Alessandro Mazza's Reviews71

Alessandro MazzaAlessandro Mazza wrote a review
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Posso perdonarla!
“Potete Perdonarla?” è il primo romanzo del cosiddetto ciclo “Palliser” (da Plantagenet Palliser, un personaggio ricorrente in tutta la serie). Questo ciclo è detto anche “politico” poiché il mondo della politica inglese, con i suoi parlamentari e i suoi ministri, ha un ruolo rilevante. In questo romanzo, tuttavia, la politica resta piuttosto sullo sfondo e la narrazione si incentra soprattutto sulle vicende personali, soprattutto sentimentali, dei suoi personaggi.
La protagonista – la donna che, come lettori, Trollope ci invita a perdonare, è Alice Vavassor, una giovane esponente della piccola nobilità inglese (ma con alcuni parenti che appartengono ai “grandi 10'000”). Dopo una burrascosa rottura con il cugino George, Alice sta per sposarsi con John Grey. Però, quando ormai non resta che stabilire la data delle nozze, Alice lascia bruscamente il suo fidanzato. John Grey è infatti un uomo di grandi qualità, ma troppo incline ad una vita tranquilla e ritirata e Alice teme di poter essere infelice nel vivere con lui e di renderlo così infelice. Dopo la rottura Alice si riavvicina al cugino George – un tipo selvaggio e con cattiva reputazione – mentre Grey continua ad interessarsi a lei da lontano.
Le vicende di Alice si incrociano con quelle di Lady Glencora, una ricca ereditiera sposata con Plantagenet Palliser, erede del Duca di Omnium (che nei romanzi del Barset era una sorta di “eminenza grigia”). Il matrimonio non è tuttavia felice: Palliser è completamente assorbito dalla politica - mira a diventare Cancelliere dello Scacchiere (ovvero Ministro dell’Economia) – e Glencora lo ha sposato solo su pressione dei parenti, rinunciando all’amore per lo scapestrato e prodigo Burgo Fitzgerald.
A queste due vicende se ne aggiunge una terza, di tono decisamente comico, che vede la ricca vedova Greenhow (zia di Alice) contesa da due uomini: il signor Cheesacre (un proprietario terriero un po’ troppo orgoglioso della sua ricchezza) ed il Capitano Belfield (soldato un po’ fanfarone e decisamente indebitato… ma anche notevolemente più bello).
Alla fine del romanzo – che non svelo – Trollope ci invita di nuovo a perdonare Alice (cosa che comunque ho fatto di tutto cuore). Ma viene da chiedersi: che cosa dobbiamo mai perdonarle? All’epoca si trattava forse soprattutto di una sfida al codice di comportamento vittoriano (rigettare un fidanzato ufficiale era per una donna assai sconveniente). Ma noi, che vittoriani non siamo, siamo forse più inclini a vedere una colpa nell’eterna indecisione di Alice che sembra non sapere bene per che cosa si sta ribellando. Sembra conscia di aver preso e di prendere decisioni sbagliate ed in effetti colei che più di tutte, alla fine della vicenda, deve perdonare, è proprio Alice che non è in grado di perdonare sé stessa.
Trollope è un autore al quale mi sono in questi mesi affezionato. I suoi romanzi narrano di protagonisti molto umani, concreti e credibili, con grandi pregi e grandi debolezze. Mi piace anche il parallelismo tra il comportamento di Alice e quello di Glencora. Nel complesso un romanzo assai consigliabile.
Potete perdonarla?
by Anthony Trollope
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Alessandro MazzaAlessandro Mazza wrote a review
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Un lungo addio al Barset.
Nell’ultimo romanzo del ciclo del Barsetshire, Trollope tira le fila delle vicende di tutti i suoi personaggi, dedicando loro un lungo e sentito addio prima di consegnarli definitivamente alla storia letteraria.
Ritornano in scena, in una grande vicenda corale, tutti i personaggi dei racconti precedenti, chi per una breve comparsa, chi tra i protagonisti della vicenda: il reverendo Harding e l’Arcidiacono Grantly, i coniugi Proudie, vescovo e “vescovessa”, il dottor Thorne e i coniugi Gresham, il reverendo Robarts e consorte con i vicini “patroni” Lufton, Lily Dale e la gente di Allington.
