Via Gemito

Di

Editore: Feltrinelli

3.8
(450)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 392 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 8807015765 | Isbn-13: 9788807015762 | Data di pubblicazione:  | Edizione 6

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
"Via Gemito" è la storia di un uomo che se non avesse avuto una famigliasarebbe diventato un grande pittore, questa almeno sarà la convinzione ditutta la sua vita. Federì è un artista, ma deve fare il ferroviere, e al mondonon potrà mai perdonare il destino scelto per lui. E se la prende con lamoglie, una donna soffocata nel ruolo di sarta e madre, e con i figli. Ed èuno di loro, il primogenito, a raccontare questa figura di padre verboso erancoroso, violento con le mani e con le parole.
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  • 5

    Avevo bisogno di un libro che mi riconciliasse con la lettura e ho scelto benissimo. Ritengo abbiamo strameritato il premio strega. La storia di Federì, raccontta dall'io narrante Mimì, di cui non sap ...continua

    Avevo bisogno di un libro che mi riconciliasse con la lettura e ho scelto benissimo. Ritengo abbiamo strameritato il premio strega. La storia di Federì, raccontta dall'io narrante Mimì, di cui non sappiamo nulla se non ciò che è in qualche modo legato al suo rapporto col padre, è ironica nell'uso del dialetto nEl discorso indiretto libero (Starnone mi sembra giocarci molto per mantenere alta l'attenzione del lettore), è emozionante, crea empatia. Mi è rimasta la voglia di vedere il dipinto I bevitori.
    Stupenda la descrizione della mia Napoli a pag. 372, leggendo ho ripercorso le strade della mia città.

    ha scritto il 

  • 5

    Strega meritatissimo

    In questo bellissimo romanzo (meritatissimo premio Strega), Mimì, l’io narrante, ci racconta la storia della sua famiglia nel periodo che va dalla sua nascita fino ai dieci anni, cioè fino alla morte ...continua

