Una scrittura femminile azzurro pallido

Di

Editore: Adelphi (Fabula, 48)

3.7
(784)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 131 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Spagnolo , Francese , Catalano

Isbn-10: 8845908127 | Isbn-13: 9788845908125 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Renata Colorni

Disponibile anche come: Tascabile economico , Copertina rigida , eBook

Genere: Fumetti & Graphic Novels , Narrativa & Letteratura , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
L'Austria degli anni '30 fa da sfondo alle vicende di un alto funzionario statale a cui la donna amata e perduta tanto tempo prima scrive una lettera. In questo testo rivivono le atmosfere del 1936, l' arrendevolezza dei ministri convinti a torto di poter frenare con l' antisemitismo la pressione inarrestabile di Hitler (che Werfel non esito' a definire un "satanico anticristo").
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  • 3

    Più di un racconto appare essere una parabola sui difetti della classe media, i suoi posticci valori, il moralismo e soprattutto l'ipocrisia. Il personaggio del racconto si aggira in una Vienna del 19 ...continua

    Più di un racconto appare essere una parabola sui difetti della classe media, i suoi posticci valori, il moralismo e soprattutto l'ipocrisia. Il personaggio del racconto si aggira in una Vienna del 1936, alla vigilia della catastrofe morale e civile che investe la società austro-ungarica, solo conscio di se stesso e avulso dal resto del mondo che lo circonda. Difficile trovare in tutti i romanzi un protagonista così squallido nella sua banalità, ma altrettanto difficilmente si può trovare uno specchio così fedele della miseria morale e umana in cui tanti si rendono disponibili a ogni tipo di meschinità. Vite vuote di ogni contenuto, dove l'uomo è solo un corpo da soddisfare nei suoi bisogni e dove tutto è solo noia e vuoto dei sinceri rapporti umani. Regno dell'ambiguità, del falso e dell'effimero e anche un profumo di grande attualtà esistenziale!!!!

    ha scritto il 

  • 5

    Mi ha ricordato Marai questo libro,forse per l'atmosfera. Un protagonista molto ben delineato, arrivista e pronto ad autoassolversi in ogni momento sia nella sua carica di funzionario che nel privato. ...continua

    Mi ha ricordato Marai questo libro,forse per l'atmosfera. Un protagonista molto ben delineato, arrivista e pronto ad autoassolversi in ogni momento sia nella sua carica di funzionario che nel privato.
    Ma alla fine si rende conto che gli è stata inviata un'offerta di salvezza " sa di non essere stato capace di raccoglierla. Sa che a questa non faranno seguito altre offerte" ... l'unico momento in cui si è un po' (ma solo un po') dispiaciuti per lui..

    ha scritto il 

  • 5

    Leon Alto funzionario del ministero tra i tanti auguri per il suo cinquantesimo compleanno riceve una lettera da Vera il grande amore della sua vita. Da li vorrebbe cambiare la sua vita personale e la ...continua

    Leon Alto funzionario del ministero tra i tanti auguri per il suo cinquantesimo compleanno riceve una lettera da Vera il grande amore della sua vita. Da li vorrebbe cambiare la sua vita personale e lavorativa senza riuscirci. La sua routine e l europa prima della guerra sono ormai troppo compromessi. Cosi sembra volerci indicare l autore come Vera l unica salvezza è ormai espatriare. Scrittura magnifica.

    ha scritto il 

  • 0

    Quelli come noi

    Va detto fra l’altro che a costoro, a quell’epoca, le cose andavano sorprendentemente bene, tanto che tra i motivi di suicidio si potevano permettere il lusso di scegliere come niente il cosiddetto pe ...continua

    Va detto fra l’altro che a costoro, a quell’epoca, le cose andavano sorprendentemente bene, tanto che tra i motivi di suicidio si potevano permettere il lusso di scegliere come niente il cosiddetto pessimismo cosmico.

    La sua decisione era presa irrevocabilmente. Oggi stesso avrebbe detto a sua moglie tutta la verità. Sì, oggi stesso! A tavola! Durante il dessert, oppure, come forse era meglio, al momento del caffè.

