Accabadora
by Michela Murgia
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Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come "l'ultima". Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. "Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia". Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.

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Attilio FacchiniAttilio Facchini wrote a review
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ACCABADORA
"Accabadora", di Michela Murgia, è il primo libro che leggo in questo 2022.
Mi aveva sempre attratto, ma per un motivo o per l'altro ne avevo rimandato la lettura.
Sin dalle prime pagine, mi è parsa lampante l'analogia con un romanzo che ho amato, "L'arminuta", di Donatella Di Pietrantonio. In questo, la protagonista, Maria Listra, diviene "fill'e anima" di Bonaria Urria, abbandona la famiglia di origine e va a vivere con la nuova madre. In quello, la protagonista torna a vivere nella famiglia di origine dopo aver trascorso l'infanzia con la "madre acquisita".
I due libri sono molto simili anche nella forma: si tratta di romanzi brevi. Da questo punto di vista, anzi, sono straordinariamente simili. Spinto dalla curiosità sono andato a controllarne la lunghezza: circa 160 pagine per entrambi. Ma le analogie non finiscono qui: sono stati tutti e due pubblicati da Einaudi e presentano una copertina simile con l'immagine di una ragazza (la stessa?) in primo piano.
Per chiudere queste osservazioni preliminari, devo dire che "Accabadora" non riesce a raggiungere la bellezza dell'"Arminuta", che considero un vero e proprio gioiello della narrativa italiana contemporanea.
In ogni caso, anche il romanzo della Murgia è un gran bel libro, costruito attorno a personaggi forti e ben delineati (tra tutti, le due protagoniste) e incentrato su una storia molto interessante che affonda le radici nelle tradizioni intrise di sacro e profano di un piccolo paese sardo.
Due mie personali annotazioni.
La prima riguarda lo stile. La Murgia, senza dubbio, scrive bene. La sua scrittura è evocativa e poetica. Tuttavia, mi è sembrata un po' troppo "rigida". Uno stile molto drammatico e greve, certo adeguato alla storia e al suo contesto, ma totalmente privo di quel po' di leggerezza che lo avrebbe reso forse anche più efficace e "gustoso".
La seconda riguarda la storia. A volte mi sembra che proceda in maniera (anche in questo caso) troppo "rigida". Una forma di determinismo rigoroso in base al quale ogni evento deve avere una precisa conseguenza. In questo modo, a tratti il romanzo perde la sua imprevedibilità iniziale. Inoltre, ci sono momenti in sui la storia smarrisce il suo focus centrale. Per esempio quando si segue Maria nella sua parentesi torinese. Una sorta di racconto nel racconto che mi è sembrato non necessario e che distoglie dalla storia principale e dalle sue atmosfere.
Detto questo, ribadisco che, sebbene non riesca a eguagliare "L'arminuta", il romanzo di Michela Murgia rimane comunque un gran bel libro.
Dani MelaDani Mela wrote a review
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Questo di Michela Murgia può, e forse deve, essere letto come un romanzo di formazione. Maria Nistru cresce in un mondo in cui le madri in miseria cedono figli (cioè lei) ad altre donne, in cui si muore per un muretto divisorio spostato di nascosto, in cui si praticano rituali e malefici. Ma anche in questo mondo arcaico, per uscire dalla vita, come per entrarci, si ha bisogno di aiuto: e c’è chi se ne fa carico, di nascosto e di notte: l’accabadora, appunto. Ma l’accabadora è la madre adottiva di Maria, e crescendo Maria verrà un po’ alla volta a scoprirlo. Murgia si serve di una lingua molto personale, nel cui vocabolario ci sono echi delle parlate locali, ma il ritmo è moderno e il tocco delicato, anche di fronte a una materia scabrosa. Il suo occhio non è quello dell’antropologo, ma di un membro della comunità, che conosce bene ciò di cui sta parlando: “Ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno, e Maria la differenza la conosceva benissimo. Non era questione di giusto o sbagliato, perché nel mondo in cui era cresciuta quelle categorie non trovavano posto. A Soreni la parola ‘giustizia’ aveva lo stesso spazio di senso delle peggiori maledizioni e veniva pronunciata solo quando c’erano da evocare cieche persecuzioni”. A nessuno verrebbe in mente di cambiare le regole non scritte del villaggio, ma al loro interno Maria si costituisce, con fatica e con dolore, un percorso che la porterà a crescere, e a fare consapevolmente scelte difficili.