    In questo bellissimo romanzo (meritatissimo premio Strega), Mimì, l’io narrante, ci racconta la storia della sua famiglia nel periodo che va dalla sua nascita fino ai dieci anni, cioè fino alla morte della madre anche se ci sono cenni su episodi successivi.
    Nell'ascoltare il racconto il lettore percepisce subito un certo contrasto tra la portata reale degli eventi- Mimì è figlio di un terremoto emotivo che si ripercuoterà sul suo carattere deformandolo e mutandolo in modo sensibile e permanente- e la narrazione brillante e piacevole, per quanto percorsa da una rabbia che non si è attenuata nel tempo alimentata dal rammarico dell'adulto al tempo bambino e quindi incapace di capire e di reagire.
    Le dinamiche famigliari sono abbastanza classiche e il disamore si trasmette di padre in figlio di generazione in generazione. Don Mimì (nonno del nostro Mimì) taglia le ali al padre di Mimì, Federì, cioè lo fa studiare ma non gli permette di frequentare la scuola d’arte come voleva, mentre la terribile nonna Filomena picchia Federì e a un certo punto lo manda a vivere da una nonna e non se lo riprende più in casa (però lo stipendio o parte dello stipendio se lo prenderà sempre). Federì non nutre odio nei confronti dei genitori ma certe ferite che pure non appaiono covano sotto la cenere e Federì matura un’autostima bassissima (anche se dà a vedere il contrario con le sue vanterie insopportabili) solo in parte compensata dalla consapevolezza del proprio talento. Certo, questa consapevolezza è avvelenata dalla constatazione della propria ignoranza per il fatto di non avere studiato anche se si dà da fare come autodidatta. Federì sposa una donna bellissima di cui non si sente all’altezza, con una famiglia d’oro di persone amorevoli che gli fanno sentire ancora di più il contrasto con la miseria affettiva della sua famiglia (e che perciò deve denigrare). Federì assilla tutti con le sue manie di grandezza che sono una richiesta d’aiuto e di sostegno infantile e a lungo andare insopportabile mentre la situazione e le frustrazioni accumulate si fanno sempre più pesanti anche per lui creando nella sua testa la bomba e allontanandolo alla fine anche dalla moglie che ama per quello che può (poco non avendo mai visto l'amore). Rosa è una donna concreta e non lo incoraggia nè lo sostiene nelle sue aspirazioni e non comprende il suo desiderio di esprimersi che probabilmente va al di là di un infantile bisogno di imporre la sua personalità come sanno tutte le persone in qualche modo, con talento o meno, incatenate all’arte. Ma essendo di fatto una persona infantile persegue il suo obiettivo facendola scontare alla moglie in tempo e spazio che toglie alla famiglia senza il coraggio di uomo maturo di prendere la decisione di lasciare il lavoro e seguire la sua vocazione. La moglie è chiamata a decidere per lui, non è uomo nemmeno in questo come non lo è nel negare a Don Mimì la parte del suo stipendio. La moglie è molto diversa da lui, è una persona semplice, allegra, di compagnia e lui sa di non darle il calore di cui avrebbe bisogno, che delega ai figli. Le fa fare figli sperando che lo sostituiscano nel bisogno di lei di affetto e di cura ma i figli richiedono anche loro amore e cura. Purtroppo Rosa è anche lei una ragazzina e i figli non le bastano. Forse nemmeno lei basta ai figli. In qualche modo Rosa si rende conto di non essere adatta a quel marito talentuoso e di non incoraggiarlo a scelte coraggiose ma di sicurezza. Cerca di tenerlo a sé con la sua bellezza, infatti se cerca di avvicinarsi al mondo dell’arte lui la caccia via perché si sente soppiantato e oscurato: la bellezza della moglie attira più dei suoi quadri. Se cerca di capire e di dare opinioni si offende perchè gli sembra che lei voglia soppiantarlo anche nel suo campo. La competizione si respira nell'aria e si trasmette come una maledizione. Tuttavia la competizione nasce in parte dalla paura del padre che il figlio sia migliore di lui e dalla paura del figlio di non essere abbastanza per quel genitore grandioso. La grandiosità è la messinscena che nasconde l' insicurezza. L' insicurezza di Federì è anche sessuale come dimostrano le ripetute assillanti vanterie così fastidiose per i figli e come è naturale dato il padre castrante che ha avuto (stunz eri e strunz si rimast) al quale non si è ribellato da adulto in nessun modo ( Federì gli dava parte del suo stipendio che don Mimì buttava al gioco e poi accusava la moglie Rosa di sprecare soldi). Sente di dover dimostrare al mondo di essere uomo e intuisce di non esserlo, forse a un certo punto la cosa si fa irrimediabile e da lì il distacco anche fisico dalla moglie per inseguire e cercare conferme e appoggio altrove. Di queste conferme ha assoluta necessità.
    Il figlio Mimì vede le cose con gli occhi della madre con la quale ha una maggiore vicinanza affettiva ma si sente uguale al padre (in una variante introversa) per tante cose, per esempio nelle pulsioni per cui il giudizio negativo e severissimo che dà sul padre e che si respira a ogni pagina è anche una condanna della sua persona. Il problema principale quando ci sono in casa soggetti che hanno avuto esperienza famigliari terribili a mai digerite come nel caso di Federì è che queste persone diventano come dei buchi neri e assorbono completamente la luce dell’amore e dell’attenzione di casa. I figli in questa famiglia sono totalmente oscurati dal padre. Forse riescono ad avere parte nell’affetto degli zii o di qualche nonno ma i genitori sono troppo assorbiti l’uno dall’altro nel bene come nel male come si intuisce nel bellissimo finale. Del resto Federì ha bisogno dell'amore della moglie e forse si è scelto una donna ingenua e buona nella speranza che non veda come è veramente e che creda alla sua messinscena.
    Bellissima la scena del pavone che ci dà la misura esatta della cecità di Federì alla vita e ai figli (la vita è bella solo quando è pittata) ma anche della sua insensibilità intesa come incapacità di rendersi conto delle esigenze altrui. Federì non vede il pavone, non vede i figli e non vede nemmeno la malattia della moglie così come i genitori non vedevano lui, probabilmente non vede nemmeno le proprie cattiverie nel senso che cresciuto come un lupo senza amore capisce solo la sua fame. Del resto le ferite profonde inferte dai genitori lasciano sempre conseguenze importanti. Anche Mimì ha in sè le cicatrici di un simile genitore. Per di più, per la su sensibilità e intelligenza considera il fatto di vedere una sua colpa per non avere fatto benchè bambino da guida al padre e per avere subito come tutti benchè bambino il suo fascino. Forse pensa che se avesse capito i guai che poteva fare avrebbe potuto porvi argine, cosa chiaramente impossibile a un bambino di quell'età. Avendo le stesse pulsioni di Federì(sessuali, la rabbia, l’invidia, la gelosia) si fa di se stesso l’idea di una persona pericolosa (un lupo come suo padre) che dovrebbe stare isolata dal mondo e blocca la sua ricettività alle emozioni per paura di ricevere nuove ferite. Ma a differenza di Federì Mimì ha avuto la benedizione dell'amore di sua madre per quanto offuscato dall'ingombro paterno e non ha i suoi limiti di comprensione del mondo e degli altri nel senso che i suoi occhi glieli ha dati la madre insegnandoli a distinguere il bene e il male. Certo le situazioni hanno tolto efficacia alla sua vista tagliando via le emozioni e quindi rendendolo più limitato e amputando la sua possibilità di attingere al bene che può venire dal mondo pur schermandolo dal male. Del resto dal mondo esterno a lui non pare che arrivi nulla di buono, vedi l'episodio del ballerino. Il meccanismo di difesa di Mimì è molto punitivo nel senso che immagina di avere solo lui in sè il lupo che tutti hanno dentro. Mimì è moralista a modo suo e condanna in sè le pulsioni, i sentimenti e i pensieri (che hanno tutti ma per i quali si sente simile al padre) quando solo le azioni dovrebbero essere guardate e fanno la differenza. Ha lo stesso approccio irrazionale con la religione imputando a Dio credo il libero arbitrio umano e il male che esso provoca oltre che il male del mondo. Il romanzo è interessante, bello e la lettura è molto piacevole. E' toccante ma non drammatico nella lettura, anzi fa spesso sorridere. Alcune immagini sono veramente bellissime: il finale, il pavone, la chiusura della prima parte con quel’ “Io l’uccido” e la madre che risponde “Sei più scemo di lui”.

