Tonio Kröger - La morte a Venezia - Cane e padrone

Di

Editore: Garzanti

4.0
(360)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 249 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: A000097833 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Narrativa & Letteratura , Gay & Lesbo , Filosofia

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Descrizione del libro
I tre racconti più ammirati del grande scrittore: una turbata e sofferta iniziazione alla vita e alla letteratura; una disperata e simbolica storia di decadimento; l'affettuosa e ironica descrizione dei rapporti tra uomo e natura.
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  • 4

    Amore e bellezza in tre declinazioni.

    L’analisi dei singoli racconti di questa raccolta è estremamente interessante e ricca di spunti.
    Dopo essermi cimentata, tuttavia, mi sono resa conto che leggerli uno dopo l’altro offre un’occasione d ...continua

    L’analisi dei singoli racconti di questa raccolta è estremamente interessante e ricca di spunti.
    Dopo essermi cimentata, tuttavia, mi sono resa conto che leggerli uno dopo l’altro offre un’occasione di lettura complessiva dove il filo conduttore è riconducibile ai concetti di Bellezza e Amore. I tre racconti, in quest’ottica, ci parlano, dunque di un percorso evolutivo del pensiero di Thomas Mann.

    A 28 anni pubblicò “Tonio Kroger” (1903) dove si narra – con chiari cenni autobiografici- il rapporto di un artista con l’Amore e la Bellezza fino alla presa di coscienza di come queste siano chimere irraggiungibili. L’artista, di fatti, è colui che è condannato a sofferenza e solitudine. In uno stato di ambiguità borghese, vive l’ambivalenza tra il desiderare fortemente il bello terreno mentre il suo essere -al di sopra dello stato materiale- lo relega nella dimensione dell’incompreso. “Tonio Kroger” è il racconto in cui si consacra l’idea del poeta che raggiunge il suo compimento nell’accettare l’unica forma di Amore vero a lui concessa: l’Amore di sé e del proprio intelletto come forma di estrema Bellezza.

    Nove anni dopo è il momento del celeberrimo “La morte a Venezia” (1912): l’apoteosi della Bellezza incarnata nel volto del giovanissimo Tazio e resa nella sacralità della tradizione greca. L’artista qui soffre contemplando e desiderando quell’Ideale irraggiungibile poiché sottoposto allo scarto generazionale. Il tormento fa parte di quell’intimo che si cela, così come si nascondono impulsi reconditi.
    L’arte ha bisogno di Bellezza e la Bellezza è colta al suo apice solo se accompagnata da Eros:

    ” Certo è un bene che il mondo conosca soltanto la bella opera, e non anche le sue origini, non le condizioni in cui venne formata; perché la conoscenza delle fonti da cui è scaturita, per l’artista, l’ispirazione, spesso sgomenterebbero, confonderebbero, neutralizzando così gli effetti dell’eccellenza. Che ore singolari! Che singolare fatica snervante! Che strano rapporto creativo dello spirito con un corpo! Quando Aschenbach, riposto il lavoro, se ne andava dalla spiaggia, si sentiva esausto, addirittura disfatto, e gli sembrava che la coscienza lo rimproverasse come dopo una dissolutezza.”

    In questo racconto così ricco di simbolismi, si respira morte fin dalle prime pagine e non sorprende, dunque, che la morte stessa sopraggiunga in un momento di massima estasi di fronte al Bello. Ne “La morte a Venezia”, dunque Amore e Bellezza sono gli ideali per cui morire.

