ilsegretodelbosco's Reviews471

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Mi pesa non poco scrivere queste righe per “La prima volta che il dolore mi salvò la vita”, perché ho sempre apprezzato la scrittura di Stefansson e, sinceramente, credevo che risalire alla fonte della sua magnifica prosa, leggere le sue poesie, avrebbe rappresentato qualcosa di emozionante, invece…Perché questo spreco di carta?
Questo non è il “mio” Stefansonn, non può esserlo!
Che questo fiasco, perché di ciò si tratta, sia dovuto anche ad altro?
Certamente non è facile restituire in lingua italiana la sua poesia, malgrado da anni lui sia tradotto in maniera eccellente dalla bravissima Silvia Cosimini, ma questo non basta… vuoi vedere che c’è dell’altro, magari qualche interesse nascosto? Per esempio, perché pubblicare ora in Italia ciò che notoriamente si “vende” con minore facilità, cioè la poesia? Magari per la speranza di sfruttare la scia della sua enorme popolarità? Tra l’altro, a dire dello stesso autore, non è che queste sue poesie siano state accolte in patria tanto positivamente!
E allora… perché questo spreco di carta?
Su 258 pagine, più di una ventina sono completamente bianche: accettiamola come una necessità per l’editore, anche se il lettore poi le paga quelle pagine bianche! Delle 238 rimanenti, 56 sono occupate dall’introduzione/biografia: per carità, magari pure interessante, ma io ho comprato un libro di poesie!
Ne rimangono meno di 180, che per metà esatta sono occupate dal testo a fronte in islandese: mi è capitato di peggio con la pagina a fronte in cinese, ma in ogni caso quanti italiani riescono ad apprezzare il testo in lingua originale?
Ora però, a rifletterci bene, è difficile giustificare il prezzo imposto da Iperborea di 17,50 euro per 90 pagine di poesie in italiano che mediamente occupano meno di metà pagina.
Forse...Ecco il perché di questo spreco di carta!
La prima volta che il dolore mi salvò la vita
by Jón Kalman Stefánsson
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Questa lettura mi ha permesso di scoprire la bravura di Anna Maria Ortese scrittrice che, non mi vergogno ad ammetterlo, finora non conoscevo.

Silenzio a Milano è un piccolo gioiello, nato da articoli giornalistici e altri scritti, sempre a metà fra racconto e cronaca e composti in maniera magistrale negli anni ’50.

Vi troviamo la Milano del successo, dell’inarrestabile ascesa e del progresso, raccontata però dalla parte di chi quel successo non potrà mai raggiungerlo. In fondo, il punto di vista dei perdenti.

Nonostante i quasi sessantacinque anni di distanza dalla sua prima pubblicazione, resta un documento attuale e prezioso al punto tale che il lettore ha la sensazione di esplorare un mondo di cui ha sentito parlare ma che in fondo è nuovo.

Davvero mirabile la descrizione della Stazione Centrale: che costruzione! Quante mura, quanto marmo, quanto ferro e vetro! Ciò nonostante sono le sensazioni e l’ambiente a colpire di più, con un mondo che lì si anima, si affanna e poi si spopola, dove chi viaggia crede di correre, e fisicamente è ciò che avviene, ma in realtà è portato, forse addirittura trascinato via.

La percezione della realtà che ha Anna Maria Ortese è incredibilmente attuale, con il suo porre l’accento sulla contrazione progressiva della personalità, il suo svuotarsi di significato. Forse perché i suoi personaggi, così reali, si muovono nelle loro esistenze con timidezza, senza fare alcun rumore, magari per non disturbare. Anche se a tratti sembra di scorgere qua e là i bagliori dei lampi di un temporale, da qualche parte, magari in un’altra vita. O forse si tratta semplicemente del riflesso di luci nelle lacrime di chi sente di aver già perso.

Silenzio a Milano
by Anna Maria Ortese
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Baciarsi non è un atto universale che distingue il genere umano, nasce come gesto alimentare che solo in seguito diventa qualcosa di simbolico. Dunque il bacio nasce da cose meno poetiche come l’amore perché probabilmente lo si utilizzava per scambiarsi cibo.

Secondo Freud il bacio è la continuazione della suzione del seno materno.

Non tutti i popoli poi usano le labbra per scambiarsi empatia o sentimento. Pensiamo agli Inuit che usano il naso!

L’origine della parola la troviamo nel greco baskaino che significa mormorare, sussurrare.

Pare che quando baciamo si attivi nel nostro cervello il network del piacere, non solo quello sessuale, ma anche quello stimolato dalle droghe. Baciando a lungo il nostro corpo produce ossitocina, l’ormone della soddisfazione che combatte il cortisolo, l’ormone dello stress.

Come fare ora che il bacio è diventato simbolo di contagio, epidemia, qualcosa da evitare?

