Una solitudine troppo rumorosa

Di

Editore: Einaudi

4.2
(3974)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 121 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Chi tradizionale , Inglese , Francese , Galego , Spagnolo , Tedesco , Polacco , Catalano

Isbn-10: 8806181513 | Isbn-13: 9788806181512 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Sergio Corduas

Disponibile anche come: Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Religione & Spiritualità

Ti piace Una solitudine troppo rumorosa?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis

ACQUISTA LIBRO
Acquisto non disponibile
per questo libro
Descrizione del libro
A Praga, un uomo lavora da anni a una pressa trasformando carta da macero in parallelepipedi armoniosi e sigillati, vivi e morti a un tempo perché in ciascuno pulsa un libro che l'uomo vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero: sono frammenti di Erasmo e Lao-tze, di Hoelderlin e Kant, del Talmud, di Nietzsche. Professionista della distruzione di libri, l'uomo li crea incessantemente sotto forma diversa, e dal suo mondo infero promuove un suo speciale sistema di messaggi.
Ordina per
  • 4

    Difficile recensire quest'opera che, come dice il traduttore Sergio Corduas, "non romanzo e non poesia, è strano, senza che ciò disturbi la lettura. Il protagonista vede come qualche accadimento fisic ...continua

    Difficile recensire quest'opera che, come dice il traduttore Sergio Corduas, "non romanzo e non poesia, è strano, senza che ciò disturbi la lettura. Il protagonista vede come qualche accadimento fisico o psichico si produce. Non è scrittore pensante, è scrittore vedente." Che altro potrei aggiungere? Ho notato delle influenze Joyciane e Kafkiane. Quindi ve lo straconsiglio.

    ha scritto il 

  • 3

    Di questo libro si dice che sia il capolavoro di Hrabal.... E' il flusso di coscienza (o qualcosa di simile...) di un ubriaco. Insopportabile per me in quasi tutte le pagine e tuttavia con alcune perl ...continua

    Di questo libro si dice che sia il capolavoro di Hrabal.... E' il flusso di coscienza (o qualcosa di simile...) di un ubriaco. Insopportabile per me in quasi tutte le pagine e tuttavia con alcune perle preziose sparse qua e la per cui vale senz'altro la pena di leggerlo.

    ha scritto il 

  • 5

    Ricchezza

    Della scrittura incredibile e magistrale non è necessario che io parli, Hrabal si presenta da sé.
    Delle cose che invece vi ho trovato, di questo sì parlo volentieri.
    Il ritmo ossessivo del racconto ri ...continua

    Della scrittura incredibile e magistrale non è necessario che io parli, Hrabal si presenta da sé.
    Delle cose che invece vi ho trovato, di questo sì parlo volentieri.
    Il ritmo ossessivo del racconto ricalca i movimenti ripetitivi e reiterativi della pressa meccanica indiscussa co-protagonista della solitudine di Hanta eppure, a ogni ripetizione, qualcosa si aggiunge e si forma così la trama del racconto, passo dopo passo, un piccolo fatto dopo l'altro, un ricordo dopo l'altro, un desiderio dopo l'altro.
    Ogni ripetizione, all'apparenza identica alla precedente, non è mai in realtà un calco, è piuttosto il ribadire un punto di partenza, è l'anima, la nervatura della vita di Hanta, esattamente come il movimento della pressa, scandito dai bottoni verde e rosso, porta in sé, nella sua potenza distruttrice, il senso vitale che crea storie e omaggi ed eterna conservazione di pensieri e parole.
    Un libro poetico, drammatico, lirico la cui densa anima si offre a noi come la perla splendente e preziosa racchiusa in una grigia, coriacea conchiglia.

    ha scritto il 

  • 5

    Nè un romanzo, nè un racconto, nè un saggio, questo libro resta sospeso in una dimensione letteraria tutta sua.
    Non è certo una lettura facile o immediata, ma la profondità della scrittura, a tratti d ...continua

    Nè un romanzo, nè un racconto, nè un saggio, questo libro resta sospeso in una dimensione letteraria tutta sua.
    Non è certo una lettura facile o immediata, ma la profondità della scrittura, a tratti divertita, ne fa a mio avviso un capolavoro.

    ha scritto il 

  • 3

    Sembra un titolo pessoano, un ossimoro simbolo della crisi d'identità dell'uomo moderno.
    Trentacinque anni - una vita - passati in compagnia della pressa per carta da macero, spingendo il bottone verd ...continua

    Sembra un titolo pessoano, un ossimoro simbolo della crisi d'identità dell'uomo moderno.
    Trentacinque anni - una vita - passati in compagnia della pressa per carta da macero, spingendo il bottone verde o quello rosso come a esercitare lo ius vitae necisque su quella che per molti è solo carta, ma per lui è la ragione di vita. Il suo compito è quello di triturare i libri come fossero ossa umane e decretandone la fine, come il crematorio aveva cancellato i resti di sua madre.
    Compito difficile, impossibile agli occhi di chi ama i libri, e proprio per questo ancora più apprezzabile, per la comprensibile fatica di liberarsi di un oggetto tanto importante, portando con sé solo l'essenziale: istruendosi contro la sua volontà, sorseggiando ogni libro, ogni frase, finché non entra a far parte del suo sangue e delle sue viscere, bevendo per non dormire mai più, per sentire il tremito della lettura.