    Il 1919 è l’anno di pubblicazione de “Il cane e il padrone”. Anno doppiamente importante sia per l’età più matura dello scrittore (44) sia per il tempo storico a cui appartiene. La Prima Guerra Mondiale è finita da poco ed è il momento in cui L’Uomo riflette sulla propria esistenza recuperando l’importanza delle cose semplici.
    La vita domestica è, in poche parole, rivalutata dal momento in cui gli eccessi della Guerra hanno fatto sentire tutta la precarietà della vita.
    In “Cane e padrone” l’attenzione non è più concentrata sul problema estetico da parte di un intellettuale ma, al contrario, si coglie la Bellezza negli affetti quotidiani che circondano un semplice Uomo.

    ha scritto il 

  • 0

    Tonio Kröger
    * Irrigidimento; desolazione; ghiaccio; e ingegno! E arte!...
    * In quanto certuni son costretti a smarrirsi, perché una via giusta per essi non esiste affatto.
    È sorprendente leggere Ton ...continua

    Tonio Kröger
    * Irrigidimento; desolazione; ghiaccio; e ingegno! E arte!...
    * In quanto certuni son costretti a smarrirsi, perché una via giusta per essi non esiste affatto.
    È sorprendente leggere Tonio Kröger ignorando la data di pubblicazione, ritrovare le atmosfere dei Buddenbrook (la famiglia notabile in una città sul Mare del Nord) ma anche risonanze della Montagna incantata (l’infatuazione per il compagno di scuola e un percorso impervio di scoperta della vita) e ancora più del Doctor Faustus (l’arte come maledizione), che vennero molti anni dopo.
    A pensarci l’idea è devastante: l’artista è uomo abietto, le opere buone nascono solo dallo stimolo di una vita cattiva, per Tonio tutto nasce da una diversità somatica e una diversità interiore da cui una rassegnata invidia per quelli che pensano solo cose che appunto si pensano e si possono manifestare apertamente. L’abiezione come una profezia che si autoavvera. La nostalgia per un’aura mediocritas, quella che fece sospirare Kafka: “Via, trasformami in un uomo che sia capace di ciò che è ovvio”.
    Anche se io, io tutto solo, avessi creato le nove sinfonie, Il mondo come volontà e rappresentazione e Il Giudizio Universale, avresti eternamente ragione di ridere…
    Il secondo dramma del romanzo è quello che mi ha fatto ricordare sorridendo “Pane e cioccolata”, che pure non era una commedia, con Nino Manfredi, non più meticcio come Tonio, emarginato per la sua differenza somatica e in adorazione dei biondi nella Svizzera dell’emigrante. La tragedia di Tonio non è solo nell’interiorità incapace di essere banale, sta sulla pelle, nei capelli, negli occhi. Ed è ancora più sorprendente, alla fine della lettura, cercare conferma della data di pubblicazione: 1903. Scoprire che Mann, con il complesso d’inferiorità di Tonio, aveva intuito la perniciosità di un’idea che da lì a qualche decennio sarebbe cresciuta da feticcio a dio, devastando l’Europa e massacrando persone.
    Razza.

    La morte a Venezia
    * Gli uomini non lo sanno perché attribuiscono fama a un’opera d’arte. Ben lontani dalla competenza, credono di scoprirvi cento virtù, per giustificare tanto interesse; ma la ragione vera del loro plauso è una cosa imponderabile, è simpatia. Quasi tutto ciò che esiste, esiste come dispetto, ed è stato realizzato nonostante dispiaceri e tribolazioni, indigenza, solitudine, debolezza fisica, vizi, trasporto e altri mille ostacoli.
    * E la forma non ha due facce? Non è al tempo stesso morale e immorale: morale quale risultato ed espressione della disciplina, immorale invece, e pure antimorale, in quanto per natura racchiude in sé un’indifferenza etica, in sostanza si sforza persino di assoggettare al suo scettro superbo e assoluto le cose morali?
    Per usare un’espressione corrente, Aschenbach, anzi: Von Aschenbach è un Tonio Kröger che ce l’ha fatta. Pure lui non può sfuggire a un’abiezione connaturata alla condizione di artista, soltanto il Professore non ha i dubbi e i tormenti di Tonio, vive con equilibrio e appagamento. Almeno fino all’inizio del romanzo.
    Desiderando in una notte raggiungere l’incomparabile, il dissimile favoloso, dove si doveva andare? Ma era chiaro. Che ci stava a fare lì? S’era smarrito. Avrebbe dovuto recarsi là.
    Anni dopo la prima lettura, ricordando solo i commessi viaggiatori di Pola con il finto giovane impostore e il gondoliere abusivo, avevo rimosso l’atmosfera veneziana di Mann, la Venezia tropicale, malata e che fa ammalare, mortalmente. Mi domando quanto questo ritratto, pur non scoraggiando nemmeno un turista, abbia influito sull’idea poetica di Venezia per gli anni a venire, forse almeno fino all’avvento Brodskij, che ha svelato che non è così, che si trattava solo della sfortuna di chi si è trovato nel mezzo di un’epidemia nel momento in cui doveva fare i conti con la propria vita.
    Nell’amore che, più che la malattia, lo porta alla morte, Aschenbach consegna la summa di se stesso: l’abiezione ma anche il limite dell’arte, della sua arte, la letteratura che, sembra ovvio ma invece è drammatico, si ferma là dove comincia l’indicibile: la parola riesce solo a esaltarla la bellezza sensuale, ma non a ritrarla.
    Generata dai caldi terreni paludosi al delta del Gange, aumentata dalle esalazioni mefitiche di quel rigoglioso e inutile luogo selvaggio preistorico e insulare, disertato dagli uomini, nei cui canneti si cela la tigre: è là che nasce la malattia mortale, dove non può nuocere a nessuno perché non vi è nessuno, ma finisce per raggiungere gli uomini, ossessivamente, perché ne ha bisogno. E una volta giunta sono gli uomini stessi, le vittime, che la aiutano a proliferare e a propagarsi. (A voler cercare a tutti i costi la metafora, ancora una volta Mann sarebbe uno dei migliori osservatori delle ideologie folli del Novecento.)

