Abbecedario di un pianista
by Alfred Brendel
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«Questo libro è il distillato di quanto ho da dire, in età avanzata, sulla musica, sui musicisti e su questioni relative alla mia professione» dichiara Al­fred Brendel, che, scegliendo la forma dell'ab­be­cedario musicale – da «Accenti» a «Zarzuela per pia­noforte solo» –, rivela ancora una volta la... More

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ChironeChirone wrote a review
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OMEROOMERO wrote a review
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Le considerazioni di un "addetto ai lavori"
Pianista (nato nel 1931) tra i piu' grandi di sempre, in particolare nel repertorio classico dell'800, alcune sue esecuzioni sono tuttora un riferimento.
Si e' ritirato dall'attivita' concertistica nel 2009.
E' anche fine critico e poeta.
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it.wikipedia.org/wiki/Alfred_Brendel
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alfredbrendel.com
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In forma di abbecedario, qualche tema per ogni lettera dell'alfabeto, Brendel dice la sua su musica, interpretazione, musicisti ed altro, in modo sintetico, spesso molto tecnico ma capibile od intuibile, su diversi aspetti, tutto con (ovvia) estrema competenza e la divertente ironia che lo contraddistingue.
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Lettura molto piacevole ed utile per capire diversi aspetti sull'interpretazione.
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Da quarta di copertina:
RISVOLTO
«Questo libro è il distillato di quanto ho da dire, in età avanzata, sulla musica, sui musicisti e su questioni relative alla mia professione» dichiara Al­fred Brendel, che, scegliendo la forma dell'ab­be­cedario musicale – da «Accenti» a «Zarzuela per pia­noforte solo» –, rivela ancora una volta la sua duplice natura di musicista e acuto saggista, oltre a confermare la sua predilezione per l'aforisma e il frammento. Chi lo conosce sa che nei suoi scritti profonde riflessioni sui problemi dell'inter­pre­ta­zione musicale si alternano a irresistibili aneddoti, considerazioni illuminanti sulla tecnica pianistica a testimonianze sui rapporti ora idilliaci ora burrascosi con direttori d'orchestra e cantanti: e questo vademecum lo conferma. Qui tutto ruota intorno al pianoforte, «mobile dai denti bianchi e neri» che sotto le mani dell'in­ter­prete diviene «luogo di metamorfosi», unico strumento che consenta di evocare «il canto della voce umana, il timbro di altri strumenti, l'orchestra, l'ar­cobaleno o l'armonia delle sfere». Gli appassionati troveranno dunque risposte originali agli interrogativi che il testo musicale pone all'in­ter­prete e suggerimenti anche inconsueti sulla costruzione del repertorio e sul significato della fedeltà esecutiva. Non­ché ritratti dei com­positori che hanno accompagnato la vita di Brendel: da Bach a Liszt, passando per Scarlatti, Mozart, Beethoven, Chopin, Schubert, Schumann e Brahms.
Claudio MorandiniClaudio Morandini wrote a review
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Si è sorriso molto alla presentazione del libretto di Alfred Brendel pubblicato quest’anno da Adelphi, “Abbecedario di un pianista”. Brendel è stato un interprete rigoroso e ispirato della musica del secondo Settecento e dell’Ottocento romantico. Ora ha condensato la sua esperienza di pianista e la sua riflessione di intellettuale in un breviario per pianisti e amateur che suona contagiosamente simpatico. Per Brendel l’interprete è colui che dà voce alle intenzioni del compositore, è uno studioso al servizio di quest’ultimo, o meglio dell’idea espressa da quest’ultimo. Non è un semplice esecutore di note, un meccanico macinatore di accordi: deve muoversi da esegeta nel testo pianistico con la piena consapevolezza della struttura del testo, e deve rispettarlo e valorizzarlo anche nell’articolazione dei programmi, evitando accostamenti incongrui; e deve forzare il pianoforte, che dal punto di vista organologico è pur sempre uno strumento a percussione, a diventare canto, a esprimere i valori più alti della vocalità umana. Perché a me, che amo proprio il lato percussivo e disumano del pianoforte, quello esaltato dalla letteratura pianistica di tutto il Novecento, suona convincente questa posizione di Brendel? Perché è frutto di una riflessione di tutta una vita, perché è improntata a una straordinaria coerenza di scelte (e di rifiuti), perché in un’epoca di facili compromessi e accomodamenti esprime un rigore d’altri tempi – infine, e forse soprattutto, perché è espressa con fraterno understatement, con il sorriso sulle labbra (appunto), in punta di penna. Anche qui si è parlato di traduzione: perché l’ordine alfabetico in cui si articola l’operina di Brendel ha richiesto nell’edizione italiana (a cura di Clelia Parvopassu, precisa, competente) una ridisposizione di molte voci e l’aggiunta di una alla lettera z, una piccola fantasticheria su un’immaginaria e improbabile zarzuela di tre ore per pianoforte solo.

Da "Traduzioni, interpretazioni, rivisitazioni" in
cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/101-speciale-xxvii-salone-libro/423-speciale-salone-libro-torino.html.
CasperCasper wrote a review
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Considerazioni di un artista
Come ci ricorda Alfred Brendel in questa sua peculiare raccolta di riflessioni sulla musica, la musica è una forma d’arte molto particolare.
I prodotti della pittura, della scultura, persino della letteratura sono oggetti che hanno una loro dimensione fisica: possiamo guardare un quadro, toccare una scultura, leggere un romanzo.
Certo, si può leggere una partitura musicale, ma sono pochissimi al mondo quelli che da una simile lettura riescono a riprodurre mentalmente una musica.
La musica deve essere eseguita. E’ una forma d’arte che ha bisogno di un interprete, e di interpretazione.
Di tecnica e di sentimento.
Di tempo, e di licenze poetiche.

