Un contadino nella metropoli

Ricordi di un militante delle Brigate Rosse

Di

Editore: Bompiani

3.8
(139)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 340 | Formato: Altri

Isbn-10: 8845256219 | Isbn-13: 9788845256219 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina morbida e spillati

Genere: Biografia , Storia , Politica

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Descrizione del libro
Insieme a Renato Curcio, Mario Moretti e Alberto Franceschini, Gallinari èstato uno dei nomi di spicco delle BR. Vi ha militato fin dal principio, ed èstato uno dei massimi dirigenti dell'organizzazione durante il periodocruciale del sequestro Moro. Nel suo libro, Gallinari si assume tutta laresponsabilità del percorso di vita che lo ha condotto dalla giovinezza aReggio Emilia agli ergastoli collezionati davanti a quattro o cinque Cortid'Assise. E lo fa senza lifting, con l'onestà di restituire esattamente lapsicologia e l'universo ideologico di un giovane rivoluzionario, spintodall'incalzare degli avvenimenti storici fino alla cospirazione violenta e aigesti più estremi.
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  • 3

    "Prospero è il nome o il cognome?"

    Il brigatismo è stato un fenomeno complesso legato in modo imprescindibile alla realtà politica e sociale italiana. Dopo molte testimonianze, più o meno legate agli anni in cui sono state scritte, que ...continua