    Cane e padrone
    * Poi, sui gradini, che portano all’uscio di casa, lancio un fischio modulato su due note, tonica e quarta inferiore, simile alla melodia iniziale del secondo movimento della sinfonia incompiuta di Schubert, un segnale che si può considerare pressappoco come la musica a un nome di due sillabe. Un istante dopo, mentre continuo a camminare verso la porta del giardino, si ode lontano, in principio appena percettibile, nondimeno sempre più vicino e più chiaro, un leggero scampanellio, come quello che può risultare dallo sbattere d’una medaglietta contro le borchie metalliche d’un collare.
    * E allora accade che la mia casa, la mia vera e silenziosa vita mi venga incontro, mi saluti e mi dia il benvenuto, non solo senza rimproveri e suscettibilità, ma anche con la gioia più grande, facendomi rientrare in me stesso; cioè nella figura di Bauschan.
    Anche gli inizi di “Truciolo”, il cane raccontato da Sandor Marai, non sono facili, assomiglia a uno “scopino per il cesso”. Bauschan fa ridere il suo futuro padrone e i bambini ma di quel riso amaro che diventa prima pietà poi affetto, anche noi ci sentivamo le spine al cuore riconoscendo che sarebbe stato difficile cancellare dalla memoria il povero Lux. Che ne sarà di lui se lo disdegneremo? Un rispetto che a Truciolo non riesce di ottenere, così il romanzo ungherese mette in scena un conflitto, mentre quest’opera di Mann viene definita “idillio”.
    Sembra che Mann si sia preso una pausa dalle sue riflessioni sulla storia e letteratura. Certo lo fa alla sua maniera, con le sue descrizioni puntigliose, ma mi pare che il romanzo non sia necessariamente un idillio. Lo si definisce così perché non c’è tragedia né in corso d’opera né alla fine? Eppure, là dove gli uomini non fanno danni, c’è la natura che fa il suo corso e, anche se un certo ecologismo di maniera tenta di negarlo, la natura, per le nostre categorie, non è buona: vi si svolge una quotidiana e, non dimentichiamocelo: naturale, lotta per l’esistenza.
    Nelle cose che a lui sembrano naturali, legittime e inevitabili, non si lascia recar pregiudizi. Bauschan è cane nella misura in cui è cacciatore. E anche se la maggior parte delle sue incursioni venatorie si risolvono in burla, non c’è niente di idilliaco quando cattura un topo e lo strazia – Mann non ci risparmia nulla.
    Eppure avrebbe dovuto sentirsi lusingato, come non potevo fare a meno di sentirmi io, perché il professore lo aveva dichiarato nervoso e anemico. Non l’avrebbe mai creduto che un giorno si potesse dichiararlo tale, e soprattutto considerarlo in modo tanto dotto e preciso.
    Forse l’idillio sta nel padrone, ma anche su questo ci sarebbe da ridire. Sembra presentarsi l’annoso problema dell’uomo che non riesce a essere buono con i suoi simili mentre lo è col suo cane, ma aprire una riflessione su questo sarebbe troppo, meglio tornare a contemplare cane e padrone in un paesaggio quasi simbolico, con la città che è a qualche minuto di cammino eppure è così lontana, scomparsa, e con l’uomo che, se proprio non riesce a evitare i guai, il conflitto con i suoi simili, può quanto meno cercare di tenersene alla larga.
    «Domani di nuovo, Bauschan,» dico, «purché non debba recarmi nel mondo.»