    Se esistono romanzi sfacciatamente simbolici e metaforici, questo è uno di quelli. Con un tono quasi da operetta, con scene al limite del comico, viene rappresentato il prologo della tragedia.
    Werfel riesce a costruire un’elegia terribile, una sorta di addio, dell’Europa agli Ebrei, quelli come noi li definisce la protagonista, l’autrice della scrittura che dà il titolo alla storia. L’Europa è impazzita e, malgrado possa ricordare un passato migliore, rompe definitivamente i ponti con milioni di suoi cittadini. Il grande crimine sta arrivando.
    Certo, ci ricorda Werfel, non è mai stato rose e fiori. Il protagonista ricorda la ragazza ebrea come l’unico vero amore della sua vita, ma non riesce a liberarsi da pregiudizi troppo radicati verso il mondo ebraico nel suo complesso. Tanto che quando decide di diventarne un paladino finisce per essere goffo e controproducente.
    Eppure, eppure. Lo dice anche il finale. Forse qualcosa era ancora possibile. Del resto in Germania c’era un regime criminale che aveva messo le cose in chiaro. Ma l’Austria era ancora libera, libera dalla sottomissione al Reich, anche quella arriverà poco dopo il tempo in cui si svolge il romanzo, ma soprattutto libera di scegliere di non essere complice, di comprendere la strada imboccata e fermarsi in tempo, di dire un no.
    Un ultimo treno da prendere, prima che ben altri treni si mettessero ad attraversare l’Europa condannandola alla più grande vergogna della sua storia.

    ha scritto il 

  • 3

    "Bisogna fare come gli animali..."

    “Bisogna fare come gli animali, che cancellano ogni traccia davanti alla loro tana” (Montaigne). Questa l’epigrafe scelta da Sciascia all’inizio de “Il contesto”. Impossibile non richiamarla alla mem ...continua

    “Bisogna fare come gli animali, che cancellano ogni traccia davanti alla loro tana” (Montaigne). Questa l’epigrafe scelta da Sciascia all’inizio de “Il contesto”. Impossibile non richiamarla alla memoria qui ed ora.

    Vienna anni ’30. Leon, alto funzionario ministeriale si sente un “pupillo degli dei”. La sua vita è perfettamente incastonata nella high society del tempo: ricco, impeccabile, con una moglie bella, affascinante e che sinceramente lo ama.

    Finché un mattino riceve una lettera, vergata da “una scrittura femminile azzurro pallido”: è il passato che improvvisamente irrompe. Chi scrive è una donna ebrea che Leon ha sedotto ed abbandonato in gioventù, quando lei era nel fiore dei suoi anni: bella, colta, affascinante e figlia di un suo antico benefattore.

    La donna, sorprendentemente, ma non troppo vista la immutata bellezza della sua dignitosa personalità, non chiede nulla per sé, ma chiede, chiede eccome. Chiede qualcosa che ignorare è complicato davvero.

    La cancellazione del passato volutamente operata da Leon incrina. La “tomba interrata che nessuno riesce più a localizzare”, quello che forse è stato l’unico vero amore della sua vita annegato e rinnegato da ciò che è venuto poi, quasi strappato alla memoria torna e si ripropone con l’ineludibile pesantezza di un macigno.

    Stile scrittorio molto raffinato e col sapore d'antico, suona a tratti al nostro orecchio un po’ di maniera, ma preciso e impeccabile. Quasi si respira l’aria di quella Vienna negli anni al crepuscolo in cui il nazismo in Germania si avvia verso i suoi trionfi e gli effetti in Austria si avvertono pesantissimi.

    Strepitosa, e qui sta il vero plus del libro, l’analisi sofferta e meditata e reiterata che Leon fa su stesso: un processo al proprio esistere presente e passato dove Leon è allo stesso tempo imputato e accusatore.

    Molto belle le ultimissime righe, quelle con cui si chiude il romanzo che rivelano forse il senso della storia. Si sconsiglia a coloro che usano sbirciare il finale di leggerle prima: l’intero libro è quasi una preparazione a quelle ultime parole.

