Enrico Sapienza's Reviews81

Enrico SapienzaEnrico Sapienza wrote a review
01
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“Tutto era tranquillo e triste”.
Mi pare, questa frase, una sintesi molto calzante del tono del libro.
La “tristezza” è la voce più commovente, per me più riuscita, in questo testo; quando il pendolo di Deledda -che qui incontro per la prima volta- oscilla in tale direzione ecco che vedo il dramma, ecco che vedo la figura imponente e granitica di Noemi, scura, come una nera abside incombente che tutto avvolge con la sua tetra ed integerrima architettura; vedo la patetica figura di Efix, scura non come Noemi, ma nella pelle, come lo può essere una mummia egizia, secca, piegata e ripiegata su se stessa eppure serena, un Cristo che prende su di sé i peccati di tutti, a cominciare da quelli di Lia per finire con quelli di Giacinto e dei ciechi, e che li paga al posto delle proprie padrone; vedo questo e vedo un’ambientazione ovunque morta, con fiori d’ossa, legno marcio, terreni aridi e polverosi e provo un senso di limitatezza, di claustrofobia, ad aggirarmi per questo paese dove tutto sembra immobile, corroso da quello stesso vento che agita le canne, rosicchiato dal tempo, rimpiangente un passato che, però, a guardar bene, era solo il male minore e non il bene. 
Vedo tutto questo, ed altro, ed è bello. 
Poi il pendolo oscilla verso la “tranquillità”, e mi trovo meno soddisfatto. Facendo una forzatura accosto “tranquillità” all’inezia, alla piccolezza. Le cose rimpiccioliscono, hanno un basso rango, sono meschine e dal sapore dolciastro, quasi -quasi- stucchevole. 
Il dramma perde la sua universalità e diventa piuttosto una recita di paese, meno efficace, meno potente: è più difficile visualizzare questa posizione del pendolo, ma la identifico con cieli troppo rosei, troppo azzurri, artificiosamente descritti come fossero immaginati piuttosto che visti; intravedo un fiore di troppo in mano, una lacrima di troppo attaccata agli occhi, un movimento affettato, una morte troppo prolungata, un po’ ridicola (come quando i soprani, nell’opera, agonizzano per venti minuti continuando a cantare, in punto di morte, potentissimi acuti).
Per questo associo piccolezza e tranquillità: l’agitarsi di questo lato del pendolo è più un rotolare di sassolini, non il grande sommovimento di maree della “tristezza”. Ma, è vero, devo pur dire che la tristezza è maggiore della tranquillità e che il libro è largamente bello.