    ha scritto il 

  • 0

    Tonio Kröger ★★
    14-06-15/16-06-15
    Primo capitolo... secondo capitolo... terzo capitolo... ok, stava andando bene, devo dire che mi stava attirando. Beh, a partire dal quarto è stata quasi un'agonia fi ...continua

    Tonio Kröger ★★
    14-06-15/16-06-15
    Primo capitolo... secondo capitolo... terzo capitolo... ok, stava andando bene, devo dire che mi stava attirando. Beh, a partire dal quarto è stata quasi un'agonia finirlo .__.
    E' il primo Mann che leggo e non siamo partiti bene noi 2... o forse ho qualche problema con i tedeschi in generale, non so.
    Le atmosfere descritte sono belle e all'inizio mi stavo anche immedesimando in Tonio ma poi l'ho trovato noioso, troppo sofisticato e filosofico e solitamente non sopporto quando ci sono tante descrizioni e pochissimi dialoghi (e viceversa).
    Insomma, oggettivamente è un bel racconto ma NON fa per me. NON è proprio nelle mie corde.
    Comunque darò una seconda chance, almeno le altre 2 opere inserite in quest'edizione le leggo e poi vedrò se continuare il mio percorso con Mann o troncarlo definitivamente.

    La morte a Venezia

    Cane e padrone

    ha scritto il 

  • 4

    "Un borghese smarrito"

    Tonio Kroger

    "In quanto certuni sono costretti a smarrirsi, perchè una via giusta per essi non esiste affatto".
    L'esistenza di Tonio Kroger è un ossimoro già dal suo nome, che tradisce la sua origine ...continua

    Tonio Kroger

    "In quanto certuni sono costretti a smarrirsi, perchè una via giusta per essi non esiste affatto".
    L'esistenza di Tonio Kroger è un ossimoro già dal suo nome, che tradisce la sua origine in parte mediterranea e in parte tedesca: è come una condanna a rimanere sospeso tra la pesantezza malinconica nordica e la leggerezza sensuale italica.
    Dopo un inizio molto malinconico e terreno, in cui già Tonio percepisce l'impossibilità di allinearsi alle persone comuni che attraversano la sua vita, la scelta che gli rimane è quella della letteratura. Una scelta tormentata che lo porta continuamente ad interrogarsi sulla natura e sulle finalità dell'arte in sè e soprattutto sull'inadeguatezza e l'incompiutezza del suo ruolo di scrittore.
    Un viaggio verso i suoi luoghi natali sarà l'occasione non solo per riconciliarsi con la natura composita della sua nascita, ma anche con alcuni fantasmi del suo passato, verso i quali non si è mai sopito il desiderio e l'attrazione.

    "Ma il mio amore più segreto e più profondo è per i biondi, per quelli dagli occhi azzurri, per i fortunati, per gli amabili e i mediocri. Non biasimi quest'amore, Lisaveta: è buono e fecondo. Di desiderio è fatto, e d'invidia malinconica e d'un pochino di disprezzo e di una grande beatitudine casta".

    ha scritto il 

  • 4

    Se mi fosse piaciuto, avrei scritto le mille e una notte?