    ha scritto il 

  • 3

    Se dopo aver letto "Lacci" avevo la certezza che Starnone e la Ferrante non fossero la stessa persona, con la lettura di questo libro devo tornare sui miei passi. Lo stile di scrittura e i temi tratta ...continua

    Se dopo aver letto "Lacci" avevo la certezza che Starnone e la Ferrante non fossero la stessa persona, con la lettura di questo libro devo tornare sui miei passi. Lo stile di scrittura e i temi trattati da entrambi gli scrittori sono molto vicini.
    Non posso dire che il libro non mi sia piaciuto, ma non mi ha coinvolto L'ho trovato lungo, con momenti di descrizione a volte troppo minuziosa della personalità di quest'uomo padrone, così pieno di sè quanto delle sue insicurezze. Ho trovato nel racconto di questo figlio il tormento di una vita comandata, di un pensiero mai espresso, di una volontà mai assecondata. Storie di vita e di famiglia Personalità molto forti, identità negate, come nel caso di questa moglie così esuberante e così violentata nel suo modo di essere, o di questo figlio che asseconda sempre le parole del padre per non scontrarsi con lui.
    Ultima nota: nelle ultime pagine del libro c'è un riferimento al giornale "Roma". Stesso riferimento che ho trovato nell'ultimo racconto della tetralogia di Elena Ferrante. Forse i due autori non sono la stessa persona, ma potrebbero essere fratelli gemelli

    ha scritto il 

  • 4

    Non una lettura scorrevole, ma comunque un buon libro. Un padre ingombrante, scomodo, imbarazzante; una madre vittima sacrificata ma anche moglie innamorata; un figlio che a tratti vorrebbe essere un ...continua

