Al limite della notte
by Michael Cunningham
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Mi ha sempre affascinato il pensiero secondo cui l’arte e dunque la bellezza, i suoi canoni vicini alla perfezione, sono in stretta relazione con l’idea della giovinezza e del suo impercettibile ma innegabile legame con la tragedia, con la morte che cristallizza la vitalità audace e incosciente, la rende mito (“quella della gioventù è la sola tragedia eccitante”).
A tutti noi sarà capitato di avvertire un senso di drammatica commozione difronte a un’opera che dentro di noi vibra per bellezza assoluta e che ci fa misurare la distanza siderale tra l’illusione giovanile dell’immortalità e il crollo a cui invece siamo destinati.
Si rimane schiacciati tra l’eccitazione e il disincanto e si può, come accade a Peter, non sottrarsi alle conseguenze della fascinazione, pagare lo scotto delle proprie fragilità difronte a tutto quanto si potrà scoprire di se stessi.
Un romanzo a cui vorrei riuscire a dare un paio di stelle in più, ma lo stile di Cunningham e la qualità della traduzione lo hanno reso pesante all’inverosimile.
Le pagine finali rappresentano il conto che ci presenta la vita, con l’aggiunta di una dolorosa consapevolezza, di una resa alla compassione.
Un finale che garantisce un prevedibile trasporto verso l’emozione e che sembra compensare i tanti passaggi in cui la profondità delle riflessioni è stata disturbata da descrizioni minuziose e maniacali di posti, di oggetti, di situazioni. Una scelta funzionale a restituirci il mondo dei newyorkesi radical chic, funzionali anche loro alla coerenza della storia. Ma il risultato, a mio avviso è che sembra un libro ben più datato di quanto non sia in realtà, noioso quando tenta di stupire con trovate che avrebbero funzionato negli anni ’80.
Bella la scelta della citazione di Rainer Maria Rilke: “Nulla è il bello, se non l’emergenza del tremendo”. Promette qualcosa che Cunningham non mantiene.
MagratheaMagrathea wrote a review
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"E' una calda giornata di aprile, soffusa di un acceso bagliore grigiastro...".
C'è una strana casualità che mi porta a scegliere libri al cui interno vi ritrovo la medesima ambientazione stagionale della mia quotidianità. A voi con quanta frequenza accade? A me con una percentuale molto elevata, tanto che non ho potuto fare a meno di notarlo.
E con ciò? - direte voi. Ebbene ho come la sensazione di calarmi in qualcosa che mi riguarda molto da vicino, o che ha un effetto tale come se mi percorresse le budella e mi straziasse il cuore.
Ma forse è soltanto che Michael Cunningham sa parlare ai demoni che mi si agitano dentro in un modo lento, carezzevole, spietato e compassionevole al pari del passaggio di una tempesta che tutto scuote e sradica ma dove, al ritorno del sole, le cose non saranno più come prima.

La crisi fra Peter e Rebecca, coppia borghese nella New York dei quartieri alti e delle vite perfette ed invidiabili, cova da molto più tempo di quanto i due protagonisti riescano ad ammettere.
Il punto di rottura si materializza in "Erry - l'errore", fratello di Rebecca e incarnazione della dissoluzione, delle pulsioni di morte e dell'anarchia libertaria rispetto al perverso ordine della consolatoria normalità.
E' tutto sul punto di esplodere in queste vite di quieta disperazione, dove ognuno si crede artefice di un dramma che conterà danni e feriti, credendo di assolversi nel perdono che la purezza dei grandi amori porta con sé.
Invece, è solo un gioco di specchi. La verità è tutt'altro che romantica e l'innocenza della passione non ha spazio in queste vite prive di quel tragico eroismo degli amanti consegnati alla storia.

A conti fatti, Peter ritornerà ad essere un anonimo soldatino nelle fila di quella moltitudine che viene inghiottita dal buio. Una volta perduto tutto, si confessa, rimette insieme i pezzi e si disfa di quel pupazzo sgraziato, titubante ed affamato che non ha saputo "compiacere una divinità".

Michael Cunningham si muove con estrema delicatezza nella tessitura dei dialoghi fra Peter ed Erry. Una scrittura che ha del magico, che riesce a raccontare, attraverso una fioritura di elaborazioni interiori ed atmosfere raffinate ma non snob, la
tragedia di un uomo che ha recitato una parte che non ha scelto.

Ho amato particolarmente la scelta delle parole e l'articolazione dei periodi, anche se è una traduzione, perché di certo non può tradire la mano dell'autore.
Qualcuno trova questo romanzo lontano mille miglia dai fasti di "Le ore". Per me è stato accogliente come un abbraccio che da troppo tempo non ricevo.
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Alla ricerca della bellezza assoluta
Magistralmente scritto, sensuale, intimo, drammatico, travolgente come un fiume impetuoso. Un viaggio di sola andata negli abissi di un’anima inquieta, alla perenne ricerca di un irraggiungibile, metafisico, ideale di bellezza, inseguito nell’arte come nella vita, fugacemente intravisto nelle fattezze conturbanti di una figura proibita, fino a sfiorare il limite della perversione.

«Nulla è il bello, se non l'emergenza del tremendo» Rainer Maria Rilke. ”Era innocente e poi, misteriosamente, si è ritrovato nel mondo di Kafka, nel quale le uniche domande possibili riguardano la gravità dei propri misfatti e l'entità dei danni.” ”Non è uno sciocco. Sa che Erry è in qualche modo suo fratello, risorto. La cosa buffa è che saperlo non sembra fare una grossa differenza. L’ha imparato dagli anni di psicanalisi. Certo, puoi comportarti da arrogante perché sei insicuro, e sei insicuro perché i tuoi genitori preferivano il tuo fratello maggiore. Ami tua moglie per svariate ragioni, una delle quali è la sua somiglianza (il cui grado esageri) con la ragazza irraggiungibile della tua adolescenza, che preferiva il tuo fratello maggiore, e tu (che sia maledetto) la ami leggermente meno adesso che non è più quella ragazza. Sei attratto (eroticamente?) dal suo fratellino perché da una parte ti ricorda Matthew, e dall’altra ti permette per la prima volta nella tua vita di essere Matthew. Sono tutte utili informazioni. E adesso?” ”Ciascuno di loro reca nel profondo il gioiello del sé, non solo le ferite e le speranze ma un’interiorità, ciò che Beethoven avrebbe forse chiamato l’anima, quell’intima brace dell’essere che racchiudiamo, il semplice fatto di essere vivi, tutta aggrovigliata a sogni e ricordi, ma diversa da sogni e ricordi, diversa dall’attimo (in cui si attraversa una strada, si esce da una panetteria); quell’infinito secondario, l’universo privato in cui sei sempre stato e sempre sarai intento a sfrecciare su uno skateboard o a cercare monetine in fondo alla borsetta o a tornare a casa con i tuoi bambini urlanti. Cosa disse Shakespeare? Le nostre brevi vite sono racchiuse nello spazio e nel tempo di un sogno.”