    Bene, l’avrei dovuto leggere due anni fa quando ho combattuto una vana battaglia (come lo sono sempre, le battaglie che non hanno né tattica né strategia che peraltro, D’Alema docet, non sono sufficie ...continua

    Bene, l’avrei dovuto leggere due anni fa quando ho combattuto una vana battaglia (come lo sono sempre, le battaglie che non hanno né tattica né strategia che peraltro, D’Alema docet, non sono sufficienti per vincere), contro i “bellissimo!splendido! il cor mi batte e l’anima si libra!” rovesciati a piene mani, bocche e occhi teneramente spalancati sulla “Montagna Incantata”, sul punto di franare nel profluvio di complimenti fuor di luogo. Ma no! Mi sgolavo, non al cuore ma alla mente parla e le parla in “ironichese”! Compagni non ne capiremo niente!
    Ma quali pezze d’appoggio avevo? Nessuna pregnante – e i nomi erano grossi- quanto lo stesso Mann che, pur contraddittorio com’è, qualche parola su quel che scrive e come lo scrive, l’ha detta. “ In primavera si lavora male…Perché si sente. E perché è un superficiale chi crede che il creatore debba sentire…Se ci si tiene troppo a quel che si ha d’esprimere, se il cuore pulsa con troppo impeto, allora si può essere certi del fiasco completo”. La mette in bocca a Tonio, che subito(no al II capitolo) mi appare con le fattezze di Proust e non me lo levo dalla mente anche quando vado a guardarmi le foto del giovane Mann, che i baffetti li aveva pure lui, anche i capelli erano scriminati nel mezzo come Proust, ma la boccuccia a cuore, no. Sempre taglienti le labbra, anche del Thomas trentenne. Queste note di fisiognomica a pensarci bene non sono tanto campate in aria. Proust, dieci anni dopo, ha ricambiato Mann facendone il ritratto nel borghese Swann.
    Questo libro -comprato nel ’65 quando non resistevo né agli oscar né ai tascabili ben in vista nell’edicola a fianco del ginnasio- sono sicura di non averlo letto, se non il racconto di mezzo, “Morte a Venezia”, e quando uscì il film di Visconti. O forse no, se ci penso bene, perché il film mi piacque di più.
    Ma è destino che io e Mann non si fili proprio d’amore e d’accordo. Quindi l’ho preso. Un caso. Cercando, nell’ordine agognato e nel disordine fattuale, i racconti di Cechov, e tenendo i “Russi “ e i “Tedeschi” nella stessa sezione della libreria (chissà perché poi), me lo sono trovato in mano e perché no, mi sono detta.
    L’avrò sfogliato cinquant’anni fa e messo a giacere come i bulbi d’inverno, priva com’ero dei fondamentali del giallo, la suspense, in primis, profusa a piene mani da Mann già dalle prime righe a colpi di aspettative e del loro contrario nel ragazzo del titolo. Cosa, se non la suspense, può avermi fatto “bere” in poche ore questo racconto che sa di naftalina, di déjà-vu? E Mann è un maestro della suspense (Cosa succederà a Hans Castorp, ci ripetiamo per seicento pagine).
    Eccomi. Uno scialbo e ricco ragazzino di Lubecca, con le idee confuse- ama Hans e ama Inge, che non lo amano- una cosa sola sa: “che si sarebbe smarrito perché per alcuni non esisteva una giusta strada e che era consapevole che tutte le possibilità dell’esistenza per lui fossero “impossibilità”.
    A quattordici anni, sempre che si arrivi a finire il II capitolo, non si può far altro che chiuderlo e riporlo in quella sezione della libreria dove si mescolano russi e tedeschi facendo i debiti scongiuri.
