Tre sentieri per il lago

Di

Editore: Adelphi

3.9
(336)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 234 | Formato: Altri

Isbn-10: 8845906531 | Isbn-13: 9788845906534 | Data di pubblicazione:  | Edizione 7

Traduttore: A. Pandolfi

Disponibile anche come: Paperback , Copertina morbida e spillati , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
"I racconti di Tre sentieri per il lago... sono una delle grandi raccoltenarrative del nostro secolo. Senza saperlo e volerlo, la Bachmann si allontanòun poco da se stessa: cancellò o sfumò l'ossessione in cui aveva vissuto; el'ultimo racconto, che dà il titolo alla raccolta italiana, è in qualche modouna riconciliazione con la figura paterna e con l'Austria materna, sebbenel'incontro e l'addio siano così dolorosi" (Pietro Citati).
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  • 4

    E’ stata una vera sorpresa questa scrittrice austriaca. I suoi personaggi,in questo caso donne, sono tratteggiati con una incisività tale da renderle unici e difficilmente dimenticabili. La sua prosa ...continua

    E’ stata una vera sorpresa questa scrittrice austriaca. I suoi personaggi,in questo caso donne, sono tratteggiati con una incisività tale da renderle unici e difficilmente dimenticabili. La sua prosa scava come un bisturi nelle debolezze più evidenti e ne fa scaturire il groviglio dei sentimenti, di ricordi, di passato e di futuro, con i quali esse convivono. Molto bello l’ultimo racconto che dà il titolo al libro, suggestivo e simbolico. “Tre sentieri per il lago” , che però al lago non giungono più, vuoi per le opere umane, vuoi metaforicamente per la vita che intralcia e cancella ogni tentativo di miglioramento. Poi più chiaramente non si torna indietro: il passato può solo suscitarti ricordi struggenti o no ma tutto è passato ormai! E’ una velleità voler rivivere ciò che non è più. L’atmosfera è quella della consapevolezza di un mondo perduto, in questo caso proprio quello mitteleuropeo, cui sono ancora legati alcuni protagonisti. Il padre di Elisabeth, funzionario statale che non è più il burocrate asburgico, il von Trotta, amante di Elisabeth che non è più il von Trotta di “rothiana” memoria. Tutto è ormai confuso, svilito. La vita continua caotica, forse più germanica , certamente più europea.

    ha scritto il 

  • 4

    Scriveva Karl Kraus: "nulla è più insondabile della superficialità di una donna"; provocatoriamente, si potrebbe dire che questi racconti si incaricano di declinare le diverse forme di questo assunto: ...continua

    Scriveva Karl Kraus: "nulla è più insondabile della superficialità di una donna"; provocatoriamente, si potrebbe dire che questi racconti si incaricano di declinare le diverse forme di questo assunto: l'incomunicabilità che deriva dall'eccesso di precisione nell'uso di tante lingue, il narcisismo colto nella sua forma "pura" e assoluta, la semi-cecità come autodifesa e al tempo come strumento per occultare le proprie manipolazioni (ottocentesche, in fondo). Attraverso un indiretto libero assolutamente perfetto e la purezza cristallina di un lessico consapevole e di sentimenti mutevoli e contraddittori, ma sempre illusoriamente "spiegati", la Bachmann ci mostra la donna (austriaca, europea) un attimo dopo la "liberazione" del 68, alle prese con la vertigine di chi riassapori il movimento dopo un periodo di confino a letto e con l'urgenza di individuare punti fermi in un mondo nuovo. Ne rilevo due punti: tutte queste donne rinunciano comunque alla maternità (l'unica che ha avuto un figlio ne ha paura); e la più consapevole e cosmopolita di tutte queste protagoniste (forse la più vicina all'Autrice) non riesce a trovare il sentiero per il lago (di Klagenfurt), e lo raggiungerà assieme al padre anziano, per il quale è lontanissima, incomprensibile, ma amata.

