Tu, sanguinosa infanzia

Di

Editore: Mondadori (Scrittori Italiani)

4.0
(631)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 135 | Formato: Altri

Isbn-10: 8804422173 | Isbn-13: 9788804422174 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , eBook , Copertina rigida

Genere: Biografia , Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Un bambino osserva il nonno leggere libri di fantascienza, i primi volumi di"Urania" con i mostri in copertina, e immagina, trepidante, di assistere ascontri tra il vecchio e le creature venute dallo spazio. Un bambino ha fattocon un coetaneo il primo scambio della sua vita: una macchinina di metallo perun giocattolo di plastica, e adesso è tormentato dai rimorsi. Un giovanelettore ama otto scrittori di mare: Conrad, Defoe, London, Melville, Poe,Salgari, Stevenson e Giulio Verne. Deve sceglierne uno, sacrificando, uno pervolta, altrettanti pezzi del suo cuore: chi sopravviverà?
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  • 3

    Estratti dalla memoria infantile del poetico Mari. Da uno emerge la scoperta che ci sia un mondo degli adulti, che ha solo un labile contatto con quello dei bambini. Ma è in quest'ultimo (che per un a ...continua

    Estratti dalla memoria infantile del poetico Mari. Da uno emerge la scoperta che ci sia un mondo degli adulti, che ha solo un labile contatto con quello dei bambini. Ma è in quest'ultimo (che per un adulto resta un "laggiù") dove rimane "quasi tutto" della vita.
    Per chi tanti mosaici ha composto da bimbo, bello il racconto sul rito dei puzzle con la madre.

    ha scritto il 

  • 3

    Una raccolta di racconti, tutti centrati attorno al tema della giovinezza vista in retrospettiva, con tutti gli oggetti e i sentimenti che la rendevano importante. Tutti bei racconti, ben scritti e p ...continua

    Una raccolta di racconti, tutti centrati attorno al tema della giovinezza vista in retrospettiva, con tutti gli oggetti e i sentimenti che la rendevano importante. Tutti bei racconti, ben scritti e piacevoli da leggere, sia per lo stile che per l'idea attorno a cui ruotano. Mi sono ritrovata in molte delle emozioni trasmesse dall'autore, andando a ripensare con un sorriso alle cose che rendevano speciale la mia infanzia. Penso che a ognuno capiti spesso di ritrovarsi tra le mani un libro o un gioco preferito di quando si era più piccoli e fermarsi lì a rimembrare quanto era bello e spensierato essere bambini, con problemi e angosce che adesso ci sembrano così distanti. Questo libro tratta di questo, in ogni racconto si sente la malinconia insita nel crescere e solo per questo, per la scelta di un tema così inusuale in letteratura, i racconti già incontrano il mio gusto. Lo stile è quello tipico di Mari, aulico ma scorrevole, non il mio genere ma comunque piacevole da leggere, tanto più che si riconosce l'abilità nello scrivere. Unico neo, la forma del racconto. Saranno anche meravigliosi, ma è inutile, sono sempre troppo brevi per lasciarmi qualcosa di permanente. Voto: 8

    ha scritto il 

  • 5

    L'infanzia come scaturigine di ogni meraviglia e di ogni terrore. Inferno in nuce, paradiso che si perde presto e nel quale si vorrebbe restare. Crescere è tradire e consegnarsi alla fine: quella del ...continua