    Non una lettura scorrevole, ma comunque un buon libro. Un padre ingombrante, scomodo, imbarazzante; una madre vittima sacrificata ma anche moglie innamorata; un figlio che a tratti vorrebbe essere un parricida.

    ha scritto il 

  • 1

    Sconsigliato

    Facilmente uno dei libri piu' brutti che abbia mai letto. Semplicemente non va avanti. Ogni pagina pesa 1 quintale. Per contro, la mia recensione finisce qui.

    ha scritto il 

  • 4

    la vita fa difetto, (racconto di un periodo che per fortuna è passato per sempre)

    L’io narrante racconta la sua infanzia e adolescenza vissuta sotto la presenza minacciosa e pesantissima di un padre ingombrante, megalomane, pieno di sé, tronfio e arrogante, dotato sì di talento ar ...continua

    L’io narrante racconta la sua infanzia e adolescenza vissuta sotto la presenza minacciosa e pesantissima di un padre ingombrante, megalomane, pieno di sé, tronfio e arrogante, dotato sì di talento artistico, ma assolutamente privo di empatia. Un padre che nessuno di noi vorrebbe avere, e neanche un marito aggiungo io. Un pallone gonfiato convinto di essere un grande pittore e che incolpa sempre gli altri dei suoi insuccessi. Un tipo ingrato e violento, che sottopone la sua famiglia a umiliazioni e urla. La moglie, una donna bellissima, affascinante, generosa è costretta a una vita di schifo, a subire di violenze e privazioni e piano piano appassisce, e si arrende alla “vita che fa difetto”.
    Non si può dire che il padre-padrone non ami i suoi figli, ma è totalmente incapace di capire i loro bisogni e invece di aiutarli e sostenerli contribuisce ad accrescere il senso malessere e di inadeguatezza adolescenziale che hanno tutti i ragazzi.
    Sullo sfondo una Napoli bellissima, descritta come divisa in due: quella bella dei ricchi, a quella terrificante e maleodorante dei poveri. La storia parte da lontano, e racconta il periodo storico che va dagli inizi della seconda guerra mondiale ai giorni nostri. Per queste caratteristiche ho anche pensato che Starnone potrebbe essere la Ferrante, nelle sue pagine si percepisce lo stesso amore per Napoli, la stessa storia corale, popolata da tante figure caratteristiche, che crescono e maturano negli anni.
    Tutto il romanzo è una fotografia che ci fa innamorare di Napoli e dei napoletani.
    La città che, fittamente vigilata dai poliziotti, mi era sembrata di linda bellezza per via Caracciolo, via Partenope, fino a piazza Plebiscito - il Vesuvio che poggia sull'acqua, la gente a passeggio o che fa jogging malgrado il caldo, il mare in faccia ai grandi palazzi delle tante speculazioni edilizie, qualche pescatore che taglia l'aria con la lenza, i ragazzi che hanno marinato la scuola, gatti randagi che girano per l'argine biancastro della scogliera - mi aveva restituito la faccia che conosco meglio già per via Toledo, e poi per il mercato della Pignasecca, frutta, pesce ancora vivo, pizze calde e pane fresco in bacheca, le voci di richiamo nel dialetto seducente dei venditori ma tagliate dalle ambulanze assordanti dell'Ospedale Pellegrini: città sconnessa, buona solo per la vita robusta che smania e spinge (la minaccia in dialetto: «Ti mando ai Pellegrini»), difficile per i neonati, i vecchi, gli handicappati, i malati, quieta solo per chi può permettersi i doppi vetri alle finestre, fitta di negozi nuovi che sono ferite psichedeliche dentro le facciate di antichi edifici scrostati, musica di ogni angolo del mondo e tremule canzoni locali ad alto volume, folla tumultuosa e lenti crocchi di sfaccendati.
    Indimenticabile la descrizione della quadriglia con i comandi in francese/napoletano e.