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  • 5

    https://antoniodileta.wordpress.com/libri/ingeborg-bachmann/tre-sentieri-per-il-lago/

    “Lei sapeva benissimo che, una volta di più, si trattava di un importante, molto importante, ma quel che ne veniv ...continua

    https://antoniodileta.wordpress.com/libri/ingeborg-bachmann/tre-sentieri-per-il-lago/

    “Lei sapeva benissimo che, una volta di più, si trattava di un importante, molto importante, ma quel che ne veniva fuori era soltanto una spaventosa accozzaglia di luoghi comuni che avrebbe potuto inventarsi benissimo a tavolino, e invece Elisabeth, che non credeva più a nessuno, doveva tirarne fuori un reportage con fotografie e testi impressionanti, pur rendendosi conto che tutto ciò non la riguardava, men che mai quelle donne e quei medici, e un giorno, mentre conversava con un ginecologo, una persona elegante e piena di sensibilità, era stata colta a un tratto da una furia assurda, avrebbe voluto scattare in piedi e gridargli in faccia che andasse pure al diavolo, tanto a lei della sua comprensione e delle sue caute dichiarazioni non gliene importava assolutamente niente. Che cosa le importava di tutte quelle donne con le loro difficoltà, i loro problemi e i loro mariti, e la loro incapacità di dire anche una sola parola autentica sulla propria vita, e a un tratto avrebbe voluto domandare a quel medico: E chi fa mai delle domande a me, chi ne fa mai a qualcuno che si permette di vivere e pensare in maniera autonoma, che cosa avete fatto di me con questa vostra pazzesca comprensione per ogni problema? non è mai venuto in mente a nessuno di voi che si uccidono le persone se gli si toglie la possibilità di esprimersi e quindi di vivere e di pensare a modo loro?
    Naturalmente non aveva gridato, al contrario aveva ringraziato con cortesia e poi aveva consegnato un magnifico servizio che le faceva orrore, e quando aveva ricevuto il premio il reportage era già dimenticato e finito nel cestino.”
    (Ingeborg Bachmann, “Tre sentieri per il lago”, ed. Adelphi)

    Dopo aver scoperto la grandezza di un romanzo quale “Malina”, eccomi qui a scrivere su un libro di Ingeborg Bachmann che mi è parso persino superiore per efficacia, intensità, capacità di muovermi dentro. Mi riferisco a “Tre sentieri per il lago”, raccolta di cinque racconti di rara bellezza. Qualche libro l’ho letto e non mi è accaduto spesso di trovarmi commosso o sul punto di esserlo. Leggendo i racconti della Bachmann mi è successo sia con “ll latrato” sia con quello che dà il titolo alla raccolta, il più lungo.
    Scrive Pietro Citati in un brano riportato sul retro-copertina dell’edizione Adelphi: “I racconti di Tre sentieri per il lago sono una delle grandi raccolte narrative del nostro secolo. Senza saperlo e volerlo, la Bachmann si allontanò un poco da se stessa: cancellò o sfumò l’ossessione con cui aveva vissuto; e l’ultimo, elegantissimo racconto, che dà il titolo alla raccolta italiana, è in qualche modo una riconciliazione con la figura paterna e con l’Austria materna, sebbene l’incontro e l’addio siano così dolorosi”. Chi ha letto “Malina” o altre opere precedenti della Bachmann potrà notare come questi cinque racconti siano attraversato da una malinconia feroce che quasi mai sfocia in rabbia, da una profondità d’introspezione e una lucidità che non sono inficiate da visioni allucinate; si ha davvero la sensazione di trovarsi di fronte a una scrittrice che è riuscita a distillare dai suoi dèmoni interiori il meglio, conservando la capacità di ferire il lettore ma al tempo stesso fargli cogliere la bellezza dell’atto narrativo.
    “Il latrato”, che mi ha colpito in modo particolare, è un breve racconto, di poco più di venti pagine, con il quale l’autrice analizza il rapporto tra una madre e un figlio. Da solo, questo racconto, varrebbe la lettura dell’intero libro, che pure è arricchito da altre storie stupende. “Simultaneo” è la descrizione di una fugace relazione tra un’interprete e un funzionario della Fao; “Problemi problemi” è incentrato su una giovane donna che ha eretto il sonno a sommo appagamento, e che trova conforto solo nelle visite settimanali alla parrucchiera; in “Occhi felici” la protagonista, alla quale mancano diverse diottrie, sceglie di togliersi gli occhi per non vedere di continuo la realtà circostante che la ferisce; infine “Tre sentieri per il lago”, il più lungo, è la storia di una donna di mezza età che, tornata al paese per visitare il padre e i luoghi d’origine, rivive la sua intera esperienza sentimentale, le perdite, rendendosi conto di essere destinata a un’estraneità irrimediabile.

