Acque strette
by Julien Gracq
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La vicenda narrata in questo libro è semplice: un'escursione in barca sull'Èvre, piccolo fiume che si getta nella Loira. Paesaggi, campi, scogliere, boschi, ginestre accompagnano un tragitto familiare, ripetuto nelle diverse stagioni della vita, che qui trascende in viaggio iniziatico nel cuore stesso della creazione letteraria. E a pelo d'acqua si attiva la memoria, si accendono fantasticherie associative che collegano in un'unica costellazione i diversi astri del personale firmamento artistico di Gracq: il profilo di un castello sulla riva richiama alcuni versi di Nerval, e su quelli si innerva un immaginario poetico in un magistrale mescolarsi di ricordo e percezione, esperienza e chimere. Sono pagine esigenti, che subito ripagano con l'ineffabile bellezza di un tramonto dopo un giorno di pioggia, di un odore terroso, di un vento d'aprile. La prosa vi scorre sinuosa, ora limpida ora più torbida, sempre incantatoria come le acque dell'amato Èvre. Forse mai quanto in questa densissima rêverie il grande scrittore francese si è rivelato così compattamente pervaso dalla sua caratteristica ispirazione, in grado di fermare il tempo con la limpida forza dello stile.

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4
Francesca ArciuliFrancesca Arciuli wrote a review
22
Ci sono libri che non raccontano una storia, ma emozioni, sentimenti dell’autore. Impossibile definirli romanzi, difficili catalogarli come memoir. Acque strette di Julien Gracq rientra in questa strana e non comune cerchia che non sono in grado di catalogare. Forse il modo migliore per descriverlo è quello di utilizzare le parole di François Bon: “Una lezione di poetica senza averne l’aria”. Gracq ci porta con sé sulle acque dell’Évre, un fiumiciattolo, affluente della Loira e qui, nel descrivere la natura che lo circonda e qualche costruzione più o meno antica, ci comunica le suggestioni (per lo più letterarie) che i luoghi suscitano in lui. Lo stile è armonioso ed eleganti, ma a tratti difficile. L’incipit è dotato di grande grazia e ve lo riporto con piacere:< Per quale motivo si è presto radicata in me la sensazione che, se soltanto il viaggio - il viaggio che non preveda l’idea di un ritorno - è in grado di aprirci le porte e cambiarci davvero l’esistenza, un altro tipo di sortilegio, più nascosto, come originato da una bacchetta magica, si leghi invece alla passeggiata prediletta fra tutte, all’escursione senza avventure né imprevisti che dopo poche ore ci riconduce all’arte avvi da cui partimmo, alla cinta familiare di casa?>. Ecco, uno stile curato, elegante, di matrice proustiana. Un piccolo libro che più che raccontare qualcosa ci accompagna, con il suono delle sue parole, in luoghi cari all’autore e ci induce a soffermarci sulla melodia, sullo stile, anche grazie all’opera del traduttore Lorenzo Flabbi. Insomma, l’apologia dell’estetica e della contemplazione. Sono contenta di averlo letto, che mi sia stato donato e onorata che sia stato consigliato per me.