La vicenda principale si incentra ancora una volta sui guai di un prelato, il reverendo Josiah Crawley, il povero ma colto ed orgoglioso curato di Hogglestock che abbiamo già incontrato ne La Canonica di Framley. Crawley viene infatti accusato, e poi rinviato a giudizio, per il furto di un assegno di venti sterline del quale non è in grado di spiegare come è entrato in possesso. Crawley è un uomo difficile: la triste situazione economica lo ha reso amaro e a volte intrattabile e se è facile avere rispetto per la sua forza morale, è difficile stare dalla sua parte quando si fa guidare dall’orgoglio e rifiuta l’aiuto di chi gli vuole bene.
Alla vicenda principale si connettono una serie di altre trame e sottotrame minori in cui agiscono una girandola di personaggi vecchi e nuovi. La più importante di queste riguarda, come spesso avviene in Trollope, una storia d’amore contrastata: il Maggiore Grantly, figlio dell’Arcidiacono si è infatti innamorato di Grace, figlia del reverendo Crawley. Il padre di lui si oppone a quest’unione sia per la povertà della ragazza, sia per l’accusa che pende sul padre. Naturalmente il maggiore non vuole sentire ragioni e tra padre e figlio si consuma una brutta rottura, con gran dolore del buon Arcidiacono. Ritorna anche John Eames, con il suo vano innamoramento per la bella Lily Dale, che anche questa volta si ritaglia un piccolo ruolo di eroe, viaggiando fino in Italia per scoprire la verità sul misterioso assegno.
Le ultime Cronache del Barset è la splendida conclusione di un grande ciclo di romanzi: Trollope ci regala una vicenda complessa ed interessante, con una serie di risvolti più o meno inaspettati. Se l’amore contrastato da questioni economiche e sociali è ormai una costante, la vicenda giudiziaria dà un tocco particolare alla storia e si intreccia bene con i contrasti tra le fazioni ecclesiastiche della Contea. Il romanzo è forse un po’ lungo e a tratti si disperde nelle vicende minori, ma alcune scene riescono ad essere particolarmente gustose. Memorabile è il capitolo in cui Crawley tiene degnamente testa alla terribile moglie del vescovo Proudie; commovente l’addio al vecchio reverendo Harding, protagonista del primo romanzo del ciclo che trova qui una morte pacifica e circondata dall’affetto dei propri cari. Spassosamente tragicomico il tentativo di intrappolare il povero John Eames in un fidanzamento indesiderato ad opera di una terribile coppia madre e figlia.
E quando l’autore, adempiendo alla promesse implicita nel titolo, dichiara che non ci saranno altre cronache, è con un briciolo di rimpianto che si abbandona questa immaginaria, ma viva contea, con i suoi ecclesiastici e proprietari terrieri e i suoi tanti amori, più o meno felici.
Le ultime cronache del Barset
by Anthony Trollope
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Alessandro MazzaAlessandro Mazza wrote a review
01
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L'amministratore
L’Amministratore è il primo romanzo della serie delle “Cronache del Barsetshire” di Anthony Trollope. Protagonista è il Reverendo Septimius Harding, primo cantore nella cattedrale di Barchester e amministratore del ricovero per anziani di Hiram. La sua tranquillità è però disturbata da un’azione legale che il giovane “riformatore” di Barchester, John Bold ha intrapreso un’azione legale contro di lui. L’accusa, lanciata sull’onda di casi simili che fecero realmente un certo scalpore nell’Inghilterra di metà ‘800, è quella di cattivo utilizzo dei fondi a vantaggio dell’ospizio, che sarebbero utilizzati dando una rendita eccessiva all’amministratore rispetto a quanto speso per gli ospiti del ricovero. Il reverendo Harding è però una brava persona, molto ben voluta dai “suoi” anziani del ricovero che ama molto e ai quali è molto vicino: l’accusa lo mette in crisi e l’uomo inizia a chiedersi se la sua posizione sia davvero giusta. L’Arcidiacono Grantly, figlio del vescovo e suocero di Harding, cerca di intervenire a vantaggio del genero, ma l’uomo è chiaramente più interessato al prestigio e al potere della Chiesa che alla giustezza della posizione. Intanto la questione raggiunge un interesse nazionale grazie all’intervento dello Jupiter un quotidiano nel quale l’autore adombra un riferimento al Times. A complicare ulteriormente le cose c’è una sorta di fidanzamento tra il riformatore Bold ed Eleanor Harding, figlia dell’amministratore.