    Il brigatismo è stato un fenomeno complesso legato in modo imprescindibile alla realtà politica e sociale italiana. Dopo molte testimonianze, più o meno legate agli anni in cui sono state scritte, quella di Prospero Gallinari fa riflettere in direzioni spesso contrarie, che vanno a scontrarsi l'una all'altra per la poca conoscenza storica che si ha di quel periodo, dopo aver lasciato per anni carta bianca a giornalisti schierati o a opinionisti non certo rivoluzionari o men che meno obiettivi, nel raccontare quei complessi anni '70. Anche se non mi ha così entusiasmato, questo libro apre un modo diverso di raccontarsi, senza la tecnica dell'intervista, che salvo alcuni libri come “Armi e bagagli” di Fenzi, è cosa rara. La differenza sta nel fatto, non trascurabile, che quest'ultimo era docente di letteratura italiana all'università, mentre Gallinari era quello che si definisce nel titolo: un contadino di Reggio Emilia da generazioni, poi spostatosi nella metropoli. Tuttavia a parte la differenza stilistica, questi due libri non sono solo “politici” ma bensì un racconto esistenziale di un'esperienza fatta di speranze iniziali e di morti e sconfitte finali. Se davvero l'analisi di Gallinari è piena di semplificazioni, il suo narrare è simile a certe opere di partigiani, partendo dall'infanzia per arrivare via via ai fatti salienti di una vita. Anche qui una differenza è d'obbligo, nei libri di Giovanni Pesce o di Chiodi si racconta la reazione di una parte di popolazione nei confronti di una guerra in atto. In questo libro, una guerra non c'era e soprattutto per la classe politica che vinse il fenomeno della lotta armata, e che confonde l'indicibilità dei suoi intrallazzi e delle sue responsabilità con le cose non dette di queste vicende, è ancora troppo presto e quindi pericoloso storicizzare. Contiamo i morti dal '45 in poi di lavoratori scioperanti inermi, per dirne una, o le stragi che hanno insanguinato quegli anni. O ancora ciò che paghiamo e pagheremo sulla nostra pelle, per quei patti tra mafia e stato in cui l'amianto e le “terre dei fuochi” sono solo un aspetto di tante altre scelleratezze causate da una delle classi politiche più corrotte e avide d'Europa e proviamo a fare noi uno sforzo storico. Ciò non esula dalle responsabilità oggettive dei gruppi armati, ma fa riflettere sull'ennesimo atto di resa di fronte alle versioni ufficiali della storia ufficiale. Ecco quindi che tutto si può guardare perlomeno in prospettive diverse, e che quella stella a cinque punte, grazie a un'indefessa propaganda di abili manipolatori mediatici, è diventata il simbolo di ogni male, o comunque il peggiore e crudele nemico del nostro paese. Tornando a questo libro, devo dire che mi sarei aspettato qualcosa di più, e che le troppe lacune di uno dei protagonisti, in nome di un antagonismo mai messo in discussione, non so se tradurlo come ingenuità di un uomo coerente fino all'ultimo con le sue idee, o come semplice visione della propria esperienza, con tanto di due pallottole nel cranio, bypass e ischemie e vent'anni di galera, ma in qualche modo appunto, appare soprattutto un racconto limpido nella vicenda collettiva del più longevo gruppo armato marxista-leninista che l'occidente capitalista abbia avuto. Dalle parole di Prospero Gallinari, si percepisce forte l'appartenenza di una famiglia comunista. E il suo retroterra è composto dal lavoro in campagna fin da bambino, dai racconti del nonno, la figura da lui più amata, da cui deriva, forse ancora inconsciamente, l'avversione al fascismo, e partendo dalla sua infanzia con una sorta di "materialismo storico semplificato", ogni fatto è raccontato nell'ottica di un'esistenza da sempre divisa in classi. Dagli zii e da una famiglia matriarcale, ascolta e vive le storie che rendono una fantasia in formazione, più sensibile ed empatica con la natura, dove ogni cosa sebbene faticosa, ha la sua armonia. Quindi un rapporto materiale più che intellettuale, una scuola che faranno di lui il “granitico comunista” raccontato da molti suoi compagni, ma anche l'uomo che dopo esser stato uno dei carcerieri di Moro nei 55 giorni, lo salutò piangendo. Queste osservazioni risultano forse utili, non tanto per banalizzare una tragedia, ma per sottolineare le contraddizioni di quel periodo, dove si tenta ancor oggi di spostare le responsabilità solamente da una parte e di usare quel logoro lenzuolo del terrorismo di matrice italiana, ancora come deterrente contro ogni reazione popolare. Ed il bello, o la tristezza, è che il trucco funziona ancora, rendendo vano il lavoro di quella generazione di nuovi storici, che usano come parametro interpretativo i fatti certi e la filologia, al contrario di quei “non-libro” ricchi di aneddoti e complotti senza un filo di concreto riscontro. E se questa testimonianza di Gallinari può essere meno interessante per quanto riguarda le analisi politiche o per un contesto chiarificatore di certe questioni ancora sospese, la sua lettura, in una maniera diversa da quando lo lessi qualche anno fa, è semplicemente la chiave per interpretare certe questioni di quegli anni. Dalle radici ideologiche moderne e attuali per i tempi(i Tupamaros uruguaiani, la rivoluzione cubana, i black Panthers americani) si aggancia la svolta eversiva delle dittature nel mediterraneo e in Sudamerica; E soprattutto quei fatti di cui si parla meno: le bombe nel nostro paese a cominciare, dopo 145 attentati minori attribuiti con prove inconfutabili alla destra e ai Servizi segreti, dal 12 dicembre del 1969, simbolo concreto in Italia, di una forza reazionaria molto forte e diramata. La critica al Partito comunista delle stesse BR, era fondata sull'incapacità di far fronte ai livelli di scontro che la borghesia e gli industriali progressivamente imponevano: l'analisi non era errata, se si pensa al ruolo sempre più annacquato dei sindacati e alla nascita dei Comitati Unitari di Base, alla difesa-offesa poi, per rispondere inizialmente a livello di piazza a una violenza dello Stato, o del crumiraggio vissuto in fabbrica. Vi è poi la vicenda che più lo ha toccato: il rapimento di Aldo Moro e la sua uccisione, e circa un anno dopo nel cambiare una semplice targa ad una macchina, lo scontro con la polizia e il suo ferimento. Colpito alla testa non potrà più essere quello di prima come capacità fisiche, ma lo spirito non cambierà: Gallinari racconta, fino al suo ferimento e al documento con altri suoi compagni, nel 1988, di un “deporre le armi” e che la guerra è oltre che finita, anche persa, ma ancora si rifà ad uno spirito di corpo fino all'ultimo, senza facili sconti di pena in cambio dell'abiura o del pentimento...e mentre fa i conti con la sua storia, noi possiamo dare un'occhiata anche dall'altra parte. La mancanza di condanne e del ritrovamento dei responsabili di molti fatti di sangue, la rimozione degli scandali infiniti, delle logge deviate di Licio Gelli, l'oblio del Crack riguardante il Banco Ambrosiano, e l'evaporare delle responsabilità dei servizi segreti, finiscono dimenticati, o come per l'omicidio Ambrosoli o Falcone e Borsellino, diventano una ficiton televisiva, in cui realtà e finzione si mischiano in una pericolosa superficialità, che mettono ancora una volta al riparo la classe politica dall'imbarazzante dovere di fare i conti con la propria storia. E mentre Gallinari prova comunque a spiegare, mettendo sul piatto le sue responsabilità e le sue convinzioni, i morti suoi e quelli degli altri, mentre prova a dire, a torto o a ragione, quale è stato il suo vivere e il perchè delle sue scelte, chi racconta quegli anni dalla parte “vincente” lo fa con delle costanti che restano ferme nel tempo, “costanti di rimozione” costruite su modelli di riferimento granitici e falsi che negano il diritto a tutti, ai più giovani in primis, di conoscere la storia dell'Italia dal '45 in poi... “ma tanto, a scuola il programma arriva si e no all'unità d'Italia, e Gallinari è morto. Prospero Gallinari...ma Prospero è il nome o il cognome?”

