , eBook

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Romance

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Book Description
With an Introduction and Notes by Dr Nicola Bradbury, University of ReadingTo the Lighthouse is the most autobiographical of Virginia Woolf's novels. It is based on her own early experiences, and while it touches on childhood and children's perceptions and desires, it is at its most trenchant when exploring adult relationships, marriage and the changing class-structure in the period spanning the Great War.
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  • 4

    "Gita al faro" è un romanzo introspettivo, dalla trama quasi inesistente, molto complesso. Leggerlo è un'esperienza unica, un viaggio immaginario nelle menti della famiglia Ramsey e dei suoi ospiti.
    V ...continue

    "Gita al faro" è un romanzo introspettivo, dalla trama quasi inesistente, molto complesso. Leggerlo è un'esperienza unica, un viaggio immaginario nelle menti della famiglia Ramsey e dei suoi ospiti.
    Virginia Woolf crea dei personaggi reali, in cui bontà e malvagità convivono per mostrare almeno alcuni tra i più grandi difetti della natura umana, quali la vanità, il maschilismo, l'egoismo e così via.
    Il rapporto tra coniugi non è mai semplice e il rapporto con i figli non è da meno, la famiglia Ramsey ne è un chiaro esempio. Tra loro la comunicazione è spesso difficile, talvolta, invece, il silenzio e gli sguardi valgono più di mille parole.
    Il tempo scorre in maniera dilatata, un'intera parte del romanzo è dedicata alla descrizione della casa in cui l'alternanza tra giorno e notte è l'unico elemento che muta in un'assenza che fa da protagonista. Strategia che l'autrice maneggia ad hoc e con assoluta maestria in cui il lettore riesce ad immagazzinare e a processare tutta la fitta rete di sensazioni dei personaggi. In questo momento succedono un sacco di cose (paradossalmente la Woolf informa il lettore ad esempio della morte di alcuni personaggi senza però fornire spiegazioni) che portano l'opera verso la sua conclusione, ovvero la tanto attesa gita al faro che, tuttavia, assumerà un carattere quasi doloroso.
    Superato lo shock iniziale e la fatica con la quale seguivo i repentini cambiamenti di personaggi, ho veramente vissuto un'esperienza che accresce.

    said on 

  • 4

    Virginia Woolf

    Virginia Woolf

    è stata una scrittrice grandissima unica ed originale. Tuttavia chi ha uno stile molto caratterizzato di solito tende a ripetersi nei romanzi. Il clima è quindi quello tipico di Virgini ...continue

    Virginia Woolf

    è stata una scrittrice grandissima unica ed originale. Tuttavia chi ha uno stile molto caratterizzato di solito tende a ripetersi nei romanzi. Il clima è quindi quello tipico di Virginia dove i dialoghi interiori soverchiano di gran lunga i dialoghi con il mondo esterno. La storia personale della scrittrice d'altronde spiega il perchè, più che una scelta stilistica penso sia uno specchio della realtà che si trovasse a vivere.

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  • 5

    Impossibile formulare per me un giudizio razionale subito dopo aver letto questo testo. La Wolf ti parla soprattutto all’anima, allo spirito, alle tue sensazione, non permette alla tua razionalità di ...continue