    Questo romanzo di Werfel è stata una bella sorpresa. Perché vivendo lasciamo segni, a volte graffi. Come ladri di notte il nostro passaggio lascia indizi e cancellare del tutto le nostre tracce non è possibile. E le tracce, si sa, a volte urlano.

    ha scritto il 

  • 4

    "Quand’è che imparerò a comportarmi come una pecora nel gregge? Bisogna sapersi accontentare"

    Franz Werfel nasce a Praga nel 1890. È rivoluzionario pacifista durante la prima guerra mondiale, viene espulso dall’Accademia prussiana perché ebreo nei primi anni Trenta, mentre i suoi libri in Germ ...continua

    Franz Werfel nasce a Praga nel 1890. È rivoluzionario pacifista durante la prima guerra mondiale, viene espulso dall’Accademia prussiana perché ebreo nei primi anni Trenta, mentre i suoi libri in Germania vengono bruciati. Perseguitato dalla Gestapo, Werfel fugge prima a Parigi e poi a New York, dove nel 1941 pubblica “Una scrittura femminile azzurro pallido”, che rappresenta una sorta di congedo dal mondo europeo di quel tempo. Non ci stupisce quindi trovare in questo romanzo un richiamo al problema ebraico e una critica alla meschinità di un certo modo di pensare.

    Il protagonista del romanzo è spregevole; è falso, arrivista, misero, meschino, pieno di pregiudizi, razzista, oltre che mediocre e senza valore.

    Nonostante i suoi limiti riesce a fare fortuna e ad arrivare a considerarsi a cinquant'anni un uomo "arrivato". Sa però di avere un sospeso con una ragazza ebrea da farsi perdonare, ma evita ogni contatto, preferisce non vedere, non sapere, non pensare.
    Il passato però irrompe, implacabile, lasciandolo combattuto tra il senso del dovere, il desiderio di mantenere il suo stato privilegiato e il fastidio contro la ragazza e contro tutti gli ebrei, così inopportuni, privi di tatto e incapaci di non infastidire il prossimo.

    Lui, codardo, vuole solo che le cose si sistemino, vuole solo "accontentarsi".

    “Quand’è che imparerò a comportarmi come una pecora nel gregge? Bisogna sapersi accontentare.”

    Il dramma è tutto qui: un uomo meschino e razzista, solo in apparenza meritevole, che si rifiuta di vedere la verità perché scomoda, che preferisce pensare che la sua rispettabilità ed il suo futuro siano messi a rischio da ebrei, seccanti e minacciosi, piuttosto che dalla propria mediocrità. Impossibile non notare il parallelo che Werfel riesce a creare con l'Austria, ipocrita, vecchia, piena di pregiudizi che di lì a breve dovrà fare i conti con il nazismo e le leggi razziali.

    Che cosa ci vuole dire Werfel? Forse che l'uomo è incapace di cambiare, di migliorare sé stesso. Ciò che siamo siamo e difficilmente riusciamo a modificare gli aspetti negativi del nostro carattere (ahimè, riusciamo invece bene a peggiorare quelli positivi).

    Il libro è scritto con uno stile raffinato, anche se a tratti un po’ di maniera, ma dettagliato e impeccabile, tipico della letteratura di quel periodo a Vienna. Molto interessante anche il monologo interiore del protagonista, che fa un bilancio dei propri errori presenti e passati, ponendosi nello stesso tempo come imputato e come accusatore.
    Vince, ce lo aspettavamo, l'ipocrisia...

    ha scritto il 

  • 3

    Purtroppo non mi ha entusiasmato come speravo. Mi aspettavo di ritrovarmi molto di più nell’atmosfera e nei luoghi della Vienna degli anni precedenti la seconda guerra mondiale, inoltre forse ha pesat ...continua

    Purtroppo non mi ha entusiasmato come speravo. Mi aspettavo di ritrovarmi molto di più nell’atmosfera e nei luoghi della Vienna degli anni precedenti la seconda guerra mondiale, inoltre forse ha pesato il confronto che inevitabilmente ma non volontariamente ho fatto con Zweig. Quindi non ho trovato grosse novità, certo anche qui si scandagliano gli animi (di Leon, di Amelie e di Vera), cosa che mi è piaciuta ma a cui non mi sento di dare un giudizio particolarmente alto.

