Axel Heyst's Reviews169

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Che tempo farà
by Edmondo Bernacca
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Helen è una ragazza ceca, appartenente alla minoranza tedesca dei Sudeti, è ebrea di buona famiglia, vive a Praga con la madre e sta studiando per diventare ballerina professionista. A seguito degli accordi di Monaco, nel marzo del '39 l'intera Boemia e Moravia sono annesse al Reich e per gli ebrei comincia il graduale processo di perdita dei diritti civili. Chi può e se la sente, emigra all'estero, ma non è una scelta così semplice: non è da tutti abbandonare i propri genitori e parenti più anziani e l'accoglienza nei paesi stranieri, dalle notizie che arrivano, spesso non è per nulla cordiale. Helen, che nel frattempo si è sposata, sceglie di restare, mentre il cerchio si stringe sempre più attorno a loro: cominciano infatti le deportazioni, a Terezin (Theresienstadt,il cosiddetto "ghetto modello") o verso misteriose destinazioni ad est da cui non giungono notizie.

Nel '42 è il momento di Helen e Paul, deportati entrambi a Terezin, dove trascorrono quasi due anni in condizioni dure ma ancora accettabili; Helen riesce addirittura a partecipare a spettacoli di danza. Da lì, tuttavia, ogni settimana partono convogli verso est e nel '44, dopo che lei è sopravvissuta fortunosamente ad una peritonite, sono mandati ad Auschwitz. Quello che probabilmente li salva dall'uccisione immediata nelle camere a gas è il fatto che sono entrambi giovani e nel campo c'è bisogno di forza lavoro, soprattutto dopo lo sbarco alleato in Normandia. Un destino diverso attende invece la madre, finita a Sobibor…

Ad Auschwitz i due coniugi vengono separati: Helen supera due selezioni mediche e viene inviata nel campo di Stutthof, vicino a Danzica, dove rimarrà, in condizioni terribili fino a gennaio '45, quando il campo sarà evacuato e insieme alle compagne avviata per una delle famigerate marce della morte, che si protrarranno fino ai primi di marzo, quando viene finalmente soccorsa dai soldati dell'Armata Rossa. Riprendersi dalle privazioni e dalle malattie richiede molto tempo, prima in un centro per ex deportati in Polonia poi - dopo un lungo ed estenuante viaggio fino a casa - in Cecoslovacchia, dove scopre cosa è successo alla madre e che Paul è morto. Da lì, nel '47, risposatasi con un precedente fidanzato emigrato in Inghilterra, parte alla volta di Belfast, dove si rifarà una vita.

Come dicevo all'esordio, il pregio di queste memorie, scritte quasi cinquant'anni dopo,  è la sobrietà, l'autrice narra con semplicità la sua discesa agli inferi e le persone che incontra. Alcune immagini sono davvero evocative, come ad es. la grande massa delle persone avviate alla deportazione da Praga e raccolte nell'atrio del Palazzo del Congresso (cap. 7). Un altro passaggio terribile, per quello che non dice, è quando - nel viaggio di ritorno verso Praga - incontra un ex deportato polacco e gli chiede di Sobibor, dove era stata mandata la madre: "Si è preso la testa tra le mani e ho visto che la scuoteva 'non chiedere di Sobibor, - ha detto - Non pronunciarne neppure il nome'. Così ho saputo".

Notevole il fatto che si soffermi sui "tedeschi buoni" (definizione mia), ossia su alcune guardie dei lager e soldati che, con piccoli gesti di umanità alleviarono le sofferenze dei deportati e forse contribuirono a salvar loro la vita, come ad es. Traute, la spaurita SS finita a fare la sorvegliante nel lager femminile.

Segnalo a margine il frivolo e impreciso sottotitolo aggiunto dall'edizione italiana (ho controllato!): "Sopravvivere a passo di danza. Diario di una ballerina ebrea (i corsivi sono miei).
Il tempo di parlare
by Helen Lewis
(*)(*)(*)(*)( )(33)
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Amsterdam 1938. Beatrice incontra Erica a casa di una conoscenza comune. Giovani e dalle entrate limitate (Bea lavora in un ufficio come segretaria, Erica è una giornalista alle prime armi), le due diventano amiche e decidono di coabitare in un appartamento nel centro della città.

Tra le due nasce un rapporto complicato: Bea ha avuto delle brevi relazioni sentimentali di scarsa importanza, Erica – si scopre poco per volta – ha burrascose e distruttive liaison con altre donne, oltre ad avere una relazione conflittuale con i genitori (separati). Ciononostante Bea è attratta da Erica senza riuscire a rivelarlo a se stessa: nonostante le follie e le intemperanze dell’amica, non riesce o non vuole abbandonarla.

Cresce nel frattempo la preoccupazione per la situazione internazionale: gli Olandesi temono le prossime mosse della Germania di Hitler e intanto si forma un piccolo ma rumoroso partito nazionalsocialista olandese. La condizione degli Ebrei in Germania è nota a tutti e Bea è preoccupata per Erica, che è ufficialmente di padre ebreo.