    ha scritto il 

  • 4

    Difficile esprimere un giudizio sul libro senza che questo diventi anche un giudizio storico, nel quale non voglio entrare in questa sede.
    Diciamo che il libro è scritto bene e si legge molto volentie ...continua

    Difficile esprimere un giudizio sul libro senza che questo diventi anche un giudizio storico, nel quale non voglio entrare in questa sede.
    Diciamo che il libro è scritto bene e si legge molto volentieri, interessantissimo dal punto di vista storico ed anche umano, l'Italia raccontata sembra lontana anni luce, invece è solo passato prossimo.

    ha scritto il 

  • 4

    Una storia è finita. La storia continua.

    Spiegazione 'interna' al movimento armato proletario di quegli anni. Si può non condividere ma è bello per la ricostruzione storica ed ideologica. Anche alcune parti biografiche non sono male ma sempr ...continua

    Spiegazione 'interna' al movimento armato proletario di quegli anni. Si può non condividere ma è bello per la ricostruzione storica ed ideologica. Anche alcune parti biografiche non sono male ma sempre legate a doppio filo alla scelta clandestina.

    ha scritto il 

  • 1

    Il gelo di un brigatista

    Ogni tanto torno a cedere alla tentazione di rituffarmi dentro i libri che raccontano gli anni della lotta armata, le storie di ragazzi che fecero scelte estreme in nome di ideali giusti (o comunque r ...continua

    Ogni tanto torno a cedere alla tentazione di rituffarmi dentro i libri che raccontano gli anni della lotta armata, le storie di ragazzi che fecero scelte estreme in nome di ideali giusti (o comunque riconoscibili ed onesti) e che spesso non seppero né vedere l'atrocità di certe derive omicide né valutare la reale portata di un progetto che poteva sembrare tale solo da una prospettiva completamente distorta.
    Però, da queste letture mi aspetto qualcosa che vada oltre la cronaca, oltre il racconto di un'esecuzione o di una lotta in carcere.
    Ecco perchè, poi, questa autobiografia di uno dei più significativi esponenti delle brigate rosse, spicca per la totale assenza di umanità, di ogni possibile empatia.
    Vengono riproposti gli episodi più noti, anche la storia della prigionia, ma non c'è un racconto di un'amicizia, di un sentimento, di un dubbio, di un confronto (che pure quei ragazzi, avranno vissuto).
    E' tutto freddo, non si riesce a partecipare al percorso di un uomo arrivato a fare cose tremende credendo ad uno scopo alto ma rimanendo impantanato nel sangue di una battaglia senza senso.
    Appena accennata è l'origine contadina, che forse differenzia la storia di Gallinari da quella di altri, ma non basta a fare di questa autobiografia il racconto di un uomo (piuttosto che la cronaca di una vita da brigatista).