    ha scritto il 

  • 3

    Sfiorando appena le atmosfere viennesi durante le prime fasi dell’antisemitismo e dell’Anschluss, conosciamo Leonida, il protagonista di questa storia: un piccolo uomo qualunque che, grazie ad un frac ...continua

    Sfiorando appena le atmosfere viennesi durante le prime fasi dell’antisemitismo e dell’Anschluss, conosciamo Leonida, il protagonista di questa storia: un piccolo uomo qualunque che, grazie ad un frac di un compagno di stanza defunto, riesce ad entrare nelle alte sfere della società; ma, nonostante il salto sociale, ben presto si ritroverà a fare i conti col passato. Un passato troppo scomodo e ingombrante per la vita di un ricco e ormai appagato funzionario.

    ha scritto il 

  • 4

    "Se uno non sa nulla, non può essere chiamato a rispondere di nulla."

    Oggetto dei miei pensieri in questo momento le connessioni che ti portano da una lettura ad un'altra: sembra che ci sia una sorta di "macumba" che crea un fil rouge tra le letture senza che chi legge ...continua

    Oggetto dei miei pensieri in questo momento le connessioni che ti portano da una lettura ad un'altra: sembra che ci sia una sorta di "macumba" che crea un fil rouge tra le letture senza che chi legge ne sia effettivamente consapevole.

    Ed ecco che terminato un romanzo sulla meschinità dell'uomo, mi trovo a leggerne un altro sempre sullo stesso tema. Quasi a voler sottolineare che l'uomo rimane sempre uguale a se stesso ma ciò che muta nel tempo è il modo di rappresentarlo.

    Uno spaccato d'epoca questo "azzurro pallido" (anni '40), che ben tratteggia i gusti melo' di un periodo. In merito registro toni un po' troppo enfatici per non essere al giorno d'oggi avvertiti (almeno da me) come sopra le righe.

    Esemplifico:

    "Ebbro ero, ubriaco di disperazione. Due fatti essenziali della donna che adoravo mi facevano continuamente ripiombare negli abissi della mia indegnità: la pulizia del suo intelletto e una specie di alienità dolce che mi estasiava al limite del brivido."

    Questo breve romanzo dipinge in maniera simmetricamente perfetta una società, una borghesia arricchita che finge di non vedere ciò che le accade intorno, che volutamente ignora ciò che subisce il popolo ebreo, specchiandosi negli ignobili comportamenti di un uomo che preferisce chiudere gli occhi di fronte alle conseguenze delle proprie azioni, operando scelte di facciata per mantenere status sociale, agiatezze e denaro.

    "Chi l’avrebbe mai pensato che nei Paesi dove questi presuntuosi non possono respirare uomini di grande cultura come il padre di Emanuel vengono torturati a morte mentre a me e a te non succede nulla? Ma no, è dimostrato che queste atrocità sono tutte inventate. Sono favole, e io non ci credo. Sebbene Vera sia la sincerità fatta persona, non ci voglio credere."

    Strappare una lettera per non sapere o pensare senza verificare che "le atrocità sono tutte inventate" sono gesti di pari livello che non liberano la coscienza né scaricano da responsabilità, ma rivelano la piccolezza dell'uomo.

    ha scritto il 

  • 4

    NON LASCIATEVI INGANNARE DALL'AZZURRO PALLIDO COSI' ROMANTICAMENTE ANEMICO..... NO! NO!!

    Ho cincischiato un po',anzi,tanto prima di leggerlo,ho indugiato anche dopo le rassicurazioni di un vicino,chissà perché???
    Non sono brava a recensire,sono pigra,mi annoia il pensiero di miei lunghi c ...continua

    Ho cincischiato un po',anzi,tanto prima di leggerlo,ho indugiato anche dopo le rassicurazioni di un vicino,chissà perché???
    Non sono brava a recensire,sono pigra,mi annoia il pensiero di miei lunghi commenti:chi ha letto il libro capirà,chi non l'ha letto forse si incuriosirà,non so!!!!

    E' il perfetto manuale di un arrivista di buone maniere,e nella sua triste coscienza c'è l'ultimo respiro,l'agonia di una mittleuropa,vecchia,stantia,piena di pregiudizi e razzismo strisciante che sta per essere spazzata via.(Ma lo è stata???)

    ha scritto il 

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