Ci si sta rendendo conto che senza contatto fisico, promiscuità, labbra che si baciano, la comunità si disincarna divenendo qualcosa di astratto.

Tanti baci… nove lettere… due parole… e le labbra dove sono finite?

Il bacio contiene i sensi: tatto, olfatto e gusto. È un segno che va oltre il suo valore romantico ed è importante anche dove ci si bacia. Baciarsi in pubblico può essere anche un atto di ribellione nei confronti del controllo sociale e morale dei sentimenti.

I baci mantengono qualcosa di magico, basta andare al ciclo della Tavola Rotonda fino a giungere a Walt Disney, per non parlare di Tornatore e del suo Nuova cinema paradiso. Incantesimi che si sciolgono grazie a delle labbra che si uniscono.

Un’agevole e interessante lettura, migliore nella sua prima parte.

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Protagonista di questo romanzo breve di Onetti è un ex campione di basket ormai malato di tubercolosi che si trasferisce in un paesino di montagna. Si avvicendano al suo fianco due donne che rappresentano due diversi tipi di femminilità: la donna matura e quella giovanissima, appena uscita dalla pubertà. Ma qui tempo ed esperienza non rappresentano la maturità, bensì la decadenza, perché per l’autore uruguaiano non si può vivere un’esistenza confidando nel proprio corpo. Ogni corpo decade, tradisce…

Da giovani si confida nell’eternità della propria condizione e si pensa che solo gli altri invecchino. Lo scorrere dei giorni ci insegna che nulla dura né si ripete. Conduciamo il più delle volte esistenze che somigliano a binari destinati a incrociarsi solo in rare occasioni di scambio…

Dimmi, hai notato anche tu il modo in cui le donne conservano negli occhi le tracce dei loro viaggi in treno? Deve essere per via di quel desiderio che le accompagna, fatto di tutti i baci e gli abbracci che stanno raggiungendo.

In queste pagine si avverte forte il senso di fallimento di ogni legame e l’incapacità di comunicare dei protagonisti: chi cerca di non lasciarsi soffocare come individuo non riesce a mischiarsi con questa vita.

L’autore fa muovere il suo protagonista in un panorama fatto di pochissimi dettagli appena accennati. E’ questa la caratteristica di chi è un bravo scrittore di racconti. Il giocatore di basket, al pari degli altri protagonisti dei suoi romanzi, sembra trascinare la propria esistenza e il lettore comprende fin dall’inizio che in qualche modo è già condannato. C’è in questa, ma anche in tutte le altre opere di Onetti, la consapevolezza di una sorta di autodistruzione dell’uomo. Lo si intuisce dal modo in cui il racconto viene costruito, rendendo più interessante comprendere il passato dei protagonisti perché l’inevitabile epilogo è già lì, sotto i nostri occhi.

Gli addii
by Juan Carlos Onetti
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Romana Petri racconta la storia di una famiglia ormai alla deriva che si ritrova nel rito del pranzo nei giorni di festa. Siamo nella Lisbona tanto cara all’autrice.

Dopo la morte di Maria de Ceu questi pranzi rappresentano di fatto l’unico legame fra Tiago, che si è rifatto una vita ed è diventato un uomo molto potente e i suoi tre figli Vasco, Rita e Joana. Gli restano solo i pranzi, divenuti un rituale ormai privo di significato. Si riuniscono, ma dopo un po’ le parole vengono a mancare e i pensieri diventano pesanti.

A volte i protagonisti sembrano come fermarsi e all’improvviso si accorgano che il tempo scorre inesorabile e allora non possono fare altro che fermarsi e scartare un ricordo; è così che il passato si disperde in una serie di rivoli e i ricordi finiscono col diventare altro, si allontanano sempre di più dalle cose realmente accadute.

Quanto tempo trascorriamo a ricordare? Non possiamo restare a lungo in un luogo che non susciti in noi qualche ricordo. Se si mantenesse intatta la memoria non servirebbe scrivere e forse sarebbe un bene, perché la scrittura ci porta a dimenticare.

Perché spesso lasciamo le cose di chi è morto al loro posto, come a dare continuità a una vita che non c’è più,? Il fatto è che le cose sopravvivono agli uomini e così diventano altro da ciò che hanno rappresentato.

Pensare al dopo… forse nessuno guarderebbe a una vita dopo la morte se non ci fossero i sogni!

Un buon romanzo con pagine che, come spesso riesce alla Petri, spingono a riflettere ma che qui a volte fanno sì che ci si perda dentro un racconto lento, come nel caso del gatto o della storia di Arione di Metimna, amico di Periandro tiranno di Corinto, raccontata in un quadro dell’Alessandrini, la pittrice italiana che si lega a Vasco. Resta  il dubbio che tutto questo serva per allungare un po’ il brodo: ce n’era davvero bisogno per un romanzo che supera le 400 pagine?

Pranzi di famiglia
by Romana Petri
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