    Alla mia età, invece, quando si è imparato l’ironichese che supporta la suspense nei fini giallisti, si procede. Quale strada sbagliata prenderà il poveretto? Cosa gli capiterà? Non è ancora tempo di chiedersi come andrà a finire. Il bravo giallista semina indizi ma non si sbilancia.
    Tonio, che appare quattordicenne, ricompare alle soglie dei trent’anni. Ha vissuto in grandi città e nelle terre del sud e Mann ci informa della sua vita alla Dorian Gray. ” Sprofondò nella voluttà e nella passione colpevole”. A trent’anni un libro “siffatto” si chiude, ma a sessanta si ha la pazienza di Giobbe. Dobbiamo credere che il ragazzo ha fatto fortuna come poeta perché ha seguito la potenza dell’intelletto e della parola che sorridente troneggia sulla vita ignara e nuda.” Santa pazienza, ma questo vegeta! Qualcosa succederà, continuo a sperare. Vi abbuono il IV capitolo che, come il sogno di Hans nella Montagna incanta, ha incantato e stimolato la mente e la mano dei critici che di roba ne hanno scritto.
    Il ragazzo mi si fa un ”attimino” simpatico. Ora è tornato a Monaco, si veste a puntino per confondersi tra la folla come un principe in incognito, per non essere additato come un’artista da strapazzo. Lizaveta - il quarto capitolo è un saggio di “poetica” in forma di dialogo con l’amica pittrice- lo taccia di essere solo un borghese smarrito. Non mi accorgo che a questo punto Mann rompe l’equilibrio e procedo in salita, trattenendo il fiato. Lui, il poeta, risentito parte per il nord che è poi la vicinissima Danimarca, ma poteva non partire e la partenza mi fa dire: è la svolta. In albergo a Lubecca, prima d’imbarcarsi, gli chiedono i documenti perché il solito stupido gendarme lo sospetta un ricercato pronto a prendere il largo. Niente, il mio entusiasmo si sgonfia. Basta mostrare una bozza di sue poesie in via di pubblicazione con firma in calce, che gli fanno tante scuse. Ma non gli accade mai niente a ‘sto povero Cristo? Eh sì che Mann gli aveva fatto raccontare, nel celebre IV capitolo, di un anziano uomo d’affari, il quale scrive novelle da quando era stato in prigione. Avrò legato queste parole al contrattempo in albergo e voilà avevo sperato che il noioso equilibrio si fosse frantumato.
    Il passo è gustoso:-“… ma non sorge irresistibile il sospetto che le sue vicende carcerarie fossero legate alle radici e alle origini della sua vocazione artistica meno profondamente di quanto lo aveva portato dentro [la bancarotta]?...Un banchiere che scrive è una rarità, no? Ma un banchiere non criminale, incensurato e solido, il quale scriva novelle…è una cosa che non succede.”
    Macchè, Mann ha già dato il meglio del giallista e ci porta, in fretta e furia, in un alberghetto della costa danese sul Baltico in cui si può toccare la costa svedese che non incanta più di tanto Tonio.
    Nell’alberghetto si svolge una festa di tedeschi in vacanza, festa che diventerà la notte di Valpurga nella Montagna incantata. Capisco che siamo, ora sì, all’acme. Chi vi vede,infatti, non visto? Proprio Hans e Inghe, che consumano nel ballo la loro bellezza e giovinezza. E lui che fa? Trova il bandolo della sua vita, anzi della vita. Lui è un borghese e se ne vanta. “Perché se in qualche maniera può esistere un qualcosa in grado di trasformare un letterato in un poeta, questo è il suo amore borghese verso le cose umane, viventi e mediocri… il mio amore più profondo e nascosto se ne va comunque per gli esseri biondi dagli occhi azzurri, per coloro che trascorrono la vita serenamente, per i fortunati, per gli amabili, i mediocri.”
    Amen.
    Cmq, ne consiglio la lettura: è un modernariato di ottima fattura.