Piccola osservazione sull’introduzione di Marilù Oliva: un delle più idiote che abbia mai letto. Dopo una breve biografia di Deledda (che ho trovato utile, non conoscendo l’autrice se non di nome) ecco che Oliva riassume prima la trama di innumerevoli romanzi di Deledda (scelta davvero inspiegabile ed inutile), per poi esporre la trama di questo, svelando particolari della vicenda che rendono meno incisive alcune scene. Inoltre, riporta un’intera pagina del libro poco prima di leggerla nel romanzo vero e proprio, creando un pleonastico doppio.
Per di più non sono assolutamente d’accordo con la sua percezione della religione nel libro. Il solo fatto che accanto al credo ufficiale vi sia tanta superstizione non rende meno autentico il primo: la storia del cristianesimo lo insegna. Di dio ce n’è tanto, tantissimo, trabocca col suo senso di colpa da ogni poro di Efix. 
Canne al vento
by Grazia Deledda
(*)(*)(*)(*)( )(3,296)
Enrico SapienzaEnrico Sapienza wrote a review
05
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Come si giudica -“giudica”- un libro che ha poco meno di duemila anni?
Bisogna tener conto di tutto il tempo che ci separa dal suo autore? In caso affermativo, bisogna considerare il tempo come una nobile apposizione o come uno spietato filtro?
Ovviamente, non lo so e farò di testa mia, ma prendo le distanze dal termine che ho usato, poiché non giudico, scrivo solo i miei pensieri (che sono, in ultima analisi, un modo che utilizzo per ricordarmi ciò che ho letto, dal momento che ho una terribile, terribile memoria). 
“Le metamorfosi”, questo asino d’oro non perché metallico ma perché “bello come l’oro”, mi è davvero piaciuto. 
Provo ad elaborare i motivi del mio piacere.
Innanzitutto, certamente a causa della mia ingenuità nei confronti della letteratura latina, mi son sorpreso di quel tempo di cui ragionavo prima, perché nonostante i quasi duemila anni siano passati il libro parla ancora: mi parla ancora e non dubito che parli ancora a molti. Mi son sorpreso dell’intelligibilità, dell’ironia, della complessità. Mi son sorpreso anche della sua lunghezza! Chissà perché nella mia testa i “romanzi” antichi avevano sempre una lunghezza tanto più breve. Il piacere, quindi, è derivato dalla sorpresa, talvolta dallo stupore. 
In secondo luogo il piacere è derivato dalla forma: proteiforme. Mi son goduto, in un sol libro, il volgarissimo linguaggio di strada, la comica farsa, la tragedia d’amore, la prosa raffinata e chissà quanto poco in realtà ne ho goduto, dal momento che ho letto una traduzione (che, mi è parso, sia in questa edizione un po’ più libera e meno pedissequa)! Il mio “latinorum” è comunque troppo inconsistente per poter dire qualcosa in più a riguardo. 
(Comunque, in un’epoca come questa tutta costretta e costipata dal “politically correct” quanto è liberatorio leggere di fr*ci, di tr*ie, di barb*ni, di budella e sangue!) 
L’ultimo motivo del mio piacere risiede nel divertimento che ho tratto dalla lettura. Le vicende del povero Lucio sono interminabili ed incredibili e tutti, nel libro, tutti gli esseri umani sembrano non potersi sottrarre all’incessante serie catastrofica di avvenimenti; da qui deriva una domanda: com’era questa società romana, com’era vivere al tempo se, come mi è parso di leggere dal libro, la vita umana sembrava essere incessantemente in balia dei più che mai repentini capricci della fortuna? Vivere era davvero così instabile? La vita era davvero così suscettibile di mutare da delizia in tragedia nel giro di una notte, che dico, di poche ore, che dico, di pochi istanti?
Ma tornando a Lucio, quante e quanto divertenti sono le sue disavventure! Una dopo l’altra, senza poter prendere fiato, tutteattaccate! 
Alla stessa stregua dei più famosi banchetti romani, in cui il bue era farcito con una pecora, farcita a sua volta co un maiale, farcito a sua volta con un capretto, farcito con un’oca, farcita con un fagiano, farcito con un pollo, farcito con quaglie, farcite con che so io, ogni vicenda ne fa cominciare un’altra, che ne fa cominciare un’altra e poi un’altra e non vi è mai un attimo di respiro! Persino le iniziazioni sono tre! 
Sì, sì, sì! Son passati quasi duemila anni, ma si sa, l’oro non si ossida, e questo asino resta tutto bello lucido e splendente! 
Metamorfosi (L'asino d'oro)
by Lucio Apuleio
(*)(*)(*)(*)(*)(2,207)
Enrico SapienzaEnrico Sapienza wrote a review
74
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“Anima” comincia volando altissimo. La tensione, nella prima delle tre parti di cui è composto il libro, è elettrica, si volta la pagina con impazienza e insieme timore. 
Qualcosa, certo, non è perfettamente chiaro: silenzi misteriosi ammantano di fascino il racconto. “Chissà, chissà…”, viene da pensare. 
Poi giunge la seconda parte e il volo vertiginoso diventa un calmo planare. I silenzi proseguono, traslati nella reticenza di altri personaggi, ma pare solo una complicanza di un popolo lontano nello spazio e, ormai, anche nel tempo. Un po’ di noia subentra, d’altra parte però il trascorrere delle giornate è lento, un grande dolore si preannuncia, incalzato da attese esse sì, ancora tese come tendini. 
Infine piomba la terza parte, la più importante a ben vedere, quella che fa da pietra tombale al mirabolante volteggio della prima. 
Qui è dove ogni piccolo difetto si incancrenisce e diventa adamantina noia: brevi cenni ad una misoginia che pareva solo l’inciampo di un uomo del suo tempo diventano numerosissime ed altrettanto odiose asserzioni; le inezie prive di significato diventano la pedante pastoia di meschini e volgari avvenimenti; i silenzi si ingigantiscono senza alcuna ragione -sì, Tanikawa Testsuzō, è proprio il punto critico del romanzo, questo- se non l’idiozia orgogliosa, la reticenza più gretta, la vigliaccheria più bieca di un po’ tutti i personaggi. 
Più che “Anima” -monito commovente che, nella prima parte, troviamo scritto in alto ad ogni pagina dispari, come a voler ribadire che qui si parla della parte più intima, delicata e preziosa di un uomo- il libro ha come fulcro motore i silenzi. 
