Uomini e no

Di

Editore: Mondadori (Oscar narrativa, 83)

3.8
(2068)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 198 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: A000103998 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Prefazione: Ginasiro Ferrata

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Altri , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Politica

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Descrizione del libro
Fu composto fra il 1944 e i primi mesi del 1945, quando Vittorini, fuggito dal carcere, era latitante e, impegnato nella Resistenza, organizzava la stampa clandestina comunista. Dalla prima edizione (preceduta da alcune copie slegate; furono poi espunte trenta pagine e una «Nota» dell'autore, ripristinata nelle ristampe successive.Al centro del romanzo (articolato in centotrentasei brevi paragrafi) ci sono le vicende politiche e sentimentali del partigiano Enne 2, capitano dei GAP».Egli è innamorato da molto tempo di Berta, una donna sposata, che rivede ogni tanto a Milano, la città da cui lei è sfollata. Il conflitto tra i due è insanabile: Berta, infatti, non sa decidersi a lasciare il marito (Geno Pampaloni).
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  • 5

    C’è umanità nell’uomo quando si rivolta contro il proprio simile, con freddezza con ferocia? Noi diciamo: “disumano”, ma è vero? Non è sempre “uomo” anche quando divora, offende, uccide? Può essere ne ...continua

    C’è umanità nell’uomo quando si rivolta contro il proprio simile, con freddezza con ferocia? Noi diciamo: “disumano”, ma è vero? Non è sempre “uomo” anche quando divora, offende, uccide? Può essere nell’uomo ciò che non è dell’uomo?
    Queste sono solo alcune delle tante, tantissime domande che attraversano questo libro. Potremmo anzi dire che è un libro fatto di interrogativi, ai quali perlopiù non è possibile rispondere; e se una risposta c’è, questa non fa che ribadire le domande stesse, in una sorta di eco disperata del dolore.

    “Che di straordinario? Io non ho veduto niente di straordinario.”
    “Nemmeno io. Che ho veduto io di straordinario? Niente ho veduto di straordinario.”
    “Che c’è di straordinario?”

    Perché quella donna nel tappeto? Perché quell’altra? E perché la bambina? Il vecchio, i due ragazzi? E perché, loro?
    Perché? La bambina esclamò. Come perché? Perché sì! Tu lo sai e tutti lo sapete. Tutti lo sappiamo. E tu lo domandi?

    Uomini e no è un romanzo particolare, suddiviso in centotrentasei brevissimi capitoli, che alternano la narrazione vera e propria a momenti (riconoscibili nel testo dall’uso del corsivo) in cui a parlare è lo “scrittore”: egli svela se stesso e interagisce con il protagonista, del quale – da bravo “creatore” che lo ha partorito – può rivelare i pensieri più segreti e persino realizzare i desideri (sempre legati a ricordi o fantasie sulla sua infanzia).
    La storia è una storia di amore e di guerra. In un certo senso non racconta nulla di eccezionale, nulla di nuovo: un amore impossibile e forse mai consumato, una lotta per la resistenza in cui l’unica regola è non fermarsi mai, nemmeno per chiedersi se quello che si sta facendo servirà a qualcosa, nemmeno per cedere alla tentazione di “perdersi”, come tanti compagni caduti silenziosamente uno dopo l’altro...
    Ma è il modo in cui questa storia di amore e di guerra viene raccontata a fare la differenza. L’impressione è che tutto sia stato studiato alla perfezione: la scelta delle parole, l’alternarsi di domande (molte) e risposte (poche), i silenzi che costringono il lettore a indugiare davanti a ciò che è accaduto, a non proseguire prima di essersi chiesto anche lui “perché?”. Uno stile che mi ha fatto venire in mente Hamingway, o per meglio dire il modo in cui viene solitamente celebrata la sua scrittura: scarna, essenziale, in cui ogni parola va dritta al punto. Non me ne vogliano gli ammiratori del Nobel americano, ma non ho riconosciuto meritate queste lodi leggendo Hamingway tanto quanto leggendo lo “sconosciuto” Vittorini.

    Un romanzo davvero bello, profondo, dolorosissimo, in cui a far soffrire è ciò che sappiamo essere successo pur senza averlo “visto” coi nostri occhi (in tutto il libro non vi è descritta una sola scena di morte, eppure ve ne sono), ma ancor più quelle domande sull’uomo, sulla sua natura, sulla sua “corruzione”.