    ha scritto il 

  • 0

    I.

    Si è svegliato e si è detto adesso vado all'
    aeroporto e me ne vado o a Rodi o a Cracovia

    così mentre lavava le sue guance dove l'acqua
    riposa come il sole tra le nubi tutto felice pensava

    a Rodi ( ...continua

    I.

    Si è svegliato e si è detto adesso vado all'
    aeroporto e me ne vado o a Rodi o a Cracovia

    così mentre lavava le sue guance dove l'acqua
    riposa come il sole tra le nubi tutto felice pensava

    a Rodi (kalè emèra) e a Cracovia (gute Reise). Però
    poi si è detto mentre schizzava in bici che forse il tedesco

    a Cracovia non è una buona idea.
    Allora ha pensato a una parola in polacco e non gli è venuto

    in mente niente. Ma io, si è chiesto, io lo so il polacco?

    II.
    L'ultimo testo registrato nell'ultimo studio sul teatro
    inglese, Einaudi 2013 copertina nera, è un lavoro di

    S. Kane. Al mattino vien la gioia, dice la ragazza, ma
    non sempre.

    III.

    Un viaggio, su. Ma non tra le tigri.

    ha scritto il 

  • 2

    Mann mi stanca

    A differenza dei suoi coevi e connazionali, la scrittura di Mann mi ha deluso: nella forma e nella sostanza, ho notato la stanchezza di un tema e di uno stile vecchio, disarmato, inattuale.

    ha scritto il 

  • 4

    Tonio Kroger
    Tonio ha un'enorme potenziale artistico ed una sensibilità fuori dal comune che lo portano ad essere un ragazzino bizzarro, con interessi distanti da quelli dei suoi coetanei e, quindi, e ...continua

    Tonio Kroger
    Tonio ha un'enorme potenziale artistico ed una sensibilità fuori dal comune che lo portano ad essere un ragazzino bizzarro, con interessi distanti da quelli dei suoi coetanei e, quindi, emarginato. Non riesce a stringere rapporti di amicizia tantomeno rapporti sentimentali con una donna.
    Tuttavia egli ha il dono dell'arte al quale sacrificherà tutta la sua vita! Ma la sacrifica per l'arte fine a se stessa o per avere, grazie ad essa, rispetto da parte degli altri? Per quegli altri con i quali non riesce a vivere a causa dell'arte e che vede così diversi da lui?
    Questo romanzo breve è un piccolo gioiello di lucida introspezione.
    La morte a Venezia
    Il personaggio è uno scrittore anziano ormai affermato rimasto vedovo che d'improvviso sente l'impulso di viaggiare e che decide dunque di andare a Vanezia.
    A Venezia incontrerà Tanzio, un ragazzino polacco di 14 anni che, per lo scrittore, rappresenta il proprio ideale di bellezza classica, greca, una musa verso la quale egli aspira. Lo scrittore inizia a seguire il ragazzo, la bellezza, ovunque e arriva persino a sfidare l'epidemia che scoppia a Venezia pur di rimanere vicino al suo ideale di bellezza. Morirà su una sdraio osservando il ragazzino fare il bagno nel lido.
    Ma qual è il significato di tutto ciò? Vale la pena seguire certi canoni di bellezza, certi ideali, anche se si va incontro alla morte? Da essi non è possibile scappare. Lo scrittore ci ha provato ma è subito tornato indietro. Quindi ne val la pena o si è inesorabilmente spinti verso di essi senza speranza di salvarsi?
    Cane e padrone
    Racconto molto descrittivo che parla del rapporto tra cane e padrone. Belli i passaggi dell'addozione del cane e della caccia. Lunghe ed abbastanza noiose le descrizioni del parco in cui si svolge la scena.
    Bello il messaggio finale, il cane vede un cacciatore che abbatte un'oca, animale che ha lui sfugge, il cacciatore sarebbe un padrone decisamente migliore del proprio che non sa cacciare, tuttavia egli segue il proprio padrone e, dopo un breve periodo, il suo amore per il padrone rinasce.

    ha scritto il 

  • 2

    Pur sforzandomi, non riesco a capire alcune riflessioni contenute in "Tonio Kröger"; La morte a Venezia è un gradevole racconto con alcuni buoni spunti; Cane e padrone è un inutile sproloquio sul null ...continua

    Pur sforzandomi, non riesco a capire alcune riflessioni contenute in "Tonio Kröger"; La morte a Venezia è un gradevole racconto con alcuni buoni spunti; Cane e padrone è un inutile sproloquio sul nulla scritto solo per motivi narcisistici.

    ha scritto il 

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