    ha scritto il 

  • 4

    Cinque racconti - del 1972, anno precedente la scomparsa prematura dell’autrice - con altrettante donne per protagoniste: tratteggiandole con grande classe, Ingeborg Bachmann ne evidenzia soprattutto ...continua

    Cinque racconti - del 1972, anno precedente la scomparsa prematura dell’autrice - con altrettante donne per protagoniste: tratteggiandole con grande classe, Ingeborg Bachmann ne evidenzia soprattutto le debolezze, l’incapacità di vivere, se non pienamente, almeno con sufficiente coerenza e padronanza di sé. Ho trovato più convincenti i primi quattro racconti, ben calibrati nell’ambito della loro estensione classica, meno il quinto, quello conclusivo che dà il nome alla raccolta, lungo cento pagine e più disomogeneo.

    ha scritto il 

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    “Ho scoperto di non appartenere più a nessun paese, non ho più nostalgia di nessun posto, una volta era diverso, una volta credevo di avere un cuore e di appartenere all’Austria. Ma tutto passa prima ...continua

    “Ho scoperto di non appartenere più a nessun paese, non ho più nostalgia di nessun posto, una volta era diverso, una volta credevo di avere un cuore e di appartenere all’Austria. Ma tutto passa prima o poi, il cuore vien meno e una certa mentalità va perduta, solo che sento in me qualcosa che sanguina, e non so cos’è”.