    ha scritto il 

  • 4

    C'era il mio cuore al sommo di ogni cosa, c'era l'anima mia che è contadina

    Testimonianza sincera di un periodo storico dell'Italia di cui ancora oggi non si riesce a parlare in termini obiettivi. Storia individuale e collettiva allo stesso tempo nella quale la politica diven ...continua

    Testimonianza sincera di un periodo storico dell'Italia di cui ancora oggi non si riesce a parlare in termini obiettivi. Storia individuale e collettiva allo stesso tempo nella quale la politica diventa una dimensione intima, viscerale ,imprescindibile dalle scelte di vita anche quando si esprime con il liguaggio estremo della violenza.Ricordi di un militante: consistenti,che lasciano trasparire l'incertezza dei cambiamenti, la sofferenza delle perdite ideali e umane, con un continuo richiamo ad una ragione politica fatta di esperienza, di studio, di tensione ideale e di contingenze storiche.Un racconto semplice e terribile.

    ha scritto il 

  • 3

    L'ho iniziato a leggere per capire qualcosa sulle motivazione che possono spingere una persona a buttare via la propria vita - e quella degli altri. Ma non ci sono motivazioni, le scelte non sono soff ...continua

    L'ho iniziato a leggere per capire qualcosa sulle motivazione che possono spingere una persona a buttare via la propria vita - e quella degli altri. Ma non ci sono motivazioni, le scelte non sono sofferte, sono sempre presentate come ovvie, e da questo punto di vista un terrorista politico non si differenzia, per esempio, da un terrorista islamico.
    Le persone non sono (quasi) mai considerate come persone, ma sempre simboli di qualcos'altro, siano essi operai o rappresentanti del potere.
    Le analisi politiche sono confuse, ingenue e prevedibili, ma la lettura comunque interessantissima per capire un mondo nascosto e parallelo alle nostre tranquille vite degli anni '70 e '80.

    ha scritto il 

  • 3

    Non saprei se definire questo libro una autobiogafia personale che di "privato" ha ben poco, oppure il racconto di una generazione che ha fatto quel che ha fatto in nome di ideali giusti o sbagliati c ...continua

    Non saprei se definire questo libro una autobiogafia personale che di "privato" ha ben poco, oppure il racconto di una generazione che ha fatto quel che ha fatto in nome di ideali giusti o sbagliati che siano stati; ormai e' solo "storia" anche se, purtroppo, in questo paese ancora non e' possibile "storicizzare" quei tragici avvenimenti a parte qualche sporadico tentativo dovuto alla buona volonta' di qualche anima; sono i soliti, triti e ritriti "misteri d'Italia"...
    Certo e' che scorrendo le pagine sembra sia passato un secolo, tanto e' diverso il tempo attuale sia nelle terminologie che nelle varie realta'. Una costante pero'rimane sempre uguale a se stessa e non e' poi cosi' difficile individuarla..

    ha scritto il 

  • 4

    Prospero

    Una delle voci più genuine della lotta armata italiana. Con stile asciutto e mai trionfalistico o ancor peggio, disfattista, Gallinari ci mette a parte di avvenimenti da lui vissuti in prima persona. ...continua

    Una delle voci più genuine della lotta armata italiana. Con stile asciutto e mai trionfalistico o ancor peggio, disfattista, Gallinari ci mette a parte di avvenimenti da lui vissuti in prima persona. Testo indispensabile per chi vuole approfondire gli anni di lotta militante che hanno caratterizzato l'antagonismo armato per due decenni.

    ha scritto il