    “Questo è il punto in cui sbagliamo. Noi presumiamo che sia nell’uomo soltanto quello che è sofferto, e che in noi è scontato. Aver fame. Questo diciamo che è nell’uomo. Aver freddo. E uscire dalla fame, lasciare indietro il freddo, respirare l’aria della terra, e averla, avere la terra, gli alberi, i fiumi, il grano, le città, vincere il lupo e guardare in faccia il mondo. Questo diciamo che è nell’uomo.
    (...) Ogni cosa che è piangere la sappiamo: diciamo che è in noi. Lo stesso ogni cosa che è ridere: diciamo che è in noi. E ogni cosa che è il furore, dopo il capo chino e il piangere. Diciamo che è il gigante in noi.
    Ma l’uomo può anche fare senza che vi sia nulla in lui, né patito, né scontato, né fame, né freddo, e noi diciamo che non è l’uomo.
    Noi lo vediamo. È lo stesso del lupo. Egli attacca e offende. E noi diciamo: questo non è l’uomo. Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo?”

    ha scritto il 

  • 3

    Il primo romanzo della Resistenza, scritto da uno spirito libero...

    "Uomini e no" racconta l'esperienza dei Gruppi Armati Patriottici, i partigiani di città spesso costretti ad una "non vita" per necessità tattiche e strategiche dovute alle inevitabili rigidità di que ...continua