    L'infanzia come scaturigine di ogni meraviglia e di ogni terrore. Inferno in nuce, paradiso che si perde presto e nel quale si vorrebbe restare. Crescere è tradire e consegnarsi alla fine: quella del bambino, per quanto appaia tempo sospeso, è una lenta marcia di avvicinamento al termine del percorso che muove i primi passi. La vita è quel che sta in mezzo: delusione, tedio, decadimento. L'inveramento dei traumi originari, l'elaborazione del lutto per quella primitiva felicità dissolta.
    Consegnati a questa visione che Pietro Citati definisce di “grande romanticismo tenebroso”, undici racconti che si immergono nella luce vivida e terribile dell'età dell'oro e del ferro. Sotto il segno della nevrosi e del feticismo (lo stesso Mari parla di “fanatismo”), sfilano i trofei da conservare sotto forma di oggetto o di ricordo: i giornalini, i giocattoli smarriti o scordati (il bello e perturbante “L'uomo che uccise Liberty Valance”, nella luce edipica della soggezione per il padre orco, come specularmente tutto immerso nel vagheggiamento adorante della madre è “Certi verdini”, variazione ossessiva sui puzzle come ontologia), i primi pensieri sulla morte, le difficoltà dei rapporti con gli altri, coetanei o adulti che siano (“L'orrore dei giardinetti”, “E il tuo dimon son io”), la fantascienza (il minuziosamente catalogatorio “Le copertine di Urania”), lo struggimento dei canti alpini (il sezionamento, macabro e candido, del corpo del capitano in “Canzoni di guerra”), la scoperta della lettura consapevole come conseguenza di una situazione imbarazzante (l'io narrante ragazzino ha appena letto lo stesso romanzo, “La freccia nera” di Stevenson, che qualche giorno dopo il padre gli regalerà, e tace questa lettura per non deluderlo: si salverà dal senso di colpa scoprendo che è il libro avuto in dono è un'altra traduzione, in qualche modo “un altro libro”).
    Ecco, la lettura. La pienezza, l'intensità, l'immersione, il senso della “prima scoperta” che è dell'infanzia innerva quel racconto meraviglioso che è “Otto scrittori”.
    «C'erano una volta otto scrittori che erano lo stesso scrittore. Tutti scrivevano del mare e delle sue tremende avventure, tutti usavano parole meravigliose come bastingaggio e bompresso, tutti conoscevano le geografia più lontana, i venti, le faune, le flore, le costellazioni, il computo della posizione, da quella conoscenza ricavando profondissimi affanni; mi facevano ardere della stessa sete e dello stesso delirio, rabbrividire per la stessa tempesta, sprofondare nello stesso identico flutto».
    Gli otto scrittori che formano un unico immenso scrittore sono Joseph Conrad, Daniel Defoe, Jack London, Herman Melville, Edgar Allan Poe, Emilio Salgari, Robert Louis Stevenson e Giulio Verne. Nella dialettica crescita/infanzia, selezione/tradimento, dovranno congedarsi a uno a uno dall'io lettore, cedere il passo ai più bravi, infine all'autore fra loro essenziale. Comincia così un pudico gioco al massacro, una sorta di “otto piccoli indiani” che è insieme un perdere e un serbare, un “creare gerarchie” che si fa autobiografia di lettore al quale vorremmo assomigliare, io almeno vorrei: che cosa si afferma nel tempo come più o meno importante per noi, e come anche i meno importanti siano essenziali e ci abbiano formato, incantato, intrattenuto. L'incanto va di pari passo con la gratitudine che il vero lettore prova verso chi ha scritto per lui. E si fa omaggio che commuove, per esempio, nella bellissima uscita di scena di Emilio Salgari, poco dopo Verne e Defoe:
    «Avevo sei nomi, ed uno era quello della mia fanciullezza. Quel nome mi si offrì inerme, indifeso nell'evidenza grafica con cui si stagliava per me sulle grosse copertine illustrate. Cercai di resistere, di non immaginarlo subito come lo strato più esterno, mi dissi che il fatto di averlo incontrato per primo nella mia vita non significava che anche adesso dovesse essere il primo; che non potevo farmi complice di tanti luoghi comuni, di tanti sorrisetti odiosi; che questa volta non sarebbe bastato dire “Sei un altro scrittore, ma resti meraviglioso ugualmente”, perché ogni distinzione, anche la più leggera, sarebbe stata un rinnegamento.
    E invece, sprofondando nella vergogna dell'ingratitudine, lo persi. Lo persi con tutta la mia infanzia, e fu tale la tristezza che in segno di rispetto vietai al mio cervello di enumerare gli elementi di impurità che potevano giustificare quella scelta. Perché la sua infinita generosità non meritava che né io né altri giudicassimo i suoi libri, i suoi cento libri scritti tutti con la stessa cannuccia tenuta insieme da un filo di cotone. E infatti Poe rimase in silenzio con gli occhi bassi, e Melville spezzò la sua penna, e Stevenson venne con un ramoscello di erica in fiore, e Conrad portò un'alta onorificenza della Marina inglese, e London si levò il berretto e lo gettò in mare».
    Continuate pure la lettura, ne vale la pena. A me basta ricordare che questo omaggio a Salgari, che è lo stesso dedicato ai “giornalini”, è uno sguardo amoroso all'infanzia, perché «non sarai titolare di un letto se non avrai dormito in un lettino, se non ti avrà contenuto una culla; non leggerai e non possederai Columella o Malebranche se non avrai letto e posseduto Collodi o Salgari».
    Voce personalissima e riconoscibile, grande stilista come i Gadda e i Manganelli, Michele Mari si apparenta, mi sembra, a quell'altro grande che è stato Tommaso Landolfi. E i racconti di “Tu, sanguinosa infanzia” volano molto vicino agli alti cieli del capolavoro.

