A grandezza naturale
by Erri De Luca
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«In queste pagine unisco», chiarisce De Luca nell'introduzione, «storie estreme di genitori e figli». La narrazione si rinsalda nelle radici della storia tramandata: si inizia da Isacco, naturalmente, dalla mancanza di legittima difesa contro il padre – la legatura di Isacco, in ebraico così ci si riferisce

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Maurizio GMaurizio G wrote a review
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Nostalgia di una paternità

A Grandezza naturale è un libro di una delicatezza commovente, intriso di nostalgia come può essere un diario di ricordi familiari e di una “città madre” accumulati negli anni senza poter essere dimenticati e che chiedono di essere scritti solo nell’età in cui si rischia di disperderli, di ucciderli, perché sono solo tuoi. Un libro sull’ammaestramento del silenzio e dell’esempio. «A Napoli giocare si dice pazziare»: in questa frase c’è molto di questo volume.

Non c’è soltanto Napoli in questa silloge di storie. C’è, come spesso in De Luca, l’ebraismo nel suo Alfa ed Omega: l’Antico Testamento e la Shoah. L’attenzione del lettore rimbalza dal Golfo alla Palestina, bagnati dallo stesso mare. Lo scrittore ci spiega il suo interesse per il popolo di Israele sterminato, nato su un tavolaccio durante una visita a Birkenau. «Ero l’illeso che poteva sdraiarsi sopra i loro incubi», scrive.

Dopo Il giro dell’oca, con A Grandezza naturale Erri De Luca torna sul tema della relazione tra padre e figlio che gli è così cara e insieme dolorosa per vicende personali.

Si sa che la prosa di De Luca è piuttosto incline alla poesia per la densità dei suoi traslati, che sono fitti nella pagina quanto aringhe salate in un barile, per la quasi latitanza di frasi che non contemplino almeno una metafora, un’antitesi, un paradosso. Prendere una parola e scoprire tutti i suoi addentellati nell’esistenza, tutte le sue declinazioni nella Storia dell’uomo. Non è un esercizio di stile, è l’essenza stessa della conoscenza umana che è nata ipertestuale, millenni prima che diventasse il fondamento, il tessuto del World Wide Web inventato da Tim Berners-Lee. È il suo marchio di fabbrica, come l’autore dice di Dio, nella bellissima premessa, a proposito del peccato originale. «La teologia parla di peccato originale, ma non riguarda solo la coppia esordiente. Comprende anche il loro artefice che li ha costituiti tali e quali. Dopo la disobbedienza non li cancella né li riprogramma.»

La premessa calca la mano sull’incompiutezza sofferta dall’autore, cui la vita ha riservato un destino di solo figlio e rifiutato la paternità, se non quella tardiva di aver nascosto nella terra semi perché diventassero alberi, e nel ricordo sempre amorevole e malinconico del padre si avverte l’impossibilità, non soltanto di Erri ma di qualunque figlio, di ripagare un padre. Lui sa e confessa di averlo ripagato prima con l’insubordinazione e poi con una riconciliazione, sempre intempestiva verso un padre, perché la difesa contro il padre, afferma De Luca (qui è lo stigma del suo rimorso) “non è mai legittima”.

Questa raccolta di vicende di padri e figli non è una silloge di racconti, è in parte quel genere che si potrebbe definire efficacemente storia immaginaria, molto praticato anche da grandi scrittori, sincretismo di narrativa e saggistica, di récit e di essai. Nella prima, che dà il titolo al volume, il parallelo tra i “figli” Isacco e Moishe-Marc Chagall è un sandwich di tondo e corsivo, secondo che un brano parli dell’uno o dell’altro. Destini e scelte opposti. Isacco si lascia incaprettare e la sua cifra è l’obbedienza cieca al padre, mentre Marc (come Erri) volta le spalle al suo, commerciante di aringhe a Vitebsk in Bielorussia, per scegliersi un suo destino, per fare il pittore. Il risarcimento, il segno del rimorso è il ritratto del padre, che l’autore descrive nella sua immaginaria genesi. L’esercizio di reinvenzione continua con un pastore di nome Mosè, e finisce con il difficile rapporto tra l’unica coppia di padre e figlio che fa parte di una Trinità, quello stesso Padre che fermò la lama di Abramo ma non quella dei Romani.

A metà del libro c’è una lunga enclave. Il torto del soldato, racconto già pubblicato in precedenza e rivisto per l’occasione, trattandosi di un rapporto tra una figlia e un padre ex nazista, in clandestinità. Benché la storia sia sicuramente appassionante, peraltro vera (riferitagli in una serata con un collega traduttore di yiddish), si sente che per De Luca è una storia di seconda mano, non è sua, non ci sono le sue parole, o meglio ci sono come quelle di un traduttore che non tradisce la lettera, che non ci mette niente di suo.

Un libro da leggere, perché soprattutto un libro di riflessioni più che di vere e proprie storie di personaggi. Un libro in cui gli archetipi si animano e raccontano una loro genesi alternativa, da un punto di vista che la storia e la filosofia ignorano o trascurano.

 

IncipitmaniaIncipitmania wrote a review
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