    Così afferma Franz Joseph Eugen Trotta, il grande amore doppiamente perduto, nei pensieri di Elisabeth, la protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta, colui che, “uomo esiliato e perduto”, le aveva fatto sentire che “l’estraneità era il suo destino”. Così pensa Elisabeth, così scrive Inge in questo racconto che, ricchissimo, disturbante ed estremamente raffinato, conclude quella parte della sua produzione che l’autrice volutamente destina alla pubblicazione, e suona come un addio, la chiusura di un cerchio, un ritorno all’origine per estinguerla definitivamente. La raccolta esce nel 1972, l’anno dopo la Bachmann morirà tragicamente a Roma. E’ stata la sua poesia l’apprendistato che mi ha permesso prima di comprendere, poi di apprezzare e infine di ammirare anche la sua prosa, una poesia “acuta di conoscenza e amara di nostalgia”, fatta di versi duri, spesso arditi e bizzarri che si stemperano in una improvvisa melodia, di immagini che franano a precipizio l’una sull’altra, nella tensione a volte parossistica di trovare quelle “frasi vere” che sono, prima di tutto, un’esigenza concettule propria di una sensibilità filosofica. Come afferma Luigi Reitani nella sua Introduzione al volume “La lirica di Ingeborg Bachmann. Interpretazioni”, si tratta di una poesia che, da un lato, si esprime nelle “ripetute variazioni sui temi della terra desolata, del rumore del mondo e della cognizione del dolore, e dall’altro produce con insistenza visioni utopiche liberatorie e, soprattutto, una continua tensione della scrittura, chiamata a ricordare e a vedere”. E’ questa poetica rigorosa e immaginifica, questa esigenza concettuale densa di echi e rimandi, accompagnata però dalla levità, dalla frivolezza della tentazione dell’abbandono all’ineluttabile flusso vitale a costituire il motivo di fondo che guida il lettore attraverso le trame di questi racconti, lungo questi sentieri. Mi soffermo sull’ultimo racconto, sulla storia che, a detta dell’autrice, “ha un’origine topografica”, perché conduce a Klagenfurt, quindi anche all’origine della Bachmann, attirata da quei tre sentieri che portano al lago, il sentiero numero 1 o sentiero delle alture, e i sentieri 7 e 8, che Elisabeth, tornata a casa per una visita all’anziano padre, vuole ripercorrere a piedi, come faceva da ragazzina, perché considera il bosco che attraversano “come l’unico angolo al mondo dove c’è tranquillità e silenzio”. Magistralmente la struttura portante del racconto è sostenuta dai ripetuti tentativi della protagonista di ricavare la soddisfazione e la pacificazione che si aspetta dalle sue passeggiate solitarie lungo i sentieri attraverso il bosco, per giungere al lago; magistralmente il flusso dei ricordi e delle riflessioni esistenziali è scandito da questi tentativi. E l’interruzione dei sentieri, che non conducono più al lago e che attraversano un paesaggio ampiamente mutato, frustrando e vanificando le aspirazioni della protagonista, arricchiscono il racconto di una valenza simbolica e concettuale. E’ da questi sentieri interrotti che la Bachmann guarda ad una esistenza dove “le cose vere non succedono mai o succedono troppo tardi”, sono questi sentieri che hanno perso la loro meta e la loro attrattiva a diventare il simbolo di una vita “sfuggita di mano, come a uno spettatore che va al cinema ogni giorno e si lascia narcotizzare da un mondo diverso dal proprio”. “Seguendo il sentiero delle alture numero 1 arrivò di nuovo alla Zillhohe dove c’erano le panchine e lì si mise a sedere un attimo, guardò brevemente giù verso il lago, poi più oltre, verso le Karawanken e, ancora al di là, verso Krain, la Slavonia, la Croazia, la Bosnia; di nuovo cercava un mondo che non esisteva più, poiché di Trotta non le era rimasto nulla, solo il nome e poche frasi, i suoi pensieri e un accento particolare”. Il resoconto di una vita frenetica, a volte frivola, di successo ma priva di radici, all’insegna della estraneità a tutto, a luoghi, città, case, persone, una vita ricca di relazioni ma tutte instabili e aleatorie, ha delle soste come questa, in cui c’è tutta l’intensità e la potenza evocativa della prosa della Bachmann. Dal sentiero delle alture numero 1, che non conduce più al lago, si vede una patria che non esiste più, che abilmente l’autrice assimila all’amore perduto. Le basta un nome, Trotta, per evocare sia il paradiso lontano nel tempo dell’Austria felix, doppiamente perduto dopo l’Anschluss – e ora, dopo la guerra, “un paese in vendita, ancora peggio di un paese sbandato e sconfitto” – sia l’amore irrealizzabile e privo di futuro, perché Trotta, nel racconto, cinico e disilluso, si uccide, lasciando ad Elisabeth in eredità le sue frasi da oltretomba: “Non acquistare nulla, conserva il tuo nome, non prendere me, non prender nessuno, non vale la pena”. Se il ritorno a Klagenfurt è un ritorno alle origini, è quindi solo per constatare che queste origini non esistono più, si sono frantumate, estinte, e che la condizione più connaturale all’uomo è lo sradicamento. Due anni dopo la morte di Ingeborg Bachmann, usciva il romanzo di Thomas Bernhard “Correzione”, in cui il rifiuto delle origini e lo sradicamento, portati alle estreme conseguenze, diventano prima segregazione e poi annientamento. Un romanzo cupo, serrato, costruito secondo una progressione geometrica, quella “geometria delle tenebre” propria della prosa filosofica bernhardiana che possiede il fascino del pensiero logico che gioca con le sue variazioni, senza indulgere a leggerezze, a soste o a rielaborazioni poetiche. Ebbene, anche “Correzione” ha il suo sentiero, “il sentiero della scuola”, e anche questo riporta alle origini, perché è quello che i tre personaggi principali del romanzo percorrevano da bambini; come i sentieri della Bachmann anche questo è caratterizzato dal silenzio, passa attraverso un bosco quasi del tutto privo di presenze umane, e anche questo ha una valenza simbolica, perché è per Bernhard il sentiero della vita. E’ “un sentiero di tutte le scoperte possibili”, l’origine delle sensazioni, delle percezioni, dei sentimenti, dei sensi di sentimenti, degli esperimenti di pensiero. E anche questo sentiero è interrotto, perché tutta la dolcezza del ricordo è annientata dall’evento drammatico a cui il sentiero è collegato. Sui sentieri di Inge la protagonista torna col pensiero al suicidio di Trotta, sul sentiero di Bernhard incombe il suicidio di Roithamer, il costruttore del cono. La Bachmann non ha potuto leggere “Correzione”, Bernhard, così esigente e intransigente nei suoi giudizi, apprezzava ed ammirava la poetessa austriaca. Entrambi concepiscono l’arte come una sfida alla mancanza di senso, dimostrando quel coraggio di essere che Aldo Gargani sceglie come titolo del suo saggio sulla cultura mitteleuropea e della sua introduzione ai “Diari” di Ludwig Wittgenstein. “Correzione” di Bernhard trae ispirazione dalla suggestione della casa costruita da Wittgenstein per la sorella Margarethe a Vienna, impostata su criteri di rigorosa e geometrica funzionalità. Alla biografia del filosofo si rifanno molti elementi di Roithamer, protagonista del romanzo. Ingeborg Bachmann, che apprezzava molto l’opera di Wittgenstein, ha scritto nel 1953 un saggio su di lui nei “Quaderni di Francoforte”, ha affermato di essere stata molto influenzata dal suo pensiero e, nelle interviste raccolte nel volume “In cerca di frasi vere”, racconta di aver insistito presso la Casa editrice Suhrkamp affinchè ristampasse il “Tractatus” di Wittgenstein, dopo che le opere del filosofo erano state bruciate dai nazisti. Nello stesso volume afferma di aver fatto propria una sua frase: “I confini del mio linguaggio significano i confini del mio mondo”. Così tutto si tiene.