    Mia madre mi disse tutta contenta prendendomi per mano: «Balliamo io e te». Il ballerino calò il braccio del grammofono sul disco musica strepitosa di quadriglia - e strillò in quella lingua oscura che conosceva solo lui e forse mio padre: «Promenàd!». Era la lingua della quadriglia. Risuonava a ogni festa, mi piaceva moltissimo, a sentirla stavo già meglio. In fila per due facemmo tutti una passeggiata girando per la stanza, bambini che lanciavano urla di divertimento, noi ragazzi molto tesi e attenti agli ordini stranoti e indecifrabili del ballerino, i grandi che ridevano con i denti sconnessi, mia nonna che si torceva congestionata, zia Assunta, le lacrime dell'entusiasmo agli occhi, che le diceva a vederla così divertita: «Nannì, nun te piscià sotto». Finita la passeggiata, il ballerino si fermò, alzò un braccio, si fece ruotare la mano sulla testa calva e gridò: «Muliné dedàm!». Tutte le donne si precipitarono al centro della sala: le bambine si dibattevano per conquistare spazio tra le vesti larghe delle adulte, le ragazze si credevano dame sul serio e facevano mossette eleganti, le donne adulte come mia madre erano più bambine delle bambine vere, o fingevano. Cercai di non perdere Rusinè. Di sabato in sabato avevo acquistato una certa pratica di quadriglie e sapevo che a momenti dovevo darle il braccio e farle fare il tur demangòsce, che era un giro per la stanza da sinistra a destra. Ma successe un fatto che mi svuotò il petto. Il ballerino, a sorpresa, mi si avvicinò con i suo movimenti leggeri e mi ordinò a bassa voce: «Sciangé dedàm!», spingendomi al posto suo di fronte a Nunzia. Poi gridò come previsto: «Tur demangòsce!» e sotto lo sguardo accigliato di mio padre fece un giro per la sala insieme a mia madre, imitato da tutte le altre coppie. Nunzia mi sibilò molto seccata, in dialetto: «Scétate e dammi la mano!». Gliela diedi - fu la prima volta che la toccai - e andammo in giro lungo le pareti giallastre, sotto una fiacca luce elettrica, lei che mi diceva a mezza bocca: «Ricordati che poi mi devi fare l'inchino», io che tesissimo lottavo per tenere sotto controllo un'impressione di precipizio. Mi ricordai giusto in tempo dell'inchino e glielo feci. Intanto il ballerino già strillava di nuovo in un'atmosfera di sovreccitazione generale - la musica, le risa, le grida: «Promenàd!». E poi ordinò: «Muliné decavaliérs!». E ancora: «Promenàd!». Noi mulinammo e passeggiammo con molto impegno, mentre mio padre disegnava sempre più accigliato. Questa quadriglia, mi pare adesso, è il momento più felice di un periodo che, per fortuna, è passato per sempre.

    ha scritto il 

  • 4

    "Federì u pazzo" di Domenico Starnone marito della famosa Elena Ferrante alias di Anita Raja

    In questo libro si legge un affresco famigliare napoletano. Il capostipite si chiama Federico, è il padre di chi racconta e sicuramente di chi scrive questo romanzo. Federì (come viene chiamato) è mol ...continua

    In questo libro si legge un affresco famigliare napoletano. Il capostipite si chiama Federico, è il padre di chi racconta e sicuramente di chi scrive questo romanzo. Federì (come viene chiamato) è molto irruento, pieno di vita, vorrebbe essere un famoso pittore, invece è un semplice ferroviere, prigioniero di una famiglia che gli ha inpedito di essere famoso e dedicare la sua vita all'arte. Con il suo brutto carattere condiziona tutti, soprattutto questo figlio che anche da adulto non riesce a dirgli tutto quello che pensa. Lo crede responsabile della morte della madre, responsabile anche del proprio carattere introverso e pauroso, l'odio per i parenti della moglie amatissimi dal figlio, una guerra continua. Senza contare i conoscenti, che non lo capiscono e non apprezzano le sue capacità pittoriche. Una fanciullezza passata tra grida sfuriate e botte alla madre. Anche se da adulto prova a ricercare alcuni pregi di questo progenito, tirando le somme scopre, che questo padre lo si può sicuramente dimenticare.

    ha scritto il 

  • 3

    Starnone ci racconta...