Con l’invasione dell’Olanda, Erica si arruola nella resistenza e riesce a compiere una serie di piccole azioni di sabotaggio, ma finisce per essere arrestata per la sua origine e, nonostante gli sforzi di Bea, deportata in un campo di concentramento, da cui giunge la notizia che è morta di polmonite.

La vicenda è narrata in prima persona da Bea, circa quindici anni dopo i fatti, quando lei ha ormai abbandonato l’Olanda e si è trasferita negli Stati Uniti. Bea non ammette mai di essere innamorata o attratta da Erica eppure – come ho detto – tutto il suo comportamento rivela il contrario: la dedizione e la disponibilità a seguirla, la premura per lei non si spiegano solo con l’amicizia.

The Tree and the Vine
by Dola De Jong
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In questo libro, uscito in Inghilterra nel 1941 in piena GM2, Koestler narra le sue vicende personali a partire da un anno e mezzo prima circa, nella fatale estate del '39.

In quel momento Koestler vive in Francia insieme ad una giovane artista inglese con il fragile stato di rifugiato straniero. E' un giornalista piuttosto noto, ha combattuto per i repubblicani in Spagna ed è sfuggito alla condanna a morte nelle carceri franchiste grazie ad una mobilitazione internazionale.

La vicenda inizia più o meno con la notizia del patto russo-tedesco che prelude all'invasione della Polonia. Koestler, già membro del partito comunista, da cui è però uscito, avendo riconosciuto che dietro i proclami e gli ideali egualitari è celato un regime totalitario, basato sulla menzogna e sull'oppressione, da un lato trova la conferma ai suoi sospetti, dall'altro ha un'ulteriore colpo al suo mito di un tempo.

I fatti si susseguono: nel giro di qualche settimana la Polonia è sconfitta e occupata e i russi si affrettano a impadronirsi della porzione a loro destinata dal patto Molotov-Ribbentrop. Inizia la drôle de guerre: Francia e Gran Bretagna hanno nominalmente dichiarato guerra alla Germania in sostegno della Polonia, ma in realtà non avviano alcuna azione militare.

Nel frattempo, Koestler e la compagna tornano a Parigi, dove l'atmosfera si fa gradualmente più ostile alla forte presenza di rifugiati stranieri. Il tentativo di emigrare in Gran Bretagna fallisce e, come ormai previsto, un mattino d'autunno Koestler è arrestato e internato nel campo di concentramento di Vernet, ai piedi dei Pirenei.

La permanenza sarà di qualche mese, perché di nuovo gli amici di Koestler riescono ad intervenire in suo favore, ma quel periodo sarà durissimo, per le condizioni ambientali intollerabili, ancor più perché subite in un paese democratico. E' al Vernet che Koestler scrive Buio a Mezzogiorno.


Ancor più interessante è però il periodo successivo, con il blitzkrieg tedesco e la liquefazione dell'esercito e del governo francese. A questo riguardo, mi viene da pensare che, rispetto all'8 settembre italiano, questa vicenda è ben più grave: l'Italia era ormai reduce da tre anni di guerra disastrosamente condotta (e perduta), dai bombardamenti e dallo sbarco alleato in Sicilia e ad Anzio e dopo la perdita totale delle colonie. La Francia aveva, nominalmente, il più forte esercito europeo, non aveva ancora sparato un colpo ed aveva avuto tutto il tempo per prepararsi e magari colpire la Germania durante la campagna polacca.

Koestler si arruola nella Legione Straniera e vive quelle settimane in un reparto dell'esercito francese allo sbando, tra le notizie contraddittorie e la massa dei profughi che abbandona la Francia occupata dai tedeschi.

Koestler ha un'ironia prodigiosa e acuminata nel narrare e commentare le sue vicende, ma dietro l'ironia si avverte vivissimo lo sdegno, la coscienza civile ferita di chi vede crollare tutto intorno il castello dei diritti umani e della loro inviolabilità, di chi vede prevalere il male, l'ottusità…

Altro aspetto è la lucidità dell'analisi, la preveggenza politica che fa capolino qua e là nel libro.

Se è sconvolgente apprendere che la Francia repubblicana e democratica interna in campi di concentramento che poco hanno da invidiare ai lager nazisti contemporanei (i campi di sterminio non erano ancora nati) gli antifascisti esuli, i reduci delle brigate internazionali, ancora peggiore è scoprire che, alla firma dell'armistizio, il governo francese fu pronto a consegnare ai tedeschi questi prigionieri, quando invece avrebbe potuto facilmente farli fuggire in Inghilterra o in paesi neutrali, prima che la morsa si chiudesse definitivamente.

Schiuma della terra
by Arthur Koestler
(*)(*)(*)(*)(*)(30)
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Questo libro è il risultato di una vasta indagine condotta mediante interviste a ebrei tedeschi sopravvissuti alla Shoah, vuoi perché emigrati prima della chiusura definitiva delle frontiere, o perché riusciti a scampare allo sterminio e a coetanei non ebrei.