    ha scritto il 

  • 0

    (M'era sparito il commento. Rimettiamolo, va, chè ci tengo)
    Racconti densi di un compunto e compreso amarcord sull'infanzia e le sue agrodolci sopravvivenze. Ottimamente referenziato dai più (tra cui ...continua

    (M'era sparito il commento. Rimettiamolo, va, chè ci tengo)
    Racconti densi di un compunto e compreso amarcord sull'infanzia e le sue agrodolci sopravvivenze. Ottimamente referenziato dai più (tra cui amici e vicini carissimi, a cui so già che non potrò mai finire di chiedere clemenza) e intuisco perché.

    Perchè c’è l'intenerirsi fino allo sdilinguimento per il pensoso ed ironico e dolente e dolce ed amaro rimembrare dell’eterno pascoliano fanciullino.
    Perchè c’è l’ansia empatica ed identitaria insieme dell’ “anch’io....anch’io....... Ehhhh quante ne abbiamo passate!...ma tiricordi.... i giardinetti, la collezione dei giornalini e degli Urania, la hit parade degli scrittori, il libro di papà, il puzzle di mammà, le canzoni degli alpini di nonnò?” (salvo poi aggiungere: "tremendo eh?!").
    Perchè c’è il commosso e sommesso gioire per l'aulico ed epico e barocco prosare; per il ricercato ed arcaico e sofferto e colto aggettivare.
    Perchè c’è l’ammirazione per arti(fizi) ed anche abilità del mestiere.

    Però, dato per scontato che al fondo ci son di sicuro limiti di (dis)gusto e di (in)sensibilità tutti miei, provo a trovarmi qualche povera e (lo so!) vana giustificazione per la bestemmia che vado pronunciando.

    Forse sarà che le pacche sulle spalle tra reduci di comuni dis/grazie dell’età verde, mi deprimono;
    Forse sarà che sono allergico ai libri sull'infanzia e soprattutto a quelli elegiaci e buonisti (e questo tale è, nonostante le dis/grazie; anzi, soprattutto per quelle, temo);
    Forse sarà che il tema dell'infanzia dentro molto mi dole ed all'infanzia non tornerei neppure previo ingaggio stellare;
    Forse sarà che la bravura troppo cercata e troppo esposta in vetrina tanto mi infastidisce (mi fa pensare al kitsch delle case di certi nuovi ricchi e alla miseria che pre(te)nde lo sfogo);

    Fatto sta che devo confessare che l'atmosfera ironico-nostalgica-ma-invece-no, cosparsa di postuma, manierata sofferenza e di ruffiani ammiccamenti mi ha dato reazioni allergiche e analfilattiche indettagliabili.
    E così, "il lirico periodare, labirintico ed ispirato, denso di sofisticate sofistificazioni attorno al tempo romito mi è apparsa, nel mentre mi coloravo di vermiglia vergogna, la verbosa e pretenziosa mascheratura di un passatismo tanto ironico e dolorante quanto affetto da obsolescente morbosità" (rende l’idea, la citazione tarocca?)

    L'ho finito con la fatica che viene dalla crescente, colpevole sensazione di decrittare banalità.
    Ps) Come atto estremo di riparazione salvo “Laggiù”. Basta? No vero? Lo sapevo.

    ha scritto il 

  • 3

    Non si può non ammirare lo stile mirabolante di Michele Mari: sembra un Calvino strafatto di coca. Questo è il primo libro che leggo, e perciò è prematuro dar giudizi veri; ma voglio sperare che di ta ...continua