Ma i silenzi devono necessariamente essere di specie diverse, se quelli letti altrove in Kawabata sono potenti ed aguzzi, mentre questi di Sōseki, a malincuore, li ho trovati un po’ tonti, anzi, proprio un po’ scemi.  
O forse, come ha fatto quel gran talento di Svevo con Zeno, Sōseki ha voluto dar voce ad un altro inetto, giocando un tiro furbissimo: ce ne svela la più completa mediocrità dopo avercelo mostrato, nella prima parte, irrorato dalla più fulgida aura di mistero, chiamando ironicamente il suo libro “Anima” ed aggiungendo a voce un sottotitolo, certamente sogghignando tra i denti: “qui ce n’è poca”.
Anima
by Natsume Soseki
(*)(*)(*)(*)(*)(867)
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12
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14
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Le lettere che compongono parte della copiosa appendice di questo libro mi hanno dato lo strumento alla luce del quale guardarlo: una vita insignificante come quella di Maria, che di per sé non ha niente -assolutamente niente- di attraente, viene nobilitata dalla scrittrice, che la prende, evidentemente colpita da qualche aspetto di questa insignificanza, e la modella vestendola di vaghezza -quante volte torna nel libro il concetto di “mistero”- e, quindi, di fascino. 
O almeno, immagino che questa fosse una delle ambizioni di Lalla Romano, quando ha scritto questo libro. 
Ahimè, su di me la vita di Maria, pur estrusa dalla faticosa trafila della scrittrice, non ha esercitato la benché minima curiosità.
Non mi interessa la vita di una beghina; non mi interessano le vicende dei suoi parenti, né la vita al Villar; non mi interessa esser guidato nella ricerca del mistero dove è palese che non ve ne sia. 
Non mi interessa leggere un libro scritto con una forma tale da farlo somigliare al diario di uno studente di scuola media
Non c’è niente, qui, almeno per me.
Leggendo del Villar ho ripensato a quel mostruoso villaggio di un altro libro, Eschberg, con quella spiacevole sensazione di essere tornato in un luogo meschino dal quale è meglio restare lontani. 
Ho letto altri libri, libri meravigliosi, dove le esistenze mediocri di personaggi mediocri vengono eroicizzate e portate in apoteosi, senza retorica e con grazia. 
Questo libro, invece, è mediocre al pari della sua protagonista, a tratti stucchevole. Mi passerà di mente come passa un sapore insipido: l’ho appena finito e l’ho già dimenticato. 
Maria
by Lalla Romano
(*)(*)( )( )( )(1)
Enrico SapienzaEnrico Sapienza wrote a review
05
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Il rammollimento di Achille
Portato qui dal grande parlare che si è generato nei confronti di questo libro, ho deciso di volermi fare un’idea in prima persona.
Ecco qui cosa ne penso: il libro è proprio brutto. 
L’ho letto molto in fretta non per il piacere di finirlo, ma per quello di iniziare un nuovo libro il prima possibile. Certo, “La canzone di Achille” non pone resistenze ad una veloce lettura, semplice com’è, anzi, sempliciotto, direi piuttosto, con numerose ripetizioni nelle descrizioni -eh no, non sono la stessa cosa degli epiteti identificativi del poema, no- che finiscono per irritare. È il tipico linguaggio, dal vocabolario impoverito e facilitato, delle peggiori e più consumistiche odierne serie TV.
Da una scrittura simile non potevano non nascere personaggi pessimi per appiattimento, noia provocata, volgarità: un susseguirsi di cliché prevedibili, già visti e già sentiti, già sbadigliati. 
Così, Patroclo diventa il tipico bishōnen, impacciato, debole, sensibile, puro di cuore eccetera eccetera; Achille, invece, il protagonista arrogantello, dai sentimenti e dalle reazioni semplici, lineari, amato da tutti eccetera eccetera; Teti la madre algida, perfetta, tipica star d’oltreoceano incorruttibile, piena di Botox, che, alla fine, mostra la bontà del proprio cuore eccetera eccetera; Odisseo il furbastro volgarotto, che sogghigna delle proprie astuzie -tali solo per la profonda idiozia degli altri, non per il proprio valore intrinseco- eccetera eccetera; Diomede il grosso-feroce-rozzo che fa da spalla eccetera eccetera; Agamennone il capo tiranno, sempre in torto, sempre sull’orlo di una crisi isterica, col volto rosso ed il fumo pronto a fuoriuscire dalle orecchie eccetera eccetera…
Mi fermo qui, ma nessun personaggio, nessuno, si salva da questa stretta corrispondenza con un’estetica ben chiara nel mondo contemporaneo ed usufruibile -monetizzabile.
Il modo di esprimersi dei personaggi è quello dei più omologati adolescenti contemporanei, con espressioni che bucano il pallone del mito e lo fanno afflosciare: se questa è la trasformazione della “più famosa epopea di guerra in una storia viva, emozionante e sexy” -The Independent- siamo di fronte ad uno zombie; L’Iliade avrebbe fatto meglio a restare morta. Giacché era morta, se la Miller l’ha “trasformata in viva”, giusto?
Per carità.
L’Iliade rivista da Miller è rammollita, completamente priva di pathos, completamente priva di tensione, sia essa erotica o di altro tipo, smielata e ridicola.
Ma Miller, cito ancora la quarta di copertina, l’ha resa “emozionante e sexy”. Forse i palati di chi è abituato ai sapori decisi dei fast food non si sono accorti del sapore complesso, non subito apprezzabile, del poema omerico, di quelle “emozioni” -parola qui usata in modo ridicolo- che in realtà sono valori, forse antichi, forse superati, ma valori potenti, che guidano fatidicamente i personaggi e che non sono votati allo sgorgare di qualche lacrimuccia facilona, bensì al rimescolamento dell’animo umano, al segnarlo nei suoi più profondi recessi.
Sul sexy non mi pronuncio, semplicemente rabbrividisco di imbarazzo con una mano sugli occhi. 
La colpa è mia, avrei dovuto riconoscere l’inganno, essere come Laocoonte e diffidare del Cavallo di Troia che qui accanto a me, oltrepassata la soglia di casa e finalmente chiuso, mi guarda beffardo dicendomi: “mi son fatto comprare”.
La canzone di Achille
by Madeline Miller
(*)(*)(*)(*)(*)(1,169)
Enrico SapienzaEnrico Sapienza wrote a review
04
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Su ali di colomba