La prima “cronaca del Barset” comincia con un racconto più breve e raccolto rispetto ai romanzi successivi, Trollope è come sempre un maestro nel delineare i caratteri dei suoi personaggi: il reverendo Harding, con i suoi scrupoli di coscienza, l’Arcidiacono Grantly fin troppo deciso a difendere i privilegi della Chiesa, il giovane Bold, spinto da un sincero – ma forse non ben diretto – zelo da riformatore. Sono molto belli i capitoli in cui l’autore ironeggia amabilmente sul potere crescente della carta stampata (lo Jupiter la cui autorevole e serrata denuncia tanto avvilisce il povero Harding) e su quello degli intellettuali (le figure del Dr Pessimist Anticant e del romanziere Popular Sentiment, curiose parodie di Carlyle e Dickens). La narrazione è abile e ben condotta senza troppi colpi di scena (Trollope non li ama proprio: tende a spiattellare al lettore tutto quello che può rendere la vicenda più chiara).
Nel complesso un romanzo davvero piacevole, con
L'amministratore
by Anthony Trollope
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Alessandro MazzaAlessandro Mazza wrote a review
05
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Discreto romanzo storico
Ho ricevuto questo libro in omaggio da Amazon, in una scelta tra tre: il fatto che avesse vinto il premio Bancarella e, soprattutto, l’ambientazione storica, mi hanno spinto a sceglierlo. Alla fine della lettura quello che posso dire di questo romanzo è che è tutto sommato dimenticabile. Non voglio dire che sia brutto: la scrittura è abbastanza buona e la lettura è stata tutto sommato piacevole. Voglio dire, piuttosto, che una volta finito non lascia veramente niente di più al lettore che la piacevolezza di qualche ora di lettura, immersi nelle atmosfere della Firenze del primo Rinascimento. L’autore non ci offre, tuttavia, davvero nulla di più: manca quel guizzo che riesce a portare un libro al di sopra della mediocrità, sia nella narrazione sia nella resa dei personaggi e delle atmosfere.
Protagonista del romanzo è Cosimo de Medici, il vero artefice dell’ascesa della famiglia alla signoria di fatto sulla città. Si parte dalla morte del padre Giovanni e si arriva, attraverso le vicende dell’esilio e del ritorno al potere che culminano con la battaglia di Anghiari, alla morte dello stesso Cosimo (che prima di morire vede nel nipote Lorenzo il futuro della famiglia). La narrazione è però troppo discontinua: la divisione in parti, che si collocano a distanza di mesi o anche anni l’una dall’altra, è ben comprensibile, ma anche all’interno delle singole parti, l’autore finisce spesso per disegnare il quadro di un evento o di un incontro che rischiano di risultare troppo fini a sé stessi, ma senza amalgamarsi efficacemente in una vicenda unitaria. Per quanto Cosimo sia indubbiamente il personaggio principale, la narrazione segue comunque anche altri protagonisti dell’Italia a cui contemporanea: da Rinaldo degli Albizzi a Palla Strozzi a Francesco Sforza a Filippo Maria Visconti oltre a figure culturali come Brunelleschi e Bessarione. Nel complesso, tuttavia, queste figure appaiono spesso solo vagamente schizzate e solo Cosimo riceve un approfondimento sufficiente. Anche i due personaggi inventati introdotti da Strukul, la bellissima Laura Ricci, che cova un intenso odio per i Medici, ed il terribile mercenario Reinhard Schwarz non sono riusciti a convincermi del tutto e hanno finito per creare una sottotrama tutto sommato banale che si inserisce un po’ a forza nelle vicende di Cosimo e del fratello Lorenzo.
Il resto ha, a volte, il sapore di un compitino da fare: le lotte politiche, la cupola di Santa Maria del Fiore, il concilio di Firenze, le trame del Visconti, persino la battaglia di Anghiari sono trattate con una certa fretta, in brevi capitoletti che danno un quadro sufficiente, ma non troppo approfondito. Le ricerche che l’autore dice di aver fatto si intuiscono più che vedersi davvero.