    Impossibile formulare per me un giudizio razionale subito dopo aver letto questo testo. La Wolf ti parla soprattutto all’anima, allo spirito, alle tue sensazione, non permette alla tua razionalità di avvicinarsi al suo scritto. Ci arriverai dopo, quando hai smaltito e compreso bene quel che hai letto. Innanzitutto le sue descrizioni che sono finalizzate alla presentazione delle anime; lei può descrivere anche fisicamente i personaggi ma quello che ti rimane nella testa sono i loro pensieri, o spesso i pensieri che gli altri hanno su questi stessi. Protagonista assoluta è la signora Ramsay, la sua bellezza, l’aura che emana e a cui tutti soggiacciono. Di lei segui i monologhi interiori , le battute, i gesti ma il suo animo, il suo segreto, rimangono un mistero. Lei è una moglie sensibile e discreta, una madre attenta e affettuosa, un’ospite seducente e generosa, una presenza per tutti quasi indispensabile. E’ lei che dà un senso alla giornata di tutti , che fa stare ognuno a proprio agio e che lo fa sentire unico ed importante. Poi ci sono gli altri : il marito, amato e apprezzato ma un debole, poi gli ospiti, e tra questi ultimi Lily, la pittrice, l’unica che cerca di guardare il tutto con gli occhi della razionalità. Ma un pittore è essenzialmente un artista e Lily (sotto i cui panni si nasconde forse la stessa Virginia) riesce a vedere e a provare quello che gli altri né vedono né provano. E poi quel “ flusso di coscienza” che si manifesta nella Wolf come un “unicum” del pensiero e dello scritto, come di chi riesce ad andarsi a perdere in mille pensieri, senza però perdere di vista l’idea fissa, cui ella ritorna al momento opportuno. Ed il tempo sembra dilatarsi all’infinito e poi restringersi nello spazio e nell’attimo del momento. Fondamentale è poi proprio quel tempo che rapisce tutto , la vita, il ricordo forse. Stupende sono le pagine dedicate alla corrosione del tempo sulla casa. Ma è proprio il ricordo che non vuole sparire, quella mancanza che è così “ossimoricamente” presente. Quando un luogo è impregnato dei ricordi di chi vi ha vissuto intensamente, quel luogo trasmette dei segnali, quei segnali legati proprio alla presenza più importante. Non importa se il tempo lo ha distrutto , sgualcito, ingiallito, impolverato. Lo spirito che è passato in quelle stanze, in quel giardino, su quegli scogli , davanti a quella finestra è sempre presente. E’ questo quello che Lily è riuscita a comprendere e che le ha permesso di finire il quadro????

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    4

    l romanzo ha inizio con la descrizione di una ‘famosa finestra’ che si rivela subito un tramite tra ciò che si trova per un certo lasso di tempo al di qua e ciò che vive in un tempo più lungo al di là ...continue