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  • 4

    Raffinato, profondo,poetico.
    Finalmente una bella scrittura al sevizio di un'anima complessa e tormentata.
    Brava questa scrittrice, che ti porta per mano nella stanchezza esistenziale che prima o poi ...continua

    Raffinato, profondo,poetico.
    Finalmente una bella scrittura al sevizio di un'anima complessa e tormentata.
    Brava questa scrittrice, che ti porta per mano nella stanchezza esistenziale che prima o poi ognuno di noi attraversa.

    ha scritto il 

  • 3

    Un po' deboli, questi racconti. Non che manchi la profondità che Ingeborg Bachmann ha sempre messo nei suoi lavori, lirica o prosa, ma è come se, col senno di poi, si percepisca la stanchezza di viver ...continua

    Un po' deboli, questi racconti. Non che manchi la profondità che Ingeborg Bachmann ha sempre messo nei suoi lavori, lirica o prosa, ma è come se, col senno di poi, si percepisca la stanchezza di vivere dell'autrice. La raccolta Tre sentieri per il lago, tassello del progetto Todesarten, modi di morire, viene pubblicato nel 1972. Un anno dopo la scrittrice muore per le ustioni di un incendio scoppiato nel suo appartamento di Roma in circostanze mai chiarite. Suicidio o incidente? Non lo sapremo mai.