Il lavoro è così suddiviso in due parti: la prima comprende la trascrizione di un campione rappresentativo delle interviste ad ebrei e non ebrei, la seconda è invece un'analisi quantitativa delle risposte ai questionari. Devo dire che la prima parte è risultata la più interessante e coinvolgente, sia per le vicende narrate, sia per il punto di vista ogni volta differente degli intervistati, benché spesso mi veniva da dubitare della sincerità o dell'assenza di influenze delle testimonianze. Mi spiego meglio: per quanto riguarda i non ebrei, il sospetto che - per tutelare se stessi, o l'immagine di se stessi che queste persone hanno costruito o ri-costruito dopo quasi cinquant'anni, non rivelino di aver avuto una parte più attiva nelle uccisioni di massa, sorge spontaneo. Analogamente, alla domanda se e quando si fosse venuti a conoscenza dello sterminio degli ebrei, come si può essere certi della risposta, dopo tutto quello che è accaduto e che si è venuti a sapere? La seconda parte, in cui si studiano e si aggregano i dati desunti dai questionari si colloca a metà strada tra una pubblicazione scientifica e un saggio di più ampia diffusione. Dopo un po' di pagine, ci si perde tra tabelle, percentuali e confronti, ma la conclusione finale è raggelante.

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Un piccolo gioiello...
Il diario di Pavlik Dol’skij e L’archivio della contessa D*** sono due dei tre racconti che Apuchtin pubblicò poco prima di morire e che costituiscono tutta la sua produzione in prosa. Apuchtin è più noto come poeta (minore) e per la sua amicizia con Čajkovskij, che musicò molte delle sue liriche, ciò che le ha salvate dall’oblio.
Usciti presso Sellerio nel ’93 e tradotti entrambi da C. M. Fiannacca, questi due racconti costituiscono un dittico curiosamente simmetrico in cui le somiglianze si alternano a caratteri diametralmente opposti. Nel primo caso ci troviamo davanti alle pagine del diario che il protagonista ha scritto, nel secondo ad una collezione di messaggi: biglietti, lettere, telegrammi che la protagonista ha ricevuto. In entrambi i casi, la narrazione è affidata a frammenti più o meno lunghi e spetta al lettore “cucire” i fili delle vicende da un frammento all’altro e ricostruire la storia o le storie: più facile nel Diario, dove vi è un’unica voce che registra la sua vicenda umana, giorno dopo giorno, più sfuggente nell’Archivio, dove invece le voci sono differenti e molteplici sono le vicende che si intrecciano.
L’aspetto più significativo del rapporto tra queste due novelle è pertanto l’approccio antitetico che adottano per "raccontare" il protagonista: nel caso del Diario, il punto di vista è quello del protagonista-autore, mentre per l’Archivio, ci dobbiamo affidare alle parole dei corrispondenti della Contessa D*** per cercare di costruirci un ritratto di lei.
 
Il diario di Pavlik Dol'skij
by Aleksej Apuchtin
(*)(*)(*)(*)( )(26)
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L'autore, specialista di storia russa, ha scritto due libri sul grande sovrano: il primo, intitolato semplicemente "Pietro il Grande" e il secondo "Pietro il Grande - La lotta per il potere (1671-1725)" che è quello qui presentato in edizione italiana e che, come suggerisce il sottotitolo, analizza in dettaglio i rapporti tra gli esponenti delle grandi famiglie della nobiltà russa e l'influenza che ebbero sul trono. Da questo punto di vista, questo saggio *non è una biografia* di Pietro il Grande, come si potrebbe credere, dato il titolo e la collana italiana, bensì un approfondimento sui centri di potere della Russia moderna, ossia le famiglie nobiliari, con le quali gli zar e anche Pietro dovettero continuamente confrontarsi.

Questo implica che la biografia di Pietro, in questo saggio di chiara destinazione universitaria, è data per nota.

L'autore fa largo uso dei rapporti diplomatici degli emissari degli stati stranieri presenti a Mosca, che informavano in dettaglio le rispettive corti sulle manovre dei boiari, sulle fazioni che si formavano e che si muovevano per accaparrarsi posizioni di potere.

Anche in questo libro devo segnalare purtroppo un discreto numero di sviste nella traduzione, specie per quanto riguarda i nomi propri di personaggi e luoghi: temo che queste osservazioni mi segnalino come pedante, tuttavia l'uso vorrebbe la traduzione nell'equivalente italiano dove presente e prevalente, anche perché talvolta sembrano veri e propri fraintesi. Ad es. Kurland è la Curlandia, ossia una regione e non una città, così pure Skane è la Scania una regione della Svezia meridionale, Stettin è Stettino, Stralsund Stralsunda, alla corte imperiale di Vienna, Eugene è il principe Eugenio (di Savoia), il re di Prussia Friedrich Wilhelm è Federico Guglielmo, ecc. Se si vuole adottare il criterio di mantenere i nomi nella forma originale, questo dovrebbe essere utilizzato in modo coerente e così dovremmo trovare unicamente Petr, Louis XIV ecc. Salta poi agli occhi il "Sant'Elmo nei pressi di Napoli" (sarà così nell'originale?) che in realtà è Castel Sant'Elmo a Napoli
Pietro il Grande
by Paul Bushkovitch
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