    "Uomini e no" racconta l'esperienza dei Gruppi Armati Patriottici, i partigiani di città spesso costretti ad una "non vita" per necessità tattiche e strategiche dovute alle inevitabili rigidità di queste particolari formazioni. Si entra quindi in questo limbo alienante, mediante la voce del comandante denominato Enne2, in cui si intuiscono le troppe cose assenti, l'annichilimento della solitudine, di un non-nome, di un'attesa per prendere la Luger e andare a colpire il bersaglio, spesso in compagnia della propria bicicletta e della paura, o in pochi elementi per colpire obiettivi importanti, dove il rischio di non riuscire era alto e già erano sapute le conseguenze se catturati. Uomini scelti e soli, con i loro pensieri in compagnia dei minuti. Emozioni troppo diverse dalla guerriglia in montagna, dove il collettivo, il confronto attorno al falò, la solidarietà della gente o la sorpresa della natura, rendevano una diversa esperienza, raccontata da molti testimoni diretti come i migliori anni della propria vita. Per i GAP non era così, la fine del giorno in piena solitudine se non con i propri bisogni e fantasmi, ma sempre lucidi in attesa dell'azione e, nel frattempo, alla ricerca vana di qualcosa che riconducesse a sentirsi ancora essere umano. Nello spettrale inverno milanese del 1944, è qui, tra la solitudine, i ricordi dell'infanzia, i brevi contatti con il prossimo, e l'immaginare il futuro, che l'opera di Vittorini prende forma, lui ancora latitante e a guerra ancora in corso, scrive il primo romanzo sulla Resistenza, pagandone caro lo scotto, ma aprendo una breccia che prenderà negli anni la sua forma infinita, considerando che il tema della Liberazione e dei vari gruppi e singoli protagonisti, con altri metodi, da altre angolazioni, con piena aderenza alla realtà o nella struttura di un romanzo, non finirà mai di proliferare creando un vero e proprio filone narrativo. Ma per capire quegli anni pionieristici, bisogna considerare come questo romanzo, si apriva con una nota programmatica, che indicava l'obbiettivo dell'autore e, generalizzando, quello degli artisti del neorealismo: "Il dovere di prendere parte alla società italiana", dando un contributo immediato di rinnovamento ed impegno sociale anche mediante la scrittura. Questo è un punto molto importante, poiché Vittorini, da sempre scrittore ispirato e intellettuale dall'intuito eccezionale, già con queste tematiche, mise le condizioni affinché in Italia ricominciasse un dibattito culturale molto forte, pari alla ventata che portò la Resistenza, durante e dopo il 1943. E forse è proprio suo il merito, affinché la nuova generazione riconobbe valori nuovi nell'assetto culturale; molte riviste sorsero, isole di un arcipelago attorno al Partito comunista, e non per una conciliante veduta delle cose, ma al contrario spesso in piena polemica con le direttive della terza Internazionale, e di quel Partito-chiesa che da sempre fu il PCI, pronto a scomunicare ogni cosa stesse alla sua sinistra o non si conformasse alle parole d'ordine. Tornando al romanzo è proprio o soprattutto per questo aggancio tra i vecchi stili e le nuove istanze, che Vittorini non riuscirà a dare un respiro d'insieme e completo all'opera. Egli riteneva, già guardando in avanti di almeno vent'anni, che scrivere sulla Resistenza non era solo cronaca degli eventi ma anche che dovesse contribuire ad una riflessione sull'accaduto, offrendo una visione propositiva, aperta, raccontando grandi speranze e fallimenti, bande eroiche e opportunisti, deviando l'agiografia in nome di un realismo oggettivo, come ci ispiravano con la pittura e non solo, gli artisti tedeschi di un certo'900. Ispirandosi anche alla quasi sconosciuta letteratura americana, lo scrittore si costringe ad evidenti forzature, con dialoghi brevi e compassati, scarso uso della punteggiatura, tempi secchi ed essenziali per poi all'improvviso rallentare il ritmo e aprirsi a pensieri più intimi e dilatati. Tutto questo crea passaggi scontati assieme ad altri fin troppo complessi e pionieristici in cui, se da una parte è lodevole la sperimentazione, dall'altra si denotano tutti i limiti di una tecnica ancora acerba. Quel diluire il discorso in una serie di ripetizioni dai toni astratti e lirici e l'aumentare poi della tensione nel vivere presente, appesantiscono la lettura, togliendole fluidità e originalità. Si arriva a punti di una lettura quasi metafisica, formando così in una condizione evocativa-irreale, che se nella "conversazione in Sicilia" era un punto di partenza e un obbiettivo di ricerca, qui assume e si scontra con immagini di un'atmosfera tanto drammatica nella sua realtà, ma impoverita sotto il punto di vista della lettura. Così, i dialoghi importanti nella loro metafora, non superano l'onirica immagine di un romanzo dallo stile coraggioso ma forse troppo ambizioso. Riesce quindi a metà quest'opera, dove il meglio si diluisce nella pesantezza dell'insieme, e nella confusione di capitoli che si distinguono più per l'ortografia che per altro: Il tondeggiante rappresenta l'azione partigiana e la rappresaglia nazista, e il corsivo invece racconta della vita interiore, dei pensieri di Enne2, con una confidenziale malinconia e riflessioni che riportano questa differenza tra uomini e non uomini, che nell'astrattezza spaziale e temporale in cui l'autore inserisce ogni cosa, vi è lo spazio per domande che pochi si faranno, di questi scrittori, così chiaramente... quando finirà la guerra nessuno o quasi sarà ancora fascista, e nel romanzo ci si chiede: "Ma che cosa che sia il fascismo? vorrei vederlo fuori dall'uomo, il fascismo, Che cosa sarebbe?". Belle domande, in questo romanzo tanto discusso dove la rappresentazione realistica e la velleità del suo superamento in immagini mitiche, non è riuscita come doveva al nostro scrittore: così la stridente realtà che vi è un fascista in ognuno di noi, accompagnata dall'astratto pensiero di un singolo, rimane purtroppo un'intuizione o meglio non viene completata, ma è lasciata andare, abbandonata a se stessa e quindi nel tempo annullata. Credo però che l'attualità di quella scomoda riflessione, di uno scrittore cresciuto nel ventennio, ma fattosi le ossa riflettendo e pagando, anche in futuro, ogni sua idea, sia l'emblema della sua lungimiranza, o meglio nel fiutare l'aria, riuscendo a "fermarla" nel momento giusto . Nel susseguirsi degli eventi in una Milano dilaniata dalla guerra , c'è anche lo spazio per una specie di sentimento, l'unico possibile in una generazione fregata in tutto da guerra e dittatura. Una donna sposata e delusa che torna in città di tanto in tanto per passare qualche momento diverso dal presente così ostile e soffocante. Un amore impossibile che nella precarietà del presente senza futuro, trova con ostinazione il suo esistere. "Uomini e no" non ebbe un gran successo, sia di pubblico che di critica. Anche per me non è uno dei lavori di Vittorini più riusciti, sia stilisticamente sia a riguardo del tema resistenziale in questo caso dei GAP. A rifletterci però, è un opera avanti, forse rischiata troppo, dandola a un pubblico non ancora pronto. E soprattutto da quella critica militante con cui si scontrò, quei scribacchini dell'Unità che oltre a travisare "Uomini e no", travisarono anche l'idea di Gorkij di una "letteratura socialista". Essi da ex-fascisti qual'erano, furono critici impassibili, "L'Unità" stroncò l'opera in modo quasi calunnioso tanto che Togliatti, segretario del Partito, si scusò pubblicamente per poi isolare lo scrittore con più calma, in maniera astuta e imperdonabile. La cultura ufficiale lo boicottò in ogni modo, lui reagì creando nuovi modi di distribuire cultura: dal "Politecnico" ai "Gettoni" fu fondamentale per il rinnovarsi della letteratura e dell'editoria nel nostro paese, prima che un male se lo portò via troppo presto. oggi lo hanno completamente rimosso, ma quel suo sguardo vivo e allo stesso tempo disincantato è sempre lì che scruta, con quell'ironia siciliana muta di parole ma non di espressioni, e con il sogno "di una società liberata non con la cultura, ma nella cultura".