    l romanzo ha inizio con la descrizione di una ‘famosa finestra’ che si rivela subito un tramite tra ciò che si trova per un certo lasso di tempo al di qua e ciò che vive in un tempo più lungo al di là tanto che coloro che si accostano a questa ‘luce’ su uno spazio più o meno aperto, attraverso uno delimitato, hanno una visione certamente più ampia rispetto a chi la osserva dal di fuori, riuscendo ad oltrepassarla solo se ci si pone ad una certa distanza e ad una data altezza, vista l’esiguità del ‘vano luce’. Da questa posizione privilegiata si può vedere ed osservare una luce intensa, di altro tipo, quella dell’altrettanto famoso ‘faro’, un simbolo di vita per gli abitanti del posto, desiderio irraggiungibile per James, il più piccolo dei figli dei Ramsey, visto l’ostinato e netto rifiuto del severissimo padre che si oppone alla superflua concessione fattagli dalla madre.
    Proprio questo è lo ‘spazio/tempo’ messo a disposizione del lettore affinché possa seguire le vicende della numerosa famiglia Ramsay, dieci in tutto, il cui onere ricade totalmente sulle spalle della dolce Signora Ramsey che deve trovare sempre uno spiraglio per essere ed apparire la figura più importante per il marito e per i figli, sempre in grado di riconoscere il giusto merito al padrone di casa e di mediare tra lui ed i ragazzi. E non basta, lei è una donna che vuole occuparsi di tutto ciò che ruota intorno a loro, cercando di ovviare a quello che lei considera le incongruità della vita, da una parte i poveri e dall’altra i ricchi, da una parte i semplici dall’altra i grandi, senza trascurare i nobili, una classe che gode di un privilegio particolare nei suoi pensieri. In più l’elegante e fascinosa Signora conosce alla perfezione anche l’arte di sedurre, in senso lato, non solo il marito ma anche gli ospiti, è lei sempre al centro degli interessi altrui, pur rimanendo discretamente da parte nella sua dedizione a tutti.
    Il Signor Ramsay, invece, seppure dotato della forza necessaria ad un marito e ad un padre che si rispetti, non sa offrire a nessuno l’amore e la dedizione richiesta dai figli che non comprendono spesso la sua ostinazione al rifiuto, un’arma, la sua, per mettere tutti in riga ed evitare inutili richieste e sollecitazioni, egli ha il compito preciso di garantire una vita decente e la protezione necessaria per una crescita serena. E la moglie lo rispetta proprio per questo, e non esita, anzi, ad alleggerirgli il peso della famiglia nascondendogli “i piccoli problemi quotidiani”, anche se spesso il peso è eccessivo per lei che è costretta a costruirsi delle difese per non soccombere, ma per conservare l’energia vitale. Però il rude Signor Ramsay, anche se troppo dedito a se stesso, dimostra di provare una sorta di estasi solo a guardare e ad ammirare la moglie da lontano, quasi per non intralciare i suoi pensieri oppure, se lei è seduta vicino a lui, solo in apparenza egli è distante, magari immerso nella lettura, perché l’intesa è talmente forte da non aver bisogno né di parole né di gesti, la percezione passa come un’onda dall’uno all’altra senza ostacoli di sorta, merito soprattutto della sensibilità di lei più che della disponibilità di lui a recepire.
    Un ruolo particolare è ricoperto da Lily, una giovane ospite che tratteggia in un eterno dipinto la visione e la percezione che lei ha della Signora bella ed elegante, della Madre premurosa e attenta, della Moglie fedele e discreta, della Donna dalle mille risorse che offre a tutti doni necessari per lei, quasi scontati per gli altri. Così, quando viene meno questa figura di riferimento, questo faro che funge da fulcro e da tramite, se da una parte scorgiamo una scontata mancanza di coesione nella famiglia, dall’altra assistiamo alla rovina di quella casa in cui tutti, familiari, amici e conoscenti trovavano un rifugio sereno. È il momento e il luogo in cui Lily ci riporta al passato con il suo quadro infinito che continua ad essere fermo nel tempo, lei sa perfettamente che la sua incompletezza è data dalla mancata percezione del legame tra realtà e ricordo, ma non sa come colmare questo divario, riuscirà, però, a completarlo solo quando potrà dare un senso a ciò che sente e alla luce della sua memoria: “Le era sembrata una cosa sicura, pensare a lei. Fantasma, aria, niente, una cosa con cui giocare facilmente e in modo innocuo a ogni ora del giorno e della notte...”..

    È, questo, il romanzo in cui il così detto 'flusso di coscienza' si manifesta al meglio, lasciarsi andare a riflessioni senza subire interruzioni o deviazioni asseconda l'idea che si può entrare ed uscire dalla propria coscienza con leggerezza, inseguendo il pensiero del momento senza perdere di vista, però, l'idea guida, magari sovrapponendo istanti distinti ma legati da un laccio invisibile. Ed in questo V.W è maestra, con lei anche il tempo assume un ruolo preciso, in quanto può giungere a dilatarsi a dismisura, per cui tutto ciò che accade in un attimo può sembrare eterno e viceversa, così le variabili messe in gioco spingono chi legge a prendere atto di ciò che si va rappresentando come se si fosse presenti all'azione, ma con un occhio rivolto al passato e l’altro al futuro.

    “E così quello era il Faro, era quello? No, anche l’altro era il Faro. Perché niente era semplicemente una cosa.”

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  • 3

    Leggere i romanzi della Woolf è sempre stato uno scoglio per me, così poco abituata alla prorompenza e alla non linearità del flusso di coscienza che li caratterizza. In "Gita al faro" si alternano pi ...continue

    Leggere i romanzi della Woolf è sempre stato uno scoglio per me, così poco abituata alla prorompenza e alla non linearità del flusso di coscienza che li caratterizza. In "Gita al faro" si alternano più pensieri, al ritmo delle onde che circondano l'isola su cui troneggia il faro, l'unico oggetto imperturbabile ed immutabile nel tempo. Quest'ultima concezione è molto sentita dalla Woolf, tanto che le dedica una parte, la seconda, nel libro: l'inesorabile scorrere del tempo viene tratteggiato con raffinatezza e semplicità, sempre portatore di cambiamenti. L'epicentro è rappresentato dalla presenza della signora Ramsay, evocante la madre della scrittrice, che fa da collante a tutti i personaggi che le ruotano intorno.