Ecco qual è la responsabilità di un bravo pianista. Dalle note scritte sul pentagramma, attraverso l’uso di 10 dita e di 88 tasti (e di 1 piede! Brendel richiama spesso l’importanza dell’uso del pedale), sprigionare quella cosa meravigliosa che scalda l’anima. La musica.

Io sto a un pianista come Lang Lang ubriaco e con una mano legata dietro la schiena sta ad Alfred Brendel.
Ma non c’è bisogno di essere dei pianisti, basta essere degli appassionati di musica, per apprezzare questo particolarissimo e piacevolissimo “dizionario”, ricco di appunti, considerazioni, aneddoti, citazioni e istruzioni, per chi suona, e anche per chi ascolta.

Sarebbe troppo facile chiudere con un link ad un qualche pezzo suonato da Alfred Brendel. E invece no, sarebbe difficilissimo, perché Brendel è un grande artista, e di sue esecuzioni meravigliose ce ne sono talmente tante che scegliere è cosa ardua.
E quindi, andateci voi su youtube, e sbizzarritevi.
AsclepiadeAsclepiade wrote a review
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Quando sarò vecchio, se arriverò a diventarlo, immagino che, com'è tipico delle persone giunte a una certa età, rievocherò volentieri les petits riens del tempo che fu, ormai divenute ricordi un po' sbiaditi; potrò ricordare, ad esempio, di aver assistito varie volte a concerti tenuti qui a Milano da Alfred Brendel, tra cui l'ultimo concerto milanese prima del ritiro. Spero che, per allora, Brendel continui a godere della fama che merita: forse una fama ristretta, in confronto al divismo fatuo e irragionevole che circonda, per esempio, un Lang Lang, e alla mitizzazione (a mio avviso eccessiva) che ha investito la figura di Glenn Gould; ma una fama che almeno resisterà supportata dall'ausilio delle registrazioni, grazie alle quali anche le generazioni future potranno avere contezza diretta della sua arte interpretativa, senza doversi basare soltanto sui ricordi di spettatori come il sottoscritto o sulle pagine scritte dal pianista stesso. Per inciso, non mi riesco a togliere dalla testa che la famosa tiritera di Walter Benjamin sulla perdita dell'aura dell'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica sia una delle più colossali scemenze partorite dalla saggistica del Novecento: un'idiozia geniale, magari, ma sempre un'idiozia.
Brendel ama scrivere: non solo considerazioni sulla musica, ma anche poesie; come dice all'inizio di questo librino, egli non ama però le trattazioni sistematiche: difatti le sue opere precedenti sulla musica erano libri-intervista. Qui, viceversa, è usata la tecnica del frammento: brevi voci staccate, poste in ordine alfabetico. Grosso modo, vi riecheggiano concetti reperibili già altrove, ma rifusi con una grazia e una levità che ne rendono preziosa e piacevole la rilettura in vesti nuove.
Se a qualche osservatore parrà che il grande pianista rimanga spesso sulle generali e non dica tutto ciò che vorremmo sentire da lui, bisogna tenere presente che la musica resta pur sempre l'arte di cui è più difficile parlare: nel commentare una poesia, le parole commentano altre parole; nel commentare un'opera d'arte figurativa basta una foto a darne qualche idea; nel commentare la musica, invece, nemmeno la riproduzione d'un pezzo di partitura è sufficiente: sarebbe necessario offrire qualche esempio dal vivo. Si giunge ad un punto, insomma, in cui le parole da sole non bastano; qui peraltro, se significa qualcosa il mio giudizio, che dopotutto è quello d'un non musicista, credo che le parole si spingano abbastanza lontano e a fondo: starebbe quindi a noi lettori non lasciarci sviare dalla loro apparente leggerezza. E poi, secondo me, questo è un libro da rileggere più volte, in modo che una voce getti luce sulle altre. In questo florilegio di pensieri (nel solco d'una tradizione viva nei paesi di lingua tedesca: e Brendel menziona espressamente Lichtenberg e Hebbel) infatti rifiorisce, sia pure per estratti e en abregé, l'esperienza estetica d'un'intera vita, che si rifrange in una sequenza di subitanei bagliori tra impressioni e allusioni, da cui non solo si riescono a trarre spunti per capire le scelte interpretative o di repertorio a suo tempo seguite dall'autore, ma si possono anche ricavare fruttuose idee per riflettere sula musica per pianoforte e sull'interpretazione in generale.
I pareri su Bach, Mozart, Haydn, Beethoven, Schubert, Chopin, Liszt, Schumann risultano sempre illuminanti; il richiamo frequente alla necessità per il pianista di conoscere la musica sinfonica, la musica da camera, il canto – e, per Mozart, il teatro – costituisce una verità da tenere sempre a mente; i suggerimenti sull’uso del pedale di risonanza o sul rispetto dei metronomi e dei segni espressivi, in perpetuo rapporto dialettico con la libertà dell’interprete, ma anche con le esigenze poetiche scaturenti dal testo stesso, di volta in volta suonano preziosi. Ma in questo saggio, pur piccolo e conciso, c’è davvero un po’ di tutto: anche qualche piccola cattiveria, come la satira degli spettatori presi da irrefrenabili attacchi di tosse ai concerti (a volte le sale da concerto, in effetti, fra un brano e l’altro sembrano corsie d’un sanatorio), o come la citazione d’un parere di Busoni su Godowsky: “Qual è la differenza tra Leopold Godowsky e una pianola? Godowsky suona a una velocità doppia rispetto a una pianola, ma la pianola suona col doppio del sentimento rispetto a Godowsky”.
rabbitrabbit wrote a review
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