    ha scritto il 

  • 5

    Una stella per lo stile, superbo ed efficace
    Una stella per la Storia raccontata in una storia
    Una stella per la nota di chiusura,
    Una stella per la frase con cui chiude e con cui ricomincio io,
    E una ...continua

    Una stella per lo stile, superbo ed efficace
    Una stella per la Storia raccontata in una storia
    Una stella per la nota di chiusura,
    Una stella per la frase con cui chiude e con cui ricomincio io,
    E una stella per Kaptan Blut e Figlio-di-Dio.
    Cinque stelle per un capolavoro.

    ha scritto il 

  • 3

    Umanità e violenza a Milano all'epoca della Resistenza

    Uomini e no di Elio Vittorini è una lettura veloce ma che sovente rallenta il passo, in quanto è la sua scrittura a chiedercelo: minimalista, poetica, anche piuttosto sperimentale, essa impone quasi a ...continua

    Uomini e no di Elio Vittorini è una lettura veloce ma che sovente rallenta il passo, in quanto è la sua scrittura a chiedercelo: minimalista, poetica, anche piuttosto sperimentale, essa impone quasi a ogni giro di pagina una riflessione da appendere al groviglio di pensieri connesso al nucleo tematico centrale.

    Vittorini riflette sul dissidio tra umanità e violenza ma, secondo me meritoriamente, non prospettando una dicotomia assoluta. Gli interessa anzi mettere in luce quanto l'umano sia anche il Male, e come anche presunti, insospettabili "cani" possano in fondo apparirci umani.

    Romanzo per certi versi straziante, dal forte valore di testimonianza, che trova un senso alto all'esistenza in una vocazione all'eroismo, ha senz'altro dalla sua che è colmo di punti interrogativi cui non sempre si riesce a trovare un risposta sicura, univoca, definitiva.

    ha scritto il 

  • 3

    Uomini e no è un romanzo che insinua dubbi e incertezze, che ci apre gli occhi su un versante della Resistenza che non è certo il più confortante. Elio Vittorini chiede ragioni, risposte e allo stesso ...continua

    Uomini e no è un romanzo che insinua dubbi e incertezze, che ci apre gli occhi su un versante della Resistenza che non è certo il più confortante. Elio Vittorini chiede ragioni, risposte e allo stesso tempo nega che esse siano possibili. Enne2 rappresenta il tormento di una generazione che ha intimamente legato la propria felicità personale ad un sogno di felicità collettiva e che fatica a far convivere le due dimensioni.
    http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2016/04/uomini-e-no-vittorini.html

    ha scritto il 

  • 3

    Un libro che non offre una lettura scorrevole, che talvolta dà l'impressione di impantanarsi in uno stile che si compiace nelle ripetizioni. La storia viaggia su un binario che pare dritto e intermina ...continua

    Un libro che non offre una lettura scorrevole, che talvolta dà l'impressione di impantanarsi in uno stile che si compiace nelle ripetizioni. La storia viaggia su un binario che pare dritto e interminabile, che tuttavia talvolta affonda come una lama nella carne del lettore, raggiungendo vette d'intensità: poche volte per i miei gusti, ma rimane comunque un libro da leggere.

    ha scritto il 

  • 5

    Curarsi con Vittorini

    Vorrei averlo avuto come amico, questo siciliano cazzutissimo, che dopo anni di antifascismo ha avuto il fegato di ribellarsi a Togliatti.
    A diciott'anni ho letto "Conversazione in Sicilia" e a cinqua ...continua

    Vorrei averlo avuto come amico, questo siciliano cazzutissimo, che dopo anni di antifascismo ha avuto il fegato di ribellarsi a Togliatti.
    A diciott'anni ho letto "Conversazione in Sicilia" e a cinquanta ho appena finito "Uomini e No".
    Nel frattempo ho cambiato quasi tutte le opinioni ma non il giudizio su questo autore: acqua viva, da assumere in dosi massicce nel caso di astratti furori.

    Perché non si può lottare per la felicità degli uomini se prima non si è felici;
    Perché ci attendono sempre nuovi doveri;
    Perché le figlie femmine non si possono deludere.

    ha scritto il 

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