“Rivoluzione su ali di colomba”

Mi è rimasta impressa questa frase che Saba ha usato per descrivere “quel mascalzone” che rischia di ammazzargli il canzoniere -altra frase potente. 

La rivoluzione in questione dovrebbe essere delicata ed aggraziata, bianca -con buona pace di Melville- come le cose pure, non come quelle spaventose. Forse per questo gli avvenimenti che si depositano con la lentezza e la leggerezza della polvere son quelli che si sedimentano più tenacemente, che inesorabilmente apportano cambiamenti: Ernesto diventerà poeta, ecco la rivoluzione.

Serviranno “molte esperienze e molto dolore”, di cui si tace, ma si può immaginare di quale tipo saranno, per il povero, ma eletto, Ernesto. 

Affinché la rivoluzione sia una colomba, però -o almeno immagino che (e adesso che ho scoperto che anche Saba ne faceva uso mi sto divertendo con l’abbondanza di incisi)- occorre che anche il suo attore sia aggraziato e bianco, in una parola, innocente. 

Mi pare proprio che lo sia, che tutte le caratteristiche di Ernesto possano essere ricondotte all’innocenza che è mancanza di malizia, onestà, purezza nel senso ottico di trasparenza, senza superfetazioni o filtri: è la caratteristica dello sguardo del poeta, dopotutto, o di chi lo diverrà. 

Quindi Ernesto diventa caro, tutto ciò che fa è caro, ha la grazia dell’innocenza e manca di tutte quelle virtù volpine che lo avrebbero involgarito e che, forse, avrebbero reso questo un libro scandaloso. 

Ernesto mi è caro.


Ho letto e anche riletto la prefazione di Maria Antonietta Grignani, che ho trovato poco chiara prima, decisamente antipatica dopo, anche un po’ bruttina. 

Non sono d’accordo con lei riguardo alcune osservazioni, mi pare solo un presuntuoso sfoggio di erudizione senza alcuna necessità. 

Aggiunge poco o niente al chiaro -lui sì, ma anche nel senso coloristico- Ernesto. 



Ernesto
by Umberto Saba
(*)(*)(*)(*)( )(12)