Angeli dell'universo
by Einar Már Guðmundsson
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Páll nasce a Reykjavik il 30 marzo 1949. Come in un'antica saga islandese, la sua nascita è accompagnata da due avvenimenti che segnano il suo destino. La madre Gudrun ha un sogno premonitore sulla diversità del figlio. L'Islanda vive le difficoltà della sua adesione alla NATO. Un giorno segnato da ... More

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SamueleSamuele wrote a review
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Uno dei primi capitoli di Angeli delll'Universo si apre con un passaggio piuttosto intimo: "L'orologio batte le due. E tuttavia non so perché a me non è riuscito di raggiungere un più saldo equilibrio sulla strada scivolosa che chiamiamo vita; perché alcuni attraversano la vita per una via diritta mentre altri vagano all'infinito per vicoli oscuri". Pall è malato, soffre di schizofrenia. Crede di essere la reincarnazione di Van Gogh e Gauguin. Certe volte può essere violento, aggressivo. Ma soprattutto è un pittore, e il suo racconto è pieno di immagini pittoriche e liriche - una a caso: "Cigno lucente, sei mai giunto alle deserte spiagge della realtà, dove danzano gli angeli..?". Ma è innegabile che la sua vita sia stata devastata dalla malattia. E' proprio come nel sogno che ha fatto la madre la notte prima che lui nascesse, dove Pali era un cavallo nero che, per qualche motivo, era inciampato.
Il racconto di Pall indugia molto su questa mancanza di motivo. Indugia, però, senza mai esplicitarlo, girandoci intorno, così come un vuoto si delinea attraverso i suoi contorni. Perché, ecco, non ci sta un motivo alla malattia, non ci sta un perché, una causa che possa spiegarla. Nemmeno nel momento in cui Pall sta morendo si esplica. Angeli dell'Universo riesce a trattare la malattia mentale con delicatezza e sincerità, senza pietismo e senza, al contempo, far sembrare il malato un idiota benedetto. Che, se ci pensiamo un attimo, rappresentare il malato mentale come un idiota benedetto, a meno che tu non sia Dostoevskij e stia facendo un discorso messianico, ti fa passare soltanto per uno stronzo che dà un contentino spirituale a chi sta messo peggio.
Angeli dell'Universo è raccontato da Pall stesso. La sua non è una mente conseguenziale, per sua stessa ammissione è una mente che salta di qua e di là. Certo, ci sta una struttura cronologica, ma comunque l'impressione è sempre quella di un uomo con problemi mentali che ti parla, ti racconta della sua vita. Quindi non è che ti spiega i suoi deliri, i momenti in cui qualcosa non funziona dentro di lui. No, ti racconta le conseguenze, perché fondamentalmente nemmeno lui sa bene il perché di molte sue azioni.
In un punto, Pall afferma che tutti, malati e sani, sono uguali davanti a Dio. "Noi siamo angeli. Angeli dell'Universo". Qualche pagina dopo, constata, invece che "se Dio non è morto è certo sordo e cieco". Il fatto è che in mezzo, Pall è stato completamente abbandonato. Un autobiografia d'un folle si porta con sé, necessariamente, una biografia della società in cui vive. Del modo in cui tratta i suoi ultimi. E "Angeli dell'Universo", in questo, è spietato. Nessuno ne esce bene. Non ce ne è uno che, in fondo, non sia una merda. Per carità, Pall stesso lo dice: campare con un matto in casa è difficile - non a caso il paragone è con la Metamorfosi di Kafka. Ma non giustifica certo l'emarginazione borghese a cui vengono costretti. Nulla lo farebbe. Il trattamento dei matti in Islanda - o ovunque, se pensiamo ai racconti di Alda Merini - non è umano, è meno che bestiale. Letteralmente: le mucche hanno diritto a un'ora d'aria, gli internati no. Il sistema, certo, si umanizza nel corso degli anni, ma è più una facciata che altro. Gli internati sono sempre considerati scarti, bestie, merce avariata. Per poi arrivare agli anni '80 (quando è stato scritto il libro), in cui Pall è semplicemente buttato sulla strada, a vivere in mezzo a criminali, dove ovviamente vige la legge del più forte. Significativo sotto questo punto di vista è l'incontro con un vecchio bullo del suo quartiere, ora diventato un piccolo delinquente. La sua cattiveria, la sua crudeltà sono soltanto il frutto di ciò che lo circonda, e, peggio ancora, fatte passare per sue qualità intrinseche. E' la mentalità del successo, avete presente? Se non ce la fai, è colpa tua. Se sei un criminale, è colpa tua. Perché dovrei aiutarti? Il che è ovviamente una stronzata.
Angeli dell'Universo mette in scena tutto questo con una delicatezza e un'intimità uniche. Ma soprattutto, ed è questo il motivo per cui vale la pena leggerlo: tratta Pall come una persona prima di tutto, non come un matto. Pall non è un matto, Pall è un uomo che è matto. E fa tutta la differenza del mondo.
Livorno58Livorno58 wrote a review
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Pipaluk63Pipaluk63 wrote a review
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E' un tratto sottile, quello della follia. Un tratto di penna che disegna una cosmogonia distorta, un paesaggio mosso da ombre che, lentamente, oscurano le lame di sole, le zone chiare. Una rete parallela o sghemba di segni che altrove conducono, a profili deformati, ad itinerari contorti, spesso al nulla. Gudmundsson si pone con straordinaria umiltà ed un tocco particolare a dipingere questa storia. Quella di Palli, un ragazzino in cui è annidata la fragilità dell' equilibrio della ragione e del quale un sogno dette inquietante segno, mitologica previsione, alla madre. E' Reykjavik che cambia, è una nazione che si modifica, la storia che avanza. Con una narrazione del tutto propria di questo autore si procede tra i momenti della giovinezza, dell'infanzia e quelli oscuri, la fasi di buio, le speranze e le passioni del dopo. Attorno i compagni, i ragazzini amici, il pittore che dipinge sempre l'Ospedale di Kleppur, lo yacht dei sogni infantili, i giochi, le zattere dell'incoscienza. Ma poi le fratture, il disgregarsi dei progetti, i nuovi compagni. E la storia, quella intima ed umana, accoglie quindi gli altri, i compagni di deriva, Olli il Beatle che canticchia le melodie di Liverpool in "realtà" da lui composte; Viktor e la sua vicenda, dal pontile con le luci scintillanti ove si perde inseguendo il ritorno impossibile del padre morto. E Petur, in attesa del suo diploma di dottorato dalla Cina, l'Imperatore dell'Aurora Boreale… Attorno ancora i bassifondi di una piccola città, un piccolo mondo, dove anche i falliti ed i vagabondi vivono come in una intercapedine della vita quotidiana. Tutto ricuce ora Palli, ora che non è più. Ricuce la sua trama che è un tessuto senza scopo e senza un perché. E la narrazione dall'apice di questa morte riesce a definire le gamme tonali delle vicende che si intersecano, le sfumature dei volti e dei pensieri. