Altre menti
by Peter Godfrey-Smith
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Benché mammiferi e uccelli siano unanimemente considerati le creature più intelligenti, si va imponendo una diversa, sorprendente, evidenza: da un ramo dell'albero della vita assai distante dal nostro è nata una forma di intelligenza superiore, i cefalopodi - ossia calamari, seppie e soprattutto polpi. In cattività, i polpi sono in grado di distinguere l'uno dall'altro i loro guardiani, di compiere scorrerie notturne nelle vasche vicine per procurarsi del cibo, di spegnere le luci lanciando getti d'acqua sulle lampadine, di mettere in atto ardite evasioni. Com'è possibile che una creatura tanto dotata abbia seguito una linea evolutiva così radicalmente lontana dalla nostra? Il fatto è - ci rivela Peter Godfrey-Smith, indiscussa autorità in materia e appassionato osservatore sul campo - che i cefalopodi sono un'isola di complessità mentale nel mare degli invertebrati, un esperimento indipendente nell'evoluzione di grandi cervelli e comportamenti complessi. E probabile, insomma, che il contatto con i polpi sia quanto di più vicino all'incontro con un alieno intelligente ci possa mai capitare. Ma Godfrey-Smith tocca in questo libro un altro punto capitale: nel momento in cui siamo costretti ad attribuire un'attività mentale e una qualche forma di coscienza ad animali ben distanti da noi nell'albero della vita, dobbiamo anche ammettere di non avere certezze su che cosa sia la nostra coscienza di umani. E forse questa via è una delle migliori per arrivare a capirlo.

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Johnny AppleseedJohnny Appleseed wrote a review
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SamueleSamuele wrote a review
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Alla base della convinzione antropocentrica per cui più o meno tutto è al nostro servizio e noi siamo il dono di Dio al mondo vi è la visione della mente umana come step finale di un processo evolutivo, non solo deterministico nel suo sviluppo - ovvero l'uomo - ma anche piuttosto concluso dopo aver raggiunto il suo apice (detto per inciso, è lo stesso pensiero che giustificava un determinato tipo di razzismo ottocentesco secondo cui questa raffinatezza fosse stata raggiunta dall'uomo bianco europeo). Altre Menti smonta questa convinzione, e lo fa mostrandoci come l'evoluzione non sia finalizzata all'uomo, e come quella dell'uomo non sia l'unica coscienza sviluppata, ma una delle tante (per carità, raffinata e tutto, ma una delle tante).
Se, infatti, riusciamo ad accettare piuttosto tranquillamente che gli altri mammiferi siano essere senzienti, con gradi più o meno alti di coscienza e consapevolezza - vuoi anche perché piuttosto vicini a noi, e quindi ci riesce facile inserirli nella nostra visione finalistica dell'evoluzione, i cefalopodi - cioè, polpi, seppie e calamari. E questo per due motivi principali: uno, perché sono estremamente alieni nella forma, invertebrati, con i tentacoli, abitanti del mare, senza manco le ossa; due, perché sono estremamente distanti anche nella storia evolutiva: l'ultimo antenato comune risale a quasi 300 milioni di anni fa. A differenza di come è successo con gli altri mammiferi, di cui la nostra senzienza è raffinazione della loro, quella dei cefalopodi è stata sviluppata a parte, indipendentemente - in realtà, è stata sviluppata successivamente alla divisione fra seppie-calamari e polpi, quindi a conti fatti sono tre diversi tipi di senzienze. Ora, non voglio dire che i polpi sono una forma di vita senziente aliena, perché tutti sulla Terra stiamo, però insomma, è la cosa che finora più ci si avvicina.
Ma il libro di Peter Godfrey-Smith non è interessante soltanto per questa deantropocentrizzazione, ma anche perché:
1 Cerca di definire la coscienza. E, partendo dalle differenze fra quella dei polpi e quella nostra, ne illumina le caratteristiche e le variazioni, illustrando come le differenze biologiche - per esempio la mancanza di un linguaggio che possa essere introiettato da parte dei cefalopodi - comportino differenze nei diversi tipi di coscienza - in questo caso, l'impossibilità di riuscire a costruire un pensiero complesso come quello umano.
2 Mostra il modo in cui l'evoluzione agisce. Però questo è un termine un po' del cazzo perché rende l'evoluzione soggetto, manco fosse un demiurgo. Mostra il dispiegarsi di alcuni processi evolutivi, meglio. Come per esempio il passaggio da esseri unicellulari a pluricellulari, o le diverse ramificazioni. Ma, forse, il passaggio più interessante è la spiegazione della teoria di come la mutazione delle cellule in età avanzata porti alla morte. Cioè, proprio nel senso, passatemi il linguaggio colorito, che la mutazione delle cellule crea la morte. Una specie di spiegazione alla domanda, per lo meno dal punto di vista biologico-evolutivo, perché cazzo dobbiamo morire.
Detto questo, alcuni aneddoti bellini sui cefalopodi:
- molti studi sui polpi falliscono, o comunque sono buchi nell'acqua, perché i polpi non c'hanno voglia di fare gli esperimenti e ignorano gli scienziati.
- quando non ignorano gli scienziati, e magari gli stanno un po' sul cazzo, gli spruzzano addosso getti d'acqua alle spalle.
- ci stanno delle seppie giganti (sul metro) che, attraverso una serie di strati e meccanismi, cambiano costantemente colore della pelle, come se fossero macchie di Rorschach. Non si sa bene perché lo facciano, non potendo manco distinguere i colori.
- i polpi hanno il sistema nervoso spappardellato lungo tutto il corpo, di fatto avendo un controllo federale del polpo: il cervello centrale, ma ogni tentacolo fa più o meno quello che vuole, essendo un cervello a sé.
- il meccanismo delle piovre di sopra è collegato direttamente al loro cervello, quindi magari risponde a degli stimoli che manda lui. Praticamente è come se manifestassero con i colori le loro emozioni. Che patate.
Daisy (in perpetuo volo)Daisy (in perpetuo volo) wrote a review
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Quando ti tuffi in mare, ti stai tuffando all'origine di tutti noi

Se c’è un animale che contraddice ogni teoria dualistica, quello è il polpo (e i suoi cugini seppie e calamari, cioè i molluschi della classe dei cefalopodi).
L’evoluzione sembra infatti aver “costruito” la mente due volte, dice Godfrey-Smith, un filosofo della scienza che si è appassionato alla vita di questi nostri lontanissimi parenti: “È probabile che questo [il polpo] sia quanto di più vicino all’incontro con un alieno intelligente ci possa mai capitare.”
Per trovare il nostro legame di parentela comune infatti dobbiamo risalire a 600 milioni di anni fa, a una specie di vermi lunghi solo un millimetro circa, che strisciavano sui fondali (fra noi e gli scimpanzé ci sono solo 6 milioni di anni, tanto per fare un confronto).

Il polpo ha otto tentacoli, tre cuori e un sangue verde-azzurro, ma soprattutto un cervello che è non solo contenuto nella testa, è distribuito anche nelle braccia/zampe, tutte e otto, molto probabilmente una indipendente dall’altra (sarebbe come se un mio braccio fosse “azionato” da un pezzo di cervello, l’altro da un altro pezzo separato e autonomo, idem per ognuna delle gambe… e intanto la mia mente continuasse a pensare ad altro).

Questo è sia un libro di filosofia: molto interessante fra gli altri il capitolo che prende spunto da Hume e dal suo concetto di “percezione” e anche quello che, partendo dall’affermazione di Darwin sulla non indispensabilità di una forma di linguaggio verbale, interiore o esteriore, per sviluppare il pensiero, arriva ad affermare (come già nel precedente libro della collana “Animalia” aveva fatto Carl Safina) che anche nella mente di altri animali accadono cose complesse, costruzioni di narrazioni che noi umani possiamo solamente ipotizzare, prigionieri come siamo del nostro cervello; sia un libro sull’evoluzione degli animali, noi compresi, soprattutto riguardo alla comparsa della coscienza, come questa si è evoluta in alcune specie (quante?) nell’esperienza soggettiva, cioè la sensazione – e la consapevolezza – di essere ciò che siamo.
È un libro non facile e scorrevole quanto il primo della collana di cui sopra – richiede decisamente più impegno e più tempo, nonostante abbia la metà delle pagine – ma che sono stata molto contenta di aver letto.