    Non si può non ammirare lo stile mirabolante di Michele Mari: sembra un Calvino strafatto di coca. Questo è il primo libro che leggo, e perciò è prematuro dar giudizi veri; ma voglio sperare che di tanta intelligenza, arguzia, ironia e cultura, di tanto gusto e tanto amore per la lingua italiana, Mari abbia saputo farne (o saprà farne) qualcosa di più. Perché sfogliando il racconto degli Otto Scrittori, dedicato ai grandi autori classici dell'avventura, non si può fare a meno di pensare: sì, com'è piacevole leggere questo racconto, ma com'è mille volte più piacevole leggere Quelli! Perché aver paura della letteratura vera? Perché sotto questo immaginifico castello di parole non ci sono, come sotto i castelli di parole di Calvino (simili ma meno strabilianti, e proprio per questo più eleganti, perché, si sa, il troppo stroppia), non ci sono storia e passione?, ma al massimo un briciolo di malinconia, un tocco di poesia? Perché questo pudore, questa autoironia, questo giocare con le parole come fossero tessere di un puzzle? Proprio il linguaggio esageratamente ampolloso, scherzosamente iperbolico, impedisce al lettore di prendere sul serio il contenuto. Ma c'è, poi, un contenuto? Dove sono le grandi idee, le lotte, i sentimenti, le avventure, i conflitti e i disastri? Questi racconti sono dedicati all'infanzia, e va bene. Ma pensiamo cosa ha scritto Calvino sull'infanzia, i Nidi di ragno e il Barone Rampante. Quelli, Calvino e Stevenson e Melville e tutti gli altri, sono Letteratura, e questo è cazzeggio; Cazzeggio con la C maiuscola, se volete, Cazzeggio in grande stile, ma pur sempre cazzeggio.

    ha scritto il 

  • 5

    strepitoso

    otto racconti che si intrecciano formando un unico ricordo,nostalgico e struggente di un periodo bellissimo e crudele quale è l'infanzia. sceglierne uno su tutti sarebbe come preferire il sole al mare ...continua

    otto racconti che si intrecciano formando un unico ricordo,nostalgico e struggente di un periodo bellissimo e crudele quale è l'infanzia. sceglierne uno su tutti sarebbe come preferire il sole al mare,il cioccolato alla pizza (Mari mi perdonerà il paragone svilente) perchè sono tutti straordinari a modo loro,a partire dalle atmosfere per terminare con lo stile ricercato ma non ridondante.
    le collezioni di fumetti da custodire gelosamente, la scoperta del piacere della rilettura,le crudeli dinamiche tra bambini al parchetto (le mamme ancora più crudeli),la fissa per i puzzle (mai amato appenderli:-)) e quella geniale combriccola di scrittori che solo un altrettanto geniale autore poteva mettere insieme.
    le cene con le anobiane di classe sono sempre le migliori
    a buon rendere socia:-*

    ha scritto il 

  • 5

    Questo libro di racconti di Mari mi e' piaciuto tantissimo!
    Quelli che ho preferito sono, in quest'ordine:
    La freccia nera, Certi Verdini, Canzoni di guerra, I giornalini.
    Piacevolissimo il primo, s ...continua

    Questo libro di racconti di Mari mi e' piaciuto tantissimo!
    Quelli che ho preferito sono, in quest'ordine:
    La freccia nera, Certi Verdini, Canzoni di guerra, I giornalini.
    Piacevolissimo il primo, sulla scoperta della diversa traduzione in italiano dello stesso libro; mi rammenta un recentissimo libro di Somerset Maugham, Acque morte, edito da Mondadori nel 1956 con il titolo Questa nostra vita, e poi nel 1994 da Sellerio con il titolo Lo spazio angusto: ho letto i primi due, sembra di leggere un romanzo nuovo ogni volta, e' una sensazione bellissima.
    Nel secondo mi ha divertito tantissimo l'ossessione di madre e figlio per i puzzle di 18/24.000 pezzi ed oltre ....
    Il terzo mi ha ricordato, nella prima parte, quando io e mio marito (ma soprattutto lui) cantavamo canzoni di montagna come ninne nanne alla figlia maggiore, rimasta figlia unica per quattro anni: noi non cantavamo Monte Canino, bensi' La leggenda della Grigna, fra le altre ....
    ..... e i giornalini! Avevo un fratello maggiore e cugini maschi, quindi sono cresciuta leggendo fumetti prettamente maschili: Tex , Zagor, Rintintin, L'uomo mascherato, Mandrake .....
    Un nostalgico tuffo nel passato!

    ha scritto il 

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