    "Il faro vetusto emergeva remoto ed austero nel mezzo; e sulla destra, a perdita d'occhio, sfumavano, ricadendo in molli pieghe profonde, le verdi dune di sabbia ricoperte d'erba che, fluttuando, pareva sempre fossero in fuga verso un qualche paesaggio lunare disabitato."

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  • 3

    Io non amo i gelati, però più di una volta, vedendo qualcuno uscire da una gelateria col cono in mano e l'aria assolutamente felice, ho commesso l'errore di comprarmelo anch'io, solo per riscoprire pu ...continue

    Io non amo i gelati, però più di una volta, vedendo qualcuno uscire da una gelateria col cono in mano e l'aria assolutamente felice, ho commesso l'errore di comprarmelo anch'io, solo per riscoprire puntualmente che quella roba dolciastra e troppo fredda non fa per me.
    Ecco, ringrazio il GdL che mi ha convinto a entrare in gelateria e a terminare il cono, ma Virginia Woolf decisamente non fa per me. Razionalmente, intellettualmente, capisco ciò che il libro significa e vuol comunicare; mi rendo conto che è scritto bene e solidamente, armoniosamente costruito; ho conosciuto personalmente, per esperienza di vita o tramite letture, diverse delle situazioni presentate nel libro; riconosco che in rapporto agli anni in cui è stato scritto è un testo quasi rivoluzionario. Ma da qui ad amarlo, ce ne corre, e fra me e Virginia l'amore non è nato.

    said on 

  • 4

    Non mi resta che l'Ulisse!

    Carissima Virginia
    Ho finalmente finito, dopo più di quarantasei anni, il suo romanzo. Quello più noto. Uso il termine di romanzo, a lei tanto insopportabile, senza paura di un suo eventuale rivolgime ...continue

    Carissima Virginia
    Ho finalmente finito, dopo più di quarantasei anni, il suo romanzo. Quello più noto. Uso il termine di romanzo, a lei tanto insopportabile, senza paura di un suo eventuale rivolgimento nella tomba. Come lei, infatti, credo che il rimarcarlo mi liberi finalmente dalla mia ossessione reverenziale per lei. Ora so che cattivo lavoro hanno fatto tutti i suoi esegeti, precludendo alle Lily Priscoe sparse nel mondo di “embedded” dentro i suoi fantasmi per farli propri. Con tutti i sensi di colpa annessi e connessi. Certo anche lei però … con tutte quelle sibilline frasi sulle parole,l’essere, la vita, l’arte.
    Per la prima volta, davanti a una grande opera (che sia o meno nelle mie corde non mi autorizza a spolliciare verso), non sono andata a cercare le opinioni altrui. L’ho presa in parola:- Non volevo dire niente col Faro. Già: lei non “disse” ma usò le parole come simbolo del su“sentire”, unico modo per andare oltre le cose che la realtà offre a buon prezzo come fosse cibo da strada.
    E il mio sentire di sessantenne, di fronte al suo romanzo, è ora talmente diverso da quello della diciottenne proletaria arrivata nelle scuole alte dei borghesi, come tanti in quei tempi. Allora non volevo che la sua scrittura fosse un gioiello racchiuso in uno scrigno, la cui vista era stata preclusa a i bifolchi come me e di cui ora era imperativo goderne.
    La prima lettura fu come la presa del Palazzo d’Inverno il cui imperativo, invece, era: rompere i brindoli dei lampadari. E lei – capii subito chi si celava sotto le sembianze di Lilly, l’isterica pittrice della domenica – divenne la scassa cazzi eterna, sebbene il suo “Orlando”, “Una stanza tutta per sé” e ancora di più le sue critiche letterarie mi affascinavano.
    Ora non mi sono lasciata impressionare dal garbuglio della sua rappresentazione. Le perdono l’ avere affidato solo al “Tempo Passa” (breve seconda parte del pur breve romanzo) la simbologia della distruzione della Grande Guerra, a cui lei stessa aveva assistito: quella casa abbandonata sull’isola a forma di foglia di fronte al faro cambia connotati, incurante dell’esistenza umana ( che fa il paio con vita, per lei) dando asilo a uccelli, semi di sicomori e robetta così. Le devo riconoscere il dono della “visionarietà” : quella casa stregata lei la “sente” in tutti i suoi particolari che manco i fratelli Grimm.
    Glielo perdono perché comincio a guardare la mia vita : di eroico o di altruistico nisba pure io! La vita, l’esistere, direbbe lei, sta nell’ombra, in quel cuore di tenebra che non è il buio ma un luogo diversamente illuminato in cui si coglie il senso della routine.
    Le difese contro di lei sono cadute definitivamente a pag. 182: “ Risalirono tutti insieme dalla spiaggia, con lei [la signora Ramsay] che camminava dietro insieme a William Bankes, e Minta davanti a loro con un buco nelle calze. Come risaltava quel piccolo buco nel calcagno rosato in faccia a loro! Come lo deplorava William Bankes…Per lui significava l’annientamento della femminilità, lo sporco, il disordine…”
    Anche lei aveva sperimentato l’orrore che suscitavano i naturali buchi negli indumenti nei benpensanti, cinquant’anni prima di me bambina!
    Allora non è mia fantasia che la sua signora Ramsey e consorte siano sputati i miei! Quante gite al “faro” lui ci fece andare di traverso! Pareva che avesse dalla sua Nettuno e tutti gli spiriti della pioggia. Quante tazze fece volare dalla finestra! E mia madre, dopo un fugace rifugio nell’ombra del silenzio, risorgeva a nuova vita; come la signora Ramsey rischiava di morire per il troppo dare. Mi perdoni – ben sapendo che ormai le è indifferente – la mia lettura banale del suo monumento: la sua non è altro che la storia di una famiglia disfunzionale (direbbero oggi), tenuta su da una donna perfettamente consapevole che di figli ne aveva nove e non solo gli otto partoriti. Le donne di una volta che dovevano la loro bellezza proprio all’aureola dell’inutile sacrificio! La scrittura le permise di liberarsi di tutta quella zavorra. Fortunata mortale.
    La sua affezionatissima
    P.S. Mi scuso con quelli che aborrono la retorica di raccontare di sé (la narrazione, per definizione, non è mai la fotografia di ciò che è reale … anche questa poi …)

