Al pianoforte
by Jean Echenoz
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Max Delmarc è un pianista famoso, solitario e pieno di paure. Al pianoforte racconta gli ultimi giorni della sua vita e i primi giorni della sua esistenza dopo la morte.

«Due uomini compaiono al fondo di boulevard de Courcelles, provenienti da rue de Rome. Il primo, un po' più alto della media, non dice una parola. Sotto un ampio impermeabile chiaro abbottonato fino al collo indossa un abito nero e un farfallino nero, e gemelli di quarzo e onice che esaltano i polsini immacolati. Molto elegante quindi, ma il volto livido e gli occhi persi nel vuoto rivelano uno stato d'animo inquieto. I capelli bianchi sono spazzolati all'indietro. Ha paura. Morirà di morte violenta tra ventidue giorni, ma poiché lo ignora non è di questo che ha paura».

Max Delmarc è un pianista famoso, solitario e pieno di paure. Al pianoforte racconta gli ultimi giorni della sua vita e i primi giorni della sua esistenza dopo la morte. È un oltretomba, quello di Echenoz, in cui si aggirano attori hollywoodiani da commedia brillante, personaggi ambigui e infelici, divisi tra la prospettiva di una noia paradisiaca e quella di un inferno che assomiglia o forse coincide con l'inferno dei viventi. Con una piccola, forse non trascurabile differenza: questo è per sempre.

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NanopausaNanopausa wrote a review
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bartlebyloscrivanobartlebyloscrivano wrote a review
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"Due uomini compaiono al fondo di boulevard de Courcelles, provenienti da rue de Rome.
Il primo, un po' più alto della media, non dice una parola. Sotto un ampio impermeabile chiaro abbottonato fino al collo indossa un abito nero e un farfallino nero, e gemelli di quarzo e onice che esaltano i polsini immacolati. Molto elegante quindi, ma il volto livido e gli occhi persi nel vuoto rivelano uno stato d'animo inquieto. I capelli bianchi sono spazzolati all'indietro. Ha paura. Morirà di morte violenta tra ventidue giorni, ma poiché lo ignora non è di questo che ha paura".
Attacco mirabile, svolgimento perfetto. L'uomo più alto della media è il mite, solitario e depresso Max Delmarc, pianista di fama che ricorda tanto -per l'indifesa inettitudine del genio- il Ravel già romanzato da Echenoz. Come lui è zitellino (vive con la sorella). Come lui ha poca dimestichezza con le donne: continua a essere innamorato di Rose, la rosa che non colse (e neanche immaginò di poter cogliere) al conservatorio, e che non ha più rivisto. E fantastica su una vicina di casa che porta a spasso il cane.
Di che cosa ha paura Max? Del palcoscenico, del pubblico. Per superare la paura beve, per impedirgli di bere l'impresario Parisy gli ha messo alle costole un sorvegliante, Bernie.
Tra giri in metropolitana per inseguire un'intravista, forse solo fantasticata Rose (vengono in mente Cortazar e Modiano), incontri casuali, prove, Max arriva all'appuntamento con la morte: vicino a casa, un giovane teppista che lo ha rapinato e al quale ha strappato il foulard che gli copriva il volto lo ha trafitto alla carotide con uno stiletto.
E qui, dopo i titoli di testa, parte il romanzo: un aldilà che sembra la parodia di un film di Hollywood senza lieto fine (di certi film di Hollywood con paradisi sognati dagli scenografi e angeli professionali come un maitre o pasticcioni come un travet: da "Il cielo può attendere" a "Joe il pilota", da "L'inafferrabile signor Jordan" a "Always"). L'aldilà è un Centro di smistamento dai contorni vaghi e indefiniti, ma impregnato di un posticcio lusso da kolossal: ristoranti a cinque stelle e camere confortevoli, un'équipe medica in grado di cancellare le ferite del trapasso, corridoi sale e saloni maestosi e kitsch come quelli di un palazzo congressi sovietico. E, tra gli inservienti, un enigmatico Dean Martin e una socievole, salutista e un po' bovina Doris Day (al piano di sotto lavorano Renato Salvatori e Soraya). Max, in una delle scene più spudoratamente ironiche del libro, andrà a letto con Doris Day come in una dissolvenza (il capitolo 18 è tutto qui: "Notte d'amore con Doris Day").
L'accoglienza provvisoria dura una settimana, poi avviene lo smistamento in una delle due destinazioni possibili: il "parco", una sorta di paradiso che assomiglia a una via di mezzo tra un Club Med vasto quanto il mondo e il delirio di un trovarobe; e il "settore urbano". Che significa ritornare alla vita precedente, per sempre: ma con i tratti e l'identità mutati, in modo da non poter essere riconosciuti; il divieto di farsi riconoscere e di frequentare amici e parenti di prima (era, se ricordate, l'aspirazione per l'aldilà di Kundera in "L'immortalità") e l'ulteriore divieto di esercitare il lavoro svolto in vita.
Così Max, dopo una riacclimatazione a Iquitos, diventa Paul, barista notturno in un albergo di puttane: e in seguito, trasgredendo i divieti, dopo essere stato riconosciuto dall'ex guardaspalle Bernie, pianista da night. Tornerà anche a incontrare, per un'ultima volta, una Rose che non lo riconosce: per vedersela sottratta, Euridice che ritorna all'Ade del Centro smistamento. Ironico e impassibilmente complice del protagonista, con uno stile imperturbabile e zeppo di dettagli (le statue di fanciulle ai piedi dei musicisti famosi al Parc Monceau; l'abbigliamento degli addetti al ristorante di lusso; la flora fauna e architettura del parco; l'iperrealistica Amazzonia del ritorno a Terra), "Al pianoforte" fa venire in mente un Fellini mediamente onirico, un René Clair con una punta di cattiveria (il Clair americano di "Domani accadrà" e "Ho sposato una strega") e, blandamente, il Terry Gilliam di "Brazil".
L'inferno siamo noi: l'affermazione sartriana non poteva trovare svolgimento narrativo migliore. E la constatazione che, dopo la morte, non potrà andarci peggio di quanto non ci vada in vita, non si capisce alla fine se sia più consolante o agghiacciante.
Ottima traduzione di Mautrizia Balmelli, con due piccoli appunti pedanti: Rachel Welch è in realtà "Raquel"; e i titoli in lingua originale dei film andrebbero tradotti, quando hanno avuto un'edizione italiana. Come è stato per i due capolavori interpretati da Dean Martin, "Qualcuno verrà" e "Un dollaro d'onore".