    «Io mi posso permettere quel lusso di essere abbandonato, anche se io abbandonato non sono mai, io sono soltanto solo per poter vivere in una solitudine popolata di pensieri, perché io sono un po' spaccone dell'infinito e dell'eternità e l'Infinito e l'Eternità forse hanno un debole per le persone come me.»

    La solitudine di Hanta ha luogo nel sottosuolo di Praga, dove egli si astrae totalmente da ciò che lo circonda; tuttavia, la sua condizione non è vissuta come un abbandono, bensì come un momento di confronto e di dialogo con tutti quei nomi che popolano la sua solitudine: da Kant a Laozi, da Van Gogh a Hölderin, fino alle mosche carnarie, simbolo della putrefazione, che abitano la carta vecchia e marcia.
    Eros e Thanatos sono, ancora una volta, indissolubili: da un lato, la dedizione verso la cultura, le cure amorevoli con cui Hanta imprigiona le idee dentro parallelepipedi perfetti e armonici; dall'altro la decadenza, la perdita di valore di un oggetto che sta diventando una merce come un'altra, soggetta ai ritmi del sistema capitalistico.
    Sono anni cruciali per la città di Praga, anni che determineranno il passaggio alla società contemporanea, la società del consumismo. Hanta in questo contesto si configura come una vox clamantis in deserto, è l'unico a combattere il cambiamento che sconvolgerà tutti gli equilibri; ma la velocità degli eventi è inarrestabile e il processo distruttivo è già in atto.
    Presto delle presse idrauliche moderne, che lavorano molto più velocemente di quella di Hanta, e un personale recettivo ed efficiente - oltre che totalmente disinteressato ai titoli, ai nomi e alle idee che distrugge - renderanno totalmente inutili gli sforzi, gli studi, e anche l'intera vita sacrificata in difesa di un ideale che non c'è più. Perfino la vecchia pressa, il cui funzionamento altalenante sembrava averne decretato l'imminente fine, tradisce Hanta, dimostrandosi ancora valida nelle mani dei nuovi operai.

    «Lavorano tranquillamente e continuano a strapucchiare il nucleo dei libri dalle copertine e gettano le pagine inorridite e ritte dall'orrore sul nastro trasportatore, con indifferenza e tranquillamente, senza vivere tutto quel che un libro del genere significa, qualcuno ha pur dovuto scrivere quel libro, qualcuno l'ha dovuto correggere, qualcuno l'ha dovuto leggere, qualcuno l'ha dovuto illustrare, qualcuno l'ha dovuto comporre, qualcuno l'ha dovuto refusare, e qualcuno l'ha dovuto di nuovo ricomporre (...) e qualcuno ha dovuto decidere di quel libro che non è da leggersi, qualcuno ha dovuto condannare il libro e dare l'ordine che andasse al macero...»

    Il sogno di una vita viene sacrificato in nome della società, dove il singolo non è altro che un numero, infinitamente piccolo e insignificante rispetto alla maggioranza. A vincere è l'ideale faustiano, che si contrappone a quello apollineo dell'armonia e dell'equilibrio.

    ha scritto il 

  • 5

    • La parola che detesto

    " In realtà non leggo, infilo una bella frase in un beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finchè quell'idea mi si scioglie dentro..."
    ( Bo ...continua

    " In realtà non leggo, infilo una bella frase in un beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finchè quell'idea mi si scioglie dentro..."
    ( Bohumil Hrabal/ Una solitudine troppo rumorosa )

    Questo libriccino di sole 88 pagine è stato per me uno di quegli incontri che ti fulminano sulla via di Damasco.
    Racconta la storia di Hanta e del suo umile, alienante lavoro, quello di pressatore di carta. Hanta lavora in un magazzino sotterraneo, nero umido e triste, ma alzando gli occhi, la sera, riesce a vedere le stelle.
    Salva tanti libri dalla pressa, Hanta, e legge, legge, legge.
    Potrebbe essere un infelice, Hanta, e invece riesce a fare del suo lavoro un'opera d'arte; ne riscatta la mediocrità e la ripetitività grazie alle immagini dei libri che recupera e salva creando, con le balle di carta pressata, meravigliose strutture.

    C'è in questo romanzo tanta di quella poesia, tanto di quell'amore verso la vita e tanta humana pietas per ogni creatura, anche per i topolini che rischiano di essere schiacciati nella pressa, persino verso le mosche che si attaccano alla carta moschicida e non riescono a fuggire, da riconciliare a lungo con il mondo.
    Qui il mio commento al libro.
    Consigliatissimo.

