Altai
by Wu Ming
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«A Istanbul, nell'Anno del Signore 1555, terminava Q. Quindici anni oltre quell'epilogo, da Istanbul comincia Altai».

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Tranchant!Tranchant! wrote a review
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newlifenewlife wrote a review
03
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Nella mia passione per la lettura ho due “deboli”: i libri scritti da ebrei o che parlano di ebrei e i libri che io chiamo “porte aperte sulla Storia”, ovvero non solo di argomento storico, ma che mi consentono di approfondire fatti, eventi, personaggi che fino ad allora non conoscevo. "Altai" riunisce entrambi questi due aspetti e perciò non poteva non piacermi, tanto più che ha la firma dei quattro scrittori che, sotto il nome di Luther Blissett, avevano già partorito un capolavoro letterario: Q. E come sappiamo fin dalla sua presentazione, Altai rappresenta in un certo qual modo il “sequel” di Q, anche se questa è una definizione che non mi piace, visto che solitamente i seguiti sono sempre deludenti e questo romanzo invece non lo è. Oltretutto, sebbene compaiano alcuni personaggi del libro precedente, la vicenda però è totalmente diversa. Se un elemento in comune lo si vuole trovare, è quella “vocazione alla libertà, alla giustizia” che già animava il protagonista di Q e che qui contraddistingue un amico di quest’ultimo: Josef (alias Giuseppe) Nasi. La Porta aperta sulla Storia, in questo libro, per me, ha il nome di questo ricco e potente commerciante ebreo, personaggio di spicco alla corte del sultano Solimano il Magnifico e del figlio Selim II e, per questo motivo, particolarmente inviso ai Veneziani dell’epoca, che nei suoi confronti montarono una fobia e un odio ossessivi. Giuseppe Nasi è “il Porco Giudeo, il Prendinculo del Sultano, l’Arcinemico della Serenissima”. È così che la pensa anche Emanuele De Zante, nato a Ragusa, in Dalmazia, da madre ebrea e padre veneziano, ora agente segreto del Consigliere Bartolomeo Nordio e, votato alla causa della città che lo ha adottato, profondamente antigiudeo. Cionostante, tradito dagli stessi veneziani per i quali avrebbe sacrificato la vita, si ritroverà suo malgrado a servizio del “vero” Giuseppe Nasi, non il bersaglio di un odio cieco, ma quello in carne ed ossa, che lo costringerà a rimettere in discussione tutto: la propria vita, la propria fede, gli ideali per i quali vale davvero la pena morire. “Giudeo mascherato da cristiano travestito da giudeo, l’anima più volte rigirata come un paio di brache”, l’ex Emanuele De Zante, ora di nuovo Manuel Cardoso, come era alla nascita, diventerà il “pupillo” di Giuseppe Nasi e suo stretto collaboratore nel tentativo di attuare un piano grandioso: conquistare Cipro (per mezzo dell’esercito ottomano) e trasformarla nella Terra Promessa, “una nuova Sion dove vivere in pace e al sicuro. Un esempio di giustizia per l’umanità, perchè siamo stati schiavi in Egitto e avremo a cuore il destino di ogni schiavo sulla terra”. “Perchè rimanere deboli quando si può diventare forti? Ma io non mi accontento di trasformare e stesso. Voglio trasformare un popolo. Da debole a forte. Da diviso a unito. Da ospite mal sopportato a padrone del proprio destino. Da fuggiasco a protettore di chi fugge. Sono millecinquecento anni che scappiamo. È giunto il momento di fermarci.” Sembra un’utopia, e lo sarà purtroppo, ma non è un’utopia letteraria. Il progetto visionario accarezzato da quest’uomo colto, ricco, brillante, è storia. Storia di un sogno che, purtroppo, non ha visto la sua realizzazione, altrimenti forse non avremmo Israele in Palestina, bensì a Cipro. Questo sogno resterà tale perchè non si può fondare un Regno di giustizia nel sangue. Ismaele, il Viaggiatore del Mondo (ovvero nient’altri che il protagonista di Q) lo sa bene e mette in guardia Manuel, diventato ormai un “fedelissimo” di Nasi: “Però, vedete, se voi desiderate prendere una lepre, che le diate la caccia con i cani o con il falco, a piedi o a cavallo, resterà sempre una lepre. La libertà, invece, non rimane mai la stessa, cambia a seconda della caccia. E se addestrate dei cani a catturarla per voi, è facile che vi riportino una libertà da cani. – Machiavelli ha scritto che bisogna guardare il fine, non i mezzi. – Con gli anni, ho invece imparato che i mezzi cambiano il fine.” La bellezza di questo libro è quindi nell’opportunità che ci viene data di conoscere un personaggio straordinario, di grande fascino, che ci conquista pagina dopo pagina così come conquista De Zante. Ma anche di ripercorrere, da un punto di vista assolutamente originale, eventi che nella memoria storica e nell’immaginario collettivo restano incancellabili: la guerra di Cipro (e in particolare l’assedio di Famagosta) e la battaglia di Lepanto. Non dimentichiamoci infine da chi è stato scritto questo libro: si tratta perciò anche di un “thriller”, avvincente, dal ritmo serrato, ricco di colpi di scena (non per niente il narratore e protagonista è un’ex spia, e ha imparato bene il suo lavoro alla scuola di Venezia). Insomma, se gli ingredienti vi piacciono state certi che non resterete delusi! Un’ultima considerazione, che riguarda il titolo. Fin dall’inizio e poi durante la lettura mi chiedevo cosa c’entrasse un titolo del genere (non poteva che riferirsi ai monti Altai, in Asia centrale) visto che il romanzo è ambientato prima a Venezia, poi a Costantinopoli e a Cipro... Tanto più che la copertina rappresenta un falco addestrato, un’immagine molto lontana degli scenari appena descritti. E in effetti la risposta è arrivata a metà libro. Questo l’episodio: “Non avevo mai visto un simile animale, e con la massima educazione chiedi a falconiere di che uccello si trattasse. – Dicono che sua madre venga dalle lande ghiacciate ai confini del mondo, – rispose, – e suo padre dai deserti dell’Asia centrale, la culla della nostra gente. Due razze diverse, ma abbastanza simili da potersi accoppiare, per poi deporre le uova sulle pendici degli Altai, i Monti d’Oro, che danno il nome a questa stirpe meticcia. (...) Non occorre fare nulla, con un altai, e un buon falconiere fa il meno possibile. È la natura del falco che lo spinge in volo e gli fa conficcare gli artigli sulla preda. Se vuoi che lo faccia per te, devi solo mostrargli qual è il suo vantaggio.” Manuel Cardoso è il nostro altai. Lui sa che per cimentarsi in un compito importante non basta la volontà, ma serve “un’anima tutta d’un pezzo”. “La mia era il frutto di molti rammendi, ma speravo che il Signore me ne avesse concessa una nuova. Un’anima rapace, che scende in picchiata sulla preda, senza che dubbi o esitazioni possano corrompere il suo istinto. Un’anima capace di impegnare il corpo e la mente in un’impresa che attendeva soltanto d’essere compiuta.” Consigliatissimo.