Immagino che il libro sia stato pubblicato anche con l’intento di sfruttare la serie televisiva andata in onda lo scorso anno.
Insomma, pur non essendomi affatto dispiaciuto, il libro non mi ha fatto venire davvero voglia di leggere i seguiti (che dovevano essere due, ma sono diventati tre) che l’autore ha pubblicato a breve distanza. Non mi sento comunque di sconsigliarlo in senso assoluto, ma l’avessi pagato, mi sarei probabilmente pentito dell’acquisto.
I Medici
by Matteo Strukul
(*)(*)(*)(*)( )(342)
Alessandro MazzaAlessandro Mazza wrote a review
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Il fango e il sangue
Con La piramide di fango, Camilleri porta il commissario Montalbano a confrontarsi con il mondo degli appalti per le costruzioni pubbliche: un terreno pericoloso, dove, specialmente in Sicilia, la mafia e le società da essa controllate riescono a fare affari d’oro, anche grazie all’interessata complicità che trovano nelle istituzioni. Un terreno dove a farla da padrone è il fango: il fango delle mazzette e dei materiali scadenti, degli appalti gonfiati o volutamente mal definiti, mentre coloro che provano ad opporsi vengono fatti tacere con la violenza e l’intimidazione.
Ed è proprio in un terreno reso fangoso dalle continue piogge che viene trovato il corpo di Gerlando Nicotra, contabile della Rosaspina una delle tante società impegnate a spartirsi la torta degli appalti pubblici.
Montalbano indaga sull’omicidio, comprendendo ben presto che dietro questa morte c’è molto più di quanto non sembri a prima vista. Ma si trova costretto a superare in astuzia coloro che non vorrebbero far venire a galla troppi fatti scomodi e cercano quindi di ingannarlo, ricreando per lui una verità di comodo e dando alla legge un capro espiatorio. Frattanto deve affrontare la difficile condizione di Livia, ancora in lutto per la morte di Francois (avvenuta nel romanzo precedente Una lama di luce).

Camilleri riesce ad unire efficacemente la denuncia sociale del malaffare legato all’edilizia con la narrazione dell’indagine sull’omicidio, creando così un romanzo insieme godibile e interessante, senza risultare troppo didascalico nella parte più strettamente socialmente impegnata.
Per quanto risenta dei difetti propri della serialità (molte situazioni si ripetono ormai costantemente e a volte con una certa stanchezza: dal sogno premonitore all’inizio del romanzo alle intemperanza verbali e non di Catarella), La piramide di fango è certamente tra i migliori romanzi di Montalbano degli ultimi anni, sia per il tema trattato, sia per il modo in cui è condotta l’indagine che, pur non lasciando grande spazio al mistero, riesce a mantenere sempre alto l’interesse del lettore. Anche il rapporto tra Montalbano e Livia è gestito bene: è bello vedere il Commissario sinceramente felice per le “sciarratine” con la fidanzata e che, infine, comprende che deve starle vicino nel suo dolore. Ed aggiungo che è bello vedere – una volta tanto – che il superiore di Montalbano sa anche essere intelligente e collaborativo.

Un piccolo appunto ed un osservazione: l’appunto riguarda il linguaggio usato che, negli ultimi tempi,, mi pare essersi appesantito verso il siciliano: chi è abituato a Montalbano non farà fatica, ma mi chiedo come un nuovo lettore possa approcciarsi a questo linguaggio. L’osservazione riguarda il personaggio di Fazio: nei primi romanzi e racconti era di poco più vecchio del commissario, mentre ora mi sembra si sia trasformato nella controparte televisiva, più giovane.
La piramide di fango
by Andrea Camilleri
(*)(*)(*)(*)( )(1,323)
Alessandro MazzaAlessandro Mazza wrote a review
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Un Montalbano in due parti.
L’altro capo del filo è il centesimo libro di Andrea Camilleri ed il ventiquattresimo romanzo del Commissario Montalbano (a cui si aggiungono i racconti della raccolta Morte in mare aperto e le altre raccolte pubblicate da Mondadori). Sorprende sempre la capacità di quest’uomo, malgrado le crescenti difficoltà dovute all’età (che apprendo, con una certa commozione dalla nota finale), di elaborare sempre nuove storie.