    “Per trentacinque anni ho lavorato alla pressa della carta”. Sono insieme l’incipit e il mantra – lamento funebre o elegiaco – che Hanta, il protagonista, ripete più e più volte perforando con queste parole il romanzo, lo deflora con ostinazione dolorosa, arriva sotto i piedi di noi lettori smarriti, arriva sino alle cloache di Praga, dove si ode lo scroscio delle acque di scarico, il rodimento della carne dei clan di surmolotti che si combattono una lotta infinita e insensata, e infine arriva proprio qui, dritto nella pancia di me lettore

    sono questo topolino minuscolo che ti attacca disperato, con tutta la forza del suo corpicino ti attacca, ti morde la suola umida e forse vuole ferirti o forse ucciderti, perché in nessun luogo del magazzino c’è più carta, tu hai levato tutta la carta, è il tuo lavoro, è da trentacinque anni che pressi carta ed è la tua love-story, e io adesso muoio di freddo e ti attacco, e sento la tua mano tenera che mi sposta, avverto nelle dita la tua immensa compassione verso tutte le creature che soffrono senza motivo, e non c’è speranza di salvezza, perché i cieli non sono umani

    sono questa mosca carnivora che si aggrappa al sangue secco della carta proveniente dal macello, e finirò nella pressa perché sono incapace di staccarmi dalla carta imbrattata, e lascerò la mia impronta blu cobalto e oro e verde smeraldo – la mia povera inutile impronta di creatura stolida – che tu osservi srotolando per me i grani della tua personalissima pietas

    sono le ossa di tua madre, quelle rimaste integre dopo la cremazione, che l’impiegato mette nel macinino per triturarle bene, e poi finalmente te le consegna nell’urna

    sono i nastri sventolanti di Marcinka mentre balla felice una polka con te, questi nastri sporchi di escrementi che spruzzano merda sui ballerini attorno, e lei non lo sa, lei ha avuto un bisogno corporale e non si è accorta di essersi imbrattata i lunghi nastri dei suoi escrementi, e adesso balla felice

    sono tuo zio e la sua cabina di ferroviere, sono questo corpo ritrovato cadavere dopo quindici giorni, spalmato sul pavimento come un camembert, i capelli rossi incrostati nel linoleum, tu sei venuto con la tua pala di lavoro e hai disincrostato tutta la cabina, e intanto ti ricordavi di come ti volevo bene mentre ti allontanavi dalla festa perché nessuno si era occupato di te, e hai alzato lo sguardo e mi hai visto con la mano levata nel saluto, perché mai per un attimo ti avevo lasciato solo con lo sguardo per dirti io ti vedo, io ti voglio bene

    sono questo cielo stellato che osservi dal buco del magazzino, così alto sopra di te, sono questo cielo non umano, senza compassione, sono Gesù e Laozi e Kant che ti vengono a trovare al lavoro quando sei già al quinto boccale di birra, si siedono sulle scale e osservano le zingare

    sono la tua pressa nella quale metti prima una gamba e poi l’altra, e poi tutto dentro, tutto rannicchiato, schiacci il bottone verde

    sono un lettore. Io lettore sfinita da tanta bellezza mentre mi aggrappo a te per accompagnarti nel volo, e mentre insieme aspettiamo l’urto sento la tua immensa pietas anche per me, e sorrido candidamente, perché non ha più importanza sei i cieli sopra di noi non sono umani.
    Noi siamo già nel cuore del paradiso terrestre.
    ******************************************************************
    Detesto dire capolavoro, ma, per me, questo libretto lo è stato.

    ha scritto il 

  • 1

    Una lettura faticosa, che lascia in bocca un sapore amaro. Sono comunque arrivata alla fine, destreggiandomi tra una punteggiatura quasi inesistente e una sensazione fastidiosa di qualcosa di indefini ...continua

    Una lettura faticosa, che lascia in bocca un sapore amaro. Sono comunque arrivata alla fine, destreggiandomi tra una punteggiatura quasi inesistente e una sensazione fastidiosa di qualcosa di indefinibile che ti si appiccica addosso. No, decisamente non mi ha conquistato.

    ha scritto il 

  • 4

    在心情很繁雜的一段期間讀了這本書,被故事裡這個打包工的壓抑但又充滿智慧、憤世嫉俗與短暫快樂的矛盾生活給壓得喘不過氣來。老實說這並不是非常愉快的一次閱讀,故事裡時而過長的篇幅(常常一段就兩頁多)與漢加充滿人生哲理的自我辯論看得偶有心浮氣躁,到最後結局時竟有種同主人翁一同鬆了一大口氣的感覺...儘管如此,還是蠻喜歡這本書的

    ha scritto il 

Ordina per