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  • 4

    Avevo provato due volte a leggere questo libro (la prima 4 o 5 anni fa, credo!) e non c'ero mai riuscita: a differenza dei saggi, vibranti e appassionati, i romanzi di Virginia Woolf sono piuttosto os ...continue

    Avevo provato due volte a leggere questo libro (la prima 4 o 5 anni fa, credo!) e non c'ero mai riuscita: a differenza dei saggi, vibranti e appassionati, i romanzi di Virginia Woolf sono piuttosto ostici perché, com'è noto, la trama (se così si può chiamare) non si dispiega in modo classico e lineare ma si desume dai sentimenti dei personaggi mediante la tecnica del flusso di coscienza.
    Il segreto per apprezzarli dunque è abbandonare ogni preconcetto circa il modo in cui dovrebbe essere scritto un romanzo, e lasciarsi trasportare dal flusso narrativo inarrestabile dell'autrice...una volta fatto questo credo sia impossibile non amarli! *_*
    Gita al faro è diviso in 3 parti: la prima si dispiega tutta nell'arco di una sola, ordinaria giornata della famiglia Ramsey (in cui si rispecchia la famiglia dell'autrice) e dei loro ospiti in una casa sul mare. La signora Ramsey, figura quasi mitica che sembra dominare tutti, promette al figlio una gita al faro per l'indomani, gita che l'inclemenza del clima la renderà impossibile. La seconda, breve parte è un poetico interludio mentre la terza, che si svolge molti anni dopo, porta a conclusione gli eventi della prima anche se ormai tutto, nelle vite dei protagonisti, è molto cambiato.
    Difficile spiegare le sensazioni che mi ha suscitato un libro così particolare, fatto più di sensazioni che di avvenimenti, ma vi consiglio davvero di non fermarvi al primo scoglio e provare a raggiungere il faro... non ve ne pentirete! ^^

    said on 

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