Era da un po’ che non leggevo più un Montalbano: da qualche tempo le indagini del commissario mi parevano trascinarsi con una certa stanchezza. Le storie erano sempre, tutto sommato, gradevoli (con l’eccezione del pessimo La caccia al tesoro), ma non avevano più la forza dei primi romanzi e mi parevano scritte con l’occhio più alla (sicura) trasposizione televisiva che non al romanzo stesso. L’altro capo del filo non fa eccezione.
Per fare una metafora culinaria, che penso non dispiacerebbe al commissario, i romanzi di Montalbano mi sembrano un gran fritto misto contenente sempre – più o meno – gli stessi ingredienti che fanno da struttura di base in cui incastrare la vicenda che di volta in volta Camilleri ci vuole raccontare. I sogni del commissario, le grandi mangiate da Enzo o con i piatti di Adelina, le passeggiate al molo, le scenette con Catarella, le sciarratine con Livia, i contrasti con Bonetti-Alderighi…
Il romanzo si apre con Montalbano e i suoi colleghi impegnati ad affrontare la continua emergenza degli sbarchi di profughi e clandestini sulle coste siciliane. Proprio mentre è impegnato a gestire uno di questi sbarchi, il commissario riceve la notizia della solita “ammazzatina”: la vittima è Elena Biasini, una bella sarta che Montalbano aveva conosciuto facendo le prove per un vestito nuovo su misura (“tortura” alla quale viene costretto dalla solita Livia). Tutto porta a pensare ad un delitto passionale, compiuto in un impeto di rabbia, e l’indagine inizia così come uno scavo nel passato della vittima alla ricerca del possibile colpevole.
Nel suo complesso il libro soffre di una struttura troppo divisa a metà: i primi sei capitoli, dedicati al problema degli sbarchi, non hanno praticamente alcun legame con la vicenda principale, tanto che l’intento chiaramente didascalico dell’autore finisce per essere fin troppo evidente. La volontà di Camilleri di informare e sensibilizzare il lettore sull’argomento può anche essere encomiabile, ma il tutto poteva (e doveva) essere realizzato meglio, incardinandolo nella vicenda più generale (come è accaduto in altri romanzi) e non relegato nei primi capitoli, infilando a forza ogni riflessione possibile dell’autore in bocca a Montalbano. In sé stessa la descrizione delle vicende è anche molto buona: la disperazione dei migranti, i patimenti da loro subiti e le difficoltà dei poliziotti, costretti a turni massacranti, sono descritti con grande abilità, ma stanca un po’ una certa ripetitività: al quarto sbarco descritto non c’è davvero nulla di veramente nuovo.
L’indagine vera e propria (che occupa il resto del libro), si incentra soprattutto sulla vita della vittima, ma è fin troppo interrotta dalla descrizione della vita quotidiana del commissario (mangiate, passeggiate e dormite soprattutto): i possibili colpevoli restano sullo sfondo e la soluzione finale si presenta in maniera fin troppo improvvisa e casuale, mentre Montalbano fa una sciocchezza assurda ed il tutto viene spiegato con il cliché della lettera di confessione.
Nel suo complesso L’altro capo del filo è comunque abbastanza gradevole: l’ennesima avventura del commissario che soddisferà soprattutto gli affezionati lettori e che avrà il suo naturale sbocco (suppongo) in una bella trasposizione televisiva. Un buon modo per passare qualche ora di lettura tutto sommato piacevole, ma comunque piuttosto distante dai fasti dei primi romanzi. Montalbano è ammalato di serialità ed è forse una malattia naturale dovuta al suo straordinario successo.
p.S. Se posso dirlo, mi piacerebbe che Camilleri desse una promozione a Mimì Augello, allontanandolo la commissariato di Vigata. Mi dispiace vedere ridotto così un personaggio che nei primi romanzi aveva avuto una bella crescita, sia personale che nell’amicizia con il suo superiore. Qui sembra solo una ridicola macchietta, che serve solo a contrapporsi al duo Montalbano-Fazio.