    E non è forse un caso che ciò che più colpisce di questi racconti sia l'autobiograficità, non nel senso angusto di "narrazione della propria vita". Ma nelle donne che abitano queste pagine non si possono non scorgere i problemi esistenziali dell'autrice nel periodo forse più difficile della propria vita. E Miranda sono io e Beatrix sono io ed Elisabeth sono io. Cinque "Io" avulsi dalla realtà. Miranda che non tollerà la realtà, che si rifiuta di vederla rifiutandosi di indossare gli occhiali per correggere la sua forte miopia astigmatica; e Beatrix il cui desiderio più grande, lo scopo della sua vita [è] dormire, nient'altro che dormire!; ed Elisabeth con il suo rapporto edipico con il padre, e con la sua incapacità di orientarsi nello spazio e nel tempo, e con il suo eterno senso di esilio, senza patria. Sono donne intrappolate in un mondo maschile, patriarcale. Uomini che uccidono le donne, non per forza fisicamente. Donne che non accettano di recitare in questo teatro, ma che non si ribellano e che piuttosto fuggono la realtà (è forse l'unico modo per non essere uccise anche fisicamente).

    Non so esattamente cosa mi abbia contrariato. La prosa credo(mediata ovviamente dall'italiano). La prosa che avevo amato ne Il trentesimo anno e in Malina è qui debole, come se mancasse la componente lirica, il linguaggio poetico. O forse perché più ermetica. O perché (più grave?), da uomo, non sono riuscito a cogliere pienamente l'universo, il linguaggio e il problema femminile di questa raccolta.

    ha scritto il 

  • 4

    Cinque donne, cinque storie, cinque disagi e cinque tentativi di sfuggire alla realtà; realtà che però non si sfugge, non si inganna, non si allontana neanche di un passo, che si dipana e scorre inarr ...continua

    Cinque donne, cinque storie, cinque disagi e cinque tentativi di sfuggire alla realtà; realtà che però non si sfugge, non si inganna, non si allontana neanche di un passo, che si dipana e scorre inarrestabile. Stile raffinato.

    ha scritto il 

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    Le protagoniste dei racconti di questa raccolta, sono donne che non vogliono guardare in faccia la realtà o ammetterne l'esistenza. Meglio vivere in una semi ciecità pur di non dover guardare in facci ...continua

    Le protagoniste dei racconti di questa raccolta, sono donne che non vogliono guardare in faccia la realtà o ammetterne l'esistenza. Meglio vivere in una semi ciecità pur di non dover guardare in faccia se stessi e gli altri. Grazie a Giusy che me lo ha donato, diversamente avrei continuato ad ignorare l'esistenza di questa scrittrice.

    ha scritto il 

  • 4

    Nadja, Beatrix, Miranda. Le protagoniste dei primi tre racconti questa raccolta non sono donne sensibili, anzi, al contrario, sono volontariamente ottuse, nel senso che si rifugiano nell’ottusità (int ...continua

    Nadja, Beatrix, Miranda. Le protagoniste dei primi tre racconti questa raccolta non sono donne sensibili, anzi, al contrario, sono volontariamente ottuse, nel senso che si rifugiano nell’ottusità (intesa come “limitazione della vivacità intellettiva e sensoriale”) proprio per la paura di sentire. Ognuna di esse surgela il cuore per paura che dietro la felicità possa nascondersi la sofferenza. Ognuna, a modo suo, cancella, svilisce, allontana l’uomo che ha di fronte per lo spavento di guardarlo e, forse, di amarlo.

    Nel racconto conclusivo, quello che dà il titolo al libro, una fotografa cinquantenne, giunta allo spartiacque della propria vita, ritorna alla casa paterna. In questo piccolo romanzo di retrospettiva Elisabeth, arrivata in cima alla salita, dà una breve occhiata indietro al mondo che si è lasciata alle spalle mettendo in fila ricordi, affetti e disillusioni; alcuni sentieri hanno un fondo cieco, altri si perdono nel bosco, altri ancora ci portano fuori strada. Qualche rimpianto, qualche lacrima, un bel respiro e poi avanti, giù verso il lago.

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