    ...di suo padre, ferroviere aspirante pittore e del suo rapporto con la madre. Non è un uomo simpatico: è fanfarone, arrogante, vanesio, profondamente frustrato nella sua ambizione di essere grande (e ...continua

    ...di suo padre, ferroviere aspirante pittore e del suo rapporto con la madre. Non è un uomo simpatico: è fanfarone, arrogante, vanesio, profondamente frustrato nella sua ambizione di essere grande (e ricco) pittore se la prende violentemente con sua moglie, che picchia, umilia e disprezza. Un uomo capace di creare in casa un clima di violenza sotteranea, basta poco per farlo scattare anche se sa essere gioviale ed espansivo. Non mi è simpatico, forse sarebbe potuto diventare un grande pittore ma quello che emerge da queste pagine è un uomo violento e vanitoso che sfoga sulla moglie la propria pochezza. Lei resta sempre sullo sfondo, non emerge mai chiaramente, l'uomo che ha sposato ha fatto sì che potesse essere raccontata solo raccontando lui. Probabilmente Starnone ha cercato di riconciliarsi in qualche modo con la figura di suo padre, ma certo non ne ha fatto un uomo che mi sarebbe piaciuto conoscere. Di botte a casa sua ce n'erano tante, anche se racconta diffusamente (dilungandoli un po' troppo a forza di intervallarli con incisi e disgressioni) solo di un paio, ma proprio per questo spaventano ancora di più, come se le botte fossero tanto normali da poter essere confuse tutti insieme e ridotte a niente.

    ha scritto il 

  • 4

    vivere è veramente bello solo quando la vita è pittata

    E' la prima volta che leggo un libro di Starnone. Una pecca a cui più di una volta - mi sono detto - dovevo rimediare. Di Starnone, fino ad oggi, ho potuto apprezzare le sue sceneggiature: i film s ...continua

    E' la prima volta che leggo un libro di Starnone. Una pecca a cui più di una volta - mi sono detto - dovevo rimediare. Di Starnone, fino ad oggi, ho potuto apprezzare le sue sceneggiature: i film scritti soprattutto per Sergio Rubini (uno fra tutti, Tutto l'amore che c'è) restano piccoli gioielli, di diritto nel pantheon sentimentale della mia adolescenza-giovinezza. Ho trovato questo suo Via Gemito un libro sicuramente ben scritto, . Un libro che - si sente - ha avuto una lunga gestazione, una paura di fondo che Starnone ha avuto il coraggio di liberare. In certe parti, il rapporto padre-figlio, l'ambiente familiare, la grande storia sullo sfondo, per l'atmosfera e il sentimento accorato, mi hanno ricordato il Celine di Morte a Credito. Ho amato visceralmente la prima parte. La scoperta della nascita di Mimì (Starnone) a Saviano. Napoli e la sua provincia, le vicende della guerra: una epopea privata che è corsa pure sulla piccola tratta Napoli-Nola-Baiano.

    Su tutti, questo immenso personaggio del Padre: Fdr', Federì, artista nato, ferroviere diventato.
    "Potrei uccidere mio padre, per esempio, e diventare orfano, e finalmente non sentire più questo legame degli affetti, peggio di un filo di ferro spinato stretto intorno al muscolo del cuore"

    La storia di un figlio che si è sentito sempre "appiccicato" al/col suo genitore.

    Una storia che gli è servita a staccarsi e a fare pace.

    ha scritto il 

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