L'altro capo del filo
by Andrea Camilleri
(*)(*)(*)(*)( )(1,141)
Alessandro MazzaAlessandro Mazza wrote a review
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Poco giallo al BarLume
Il quinto romanzo della serie del BarLume conferma pregi e difetti dei suoi predecessori. I pregi stanno soprattutto nella scrittura di Malvaldi, sempre piacevole e divertente. L’autore è particolarmente abile nella creazione dei dialoghi tra i vecchi pensionati che stazionano perennemente nel bar di Massimo: sembra davvero di sentirli imprecare e scherzare, fare osservazioni serie e meno serie nell’inconfondibile dialetto toscano. E, dialetto a parte, sembra di veder descrivere i vecchi pensionati che stazionano nei bar di tutta Italia (o del mondo?).
I difetti stanno soprattutto nella costruzione del romanzo giallo vero e proprio: l’intrigo è soffocato dalle chiacchiere da bar e si sviluppa in maniera troppo lenta e discontinua. La soluzione finale appare un po’ affrettata e, per quanto a suo modo intrigante, mi sembra nel complesso non del tutto credibile. Malvaldi non ha però mai brillato per la complessità dell’intrigo poliziesco che non è il punto forte dei suoi romanzi.
Un altro punto un po’ dolente è il nuovo personaggio, il commissario Alice Martelli, giunta a Pineta per sostituire il commissario Fusco: la sua complicità con i quattro vecchi, appare un po’ forzata e quella con Massimo fa un po’ cliché. Come sempre Malvaldi sembra un po’ compiaciuto nell’inserire qualche spiegazione scientifica nella narrazione: qui le digressioni appaiono meno cacciate a forza che altrove, ma si ha comunque la sensazione di un autore che vuole istruire o far vedere che ne sa.
Il titolo fa riferimento alle chiacchiere che, come nel gioco omonimo, girano rapidamente da una persona all’altra e che sono proprio ciò che dà inizio alla narrazione. Infatti, quando Vanessa Benedetti scompare all’improvviso dopo aver comprato una grande quantità di carne, l’intero paese, a partire dal quartetto di vecchi, sospetta che l’ex-marito e convivente l’abbia ammazzata. In un epoca di televisione e di social network le chiacchiere girano in modo ancora più rapido. I sospetti crescono ulteriormente quando “Atlante il Luminoso”, celebre cartomante locale, viene trovato morto, apparentemente suicida, dopo aver fatto capire che potrebbe sapere qualcosa sulla scomparsa. Dopo una serie di colpi di scena, Massimo ha un intuizione che lo porta a scoprire, come sempre, la soluzione.
Il telefono senza fili è senza dubbio una lettura piacevole, adatta ad impegnare qualche ora di lettura, divertendosi (ma non senza qualche spunto di riflessione). Chi vuole soprattutto reincontrare il Barrista Massimo, Aldo, Ampelio, Pilade e il Rimediotti si divertirà senza dubbio, chi cerca qualche cosa di più, dal punto di vista del romanzo, resterà probabilmente un poco deluso.
Il telefono senza fili
by Marco Malvaldi
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Alessandro MazzaAlessandro Mazza wrote a review
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La storia di 3P
Ciò che Inferno non è, è Il terzo romanzo di Alessandro D’Avenia ed è probabilmente il più riuscito tra quelli del famoso professore e scrittore italiano. Se “Bianca come il latte, rossa come il sangue” era riuscito ad appassionarmi e commuovemi, malgrado una storia prettamente dedicata agli adolescenti e “Cose che nessuno sa” mi aveva parzialmente deluso per un certo uso eccessivo di metafore ed espressioni da aforisma (che sono un po’ il “difetto” costante dell’autore), “Ciò che inferno non è” mi ha (quasi) pienamente convinto, narrando una storia più matura e più solida e riuscendo nella non facile impresa di delineare un ritratto efficace ma non troppo agiografico di 3P, Padre Pino Puglisi, sacerdote di Palermo ucciso dalla Mafia per la sua attività educativa nel quartiere Brancaccio, con cui cercava di sottrarre a Cosa Nostra le menti dei tanti bambini che lì vivevano. In ogni pagina in cui il sacerdote di Brancaccio compare si può notare l’ammirazione e la devozione che D’Avenia ha verso di lui che alle superiori era stato suo professore.
Protagonista del romanzo è Federico, giovane liceale allievo di don Pino, di famiglia benestante, appassionato di letteratura e soprattutto di poesia. Poco dopo la fine della scuola, rispondendo ad una richiesta del suo professore, il giovane si reca un giorno a Brancaccio: attraversare il passaggio a livello che divide il quartiere dal resto della città lo porta a scontrarsi con un mondo assai diverso da quello a cui è abituato. Un mondo estraneo e difficile, a tratti apertamente ostile a quanto viene dal di fuori (anche se solo da un altro quartiere di Palermo), dove la presenza della mafia fa apparire la violenza e la sopraffazione come la sola soluzione possibile. Un labbro spaccato ed una bicicletta rubata solo il risultato della prima avventura di Federico. Federico trova comunque una ragione per tornare in Lucia (la ragazza di cui si innamora, nel cui nome c’è un ovvio richiamo alla luce) e nelle parole di don Pino (che gli mostrano l’esigenza di aiutare quel luogo ad uscire dall’inferno in cui è sprofondato). Anzi, Federico rinuncia persino al viaggio di studio in Inghilterra (con comprensibile irritazione dei suoi genitori).
Oltre alle vicende di Federico, D’Avenia ci mostra quelle delle persone che popolano Brancaccio: padre Pino, in primo luogo, sempre preoccupato del bene dei suoi “figli”, e la stessa Lucia, che sogna di diventare maestra, i ragazzi del Centro Padre Nostro e gli altri bambini del quartiere, ma anche i mafiosi: il Cacciatore, assassino al servizio della mafia (che gli permette di dar da mangiare alla sua famiglia), Nuccio che è da poco entrato nel giro, Madre Natura (boss mafioso che è probabilmente un riferimento a Giuseppe Graviano). D’Avenia adatta abbastanza bene il suo stile ai vari punti di vista e costruisce nel complesso una serie di personaggi credibili.
Devo dire che le parti sull’adolescente Federico mi hanno interessato e coinvolto molto meno di quelle su Padre Pino e l’ambiente di Brancaccio. In parte può essere dovuto al fatto che ciò che cercavo nel romanzo era, appunto, soprattutto la figura di don Puglisi e del suo ambiente, mentre la vicenda di crescita e di amore adolescenziale (che pure sapevo avrei trovato) mi interessava tutto sommato di meno. D’altra parte capisco l’esigenza narrativa di inserire il punto di vista di una persona estranea, completamente aliena all’ambiente di Brancaccio: una persona che potesse dapprima scottarsi e poi, per così dire, innamorarsi e scegliere di aiutare don Pino a lottare in quel quartiere così difficile: rende la narrazione più efficace e ci dà un punto di vista diverso da quello del narratore o delle persone che vivono nel quartiere. Ma ammetto di trovare Federico a tratti un po’ improbabile, il suo modo di pensare e di rapportarsi alle cose mi sembra un po’ inadatto alla sua età e trovo che la sua decisione di rinunciare al viaggio di studio (benché simbolicamente molto forte) sia un po’ forzata ed improvvisa. Ho trovato invece interessanti i capitoli con il “Cacciatore” e gli altri membri della mafia, dove si mostra abilmente la capacità dell’ambiente mafioso di corrompere (anche con il “pane quotidiano”) la vita e il cuore di adulti, bambini e ragazzi.
Anche dal punto di vista stilistico ho trovato questo romanzo più piacevole rispetto a quelli che lo hanno preceduto, più asciutto e con una minore abbondanza di paragoni esagerati ed espressioni da aforisma su Facebook. Qua e là, soprattutto nei capitoli di Federico, qualche esagerazione ritorna, ma lo stile resta nel complesso piacevole e niente affatto difficile (e anche se fosse un po’ difficile non sarebbe questo necessariamente un male).
Se gli altri romanzi erano soprattutto dedicati ad un pubblico adolescente e come tali potevano essere apprezzati a pieno solo da ragazzi e ragazze di una certa età, Ciò che Inferno non è, riesce a parlare ad un pubblico più vasto, pur non rinunciando a quello che è per l’autore un “target” di riferimento.
Ciò che inferno non è
by Alessandro D'Avenia
(*)(*)(*)(*)(*)(1,067)
Alessandro MazzaAlessandro Mazza wrote a review
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Spoiler Alert
È un racconto che dura cento anni quello che Giuseppe Lupo ci offre ne L’Albero di Stanze, una saga famigliare che si dipana lungo il secolo che muore attraverso i nomi immaginifici e fantasiosi dei membri della famiglia Bensalem, ma soprattutto attraverso la loro straordinaria dimora: un albero di stanze, appunto. Una casa che è cresciuta con la famiglia, in verticale, una stanza per ogni discendente, un ramo per ogni figlio, una casa che è un perenne cantiere, sempre in costruzione, proiettata nel futuro. L’immagine richiama esplicitamente – anche attraverso il nome del protagonista – quella della Torre di Babele che si elevò verso il cielo.
Protagonista della vicenda è Babele Bensalem, ultimo discendente della famiglia, medico sordo ma con il dono di saper ascoltare le malattie delle ossa, che, dopo una lunga assenza, torna a casa sua – a Caldbane – per assistere allo smontaggio dei mobili e alla vendita della sua casa. Sono gli ultimi giorni del 1999: un secolo e un millennio stanno per finire (non proprio ma accordiamo questa licenza) e con essi finisce anche la casa dei Bensalem. Ma prima di scomparire anch’essa, travolta dal tempo, prima di trasformarsi in un albergo, la casa – i suoi muri e le sue stanze – parlano al sordo Babele e gli svelano le segrete vicende dei suoi antenati, le loro grandezze e le loro follie e gli straordinari eventi a loro accaduti.
Il tempo di questa riscoperta è scandito dalla lenta esplorazione dell’Albero di Stanze, dal vecchio mulino su cui è cresciuto fino alla cima dove, nell’ultima stanza si compiranno le vicende e la ri-scoperta delle proprie origini da parte di Babele. Non si tratta però di un tempo che scorre sempre uguale: la parte più ampia è infatti dedicata alle vicende del bisnonno Redentore, discendente di Balthazar re magio e fondatore della dinastia. Un uomo che assume quasi i tratti del mito e della leggenda, l’uomo che sognò, progettò e cominciò a realizzare la strana dimora dei Bensalem. Ampio spazio è lasciato anche a nonno Salutare, secondo figlio maschio di Redentore, ma vero erede del suo sogno e della sua casa, anche se con modi e caratteri abbastanza diversi. Via via che ci si avvicina al presente il tempo della narrazione sembra invece accelerare e pochi capitoli sono dedicati alle vicende di Forestino, padre di Babele e di Babele stesso prima che la famiglia abbandonasse la dimora avita. Nel mezzo una girandola di personaggi, maschili e femminili, che entrano ed escono dall’Albero di Stanze: Adamantina e Apollinare, sorella e moglie di Redentore, Taddeo, Alfeo e Albania e poi Cristallina, Sinforosa, Crescenza, Lucente, i gemelli Cosma Maggiore e Minore, membri della famiglia che fuggono infine dall’albero e i cui rami restano come morti, non cresciuti. Yussuf l’assiro, misterioso amico di Redentore. George Dubbley, proprietario del mulino. Ma soprattutto la misteriosa figura di Crocifossi, il custode, che accompagna tutta la storia della famiglia, dalle prime fatiche di Redentore fino al ritorno di Babele e alla vendita della casa.
Al tempo della casa, che sembra scorrere lento e sempre uguale, si affianca il tempo della vita e del mondo che sembra poter emergere solo a tratti, specchiandosi nelle vicende dei figli e dei nipoti di Redentore, tanto che diventa difficile collocare temporalmente le generazioni dei Bensalem. Essi sembrano vivere in un tempo senza tempo ed è forse questo che li spinge, inesorabilmente, ad abbandonare la loro dimora per andare nel mondo esterno.
L’Albero di Stanze non è certamente un romanzo facile, non si può dire che ci sia una vera e propria trama, ma piuttosto una sequenza di storie che i muri della casa sembrano rievocare per le orecchie sorde di Babele. Nello stesso tempo è a suo modo appassionante in questo insolito “scavo” nella memoria che parte dalle radici più profonde per tornare ad un presente che si progetta nel futuro del millennio che viene. Il linguaggio di Lupo, immaginifico ed efficace, a tratti quasi poetico arricchisce di molto la positività dell’esperienza. I personaggi, anche quelli appena abbozzati, come i numerosi zii di Babele, colpiscono il lettore nella loro caratterizzazione, con le loro stranezze e le loro manie. Nel complesso un libro che merita certamente la lettura
L'albero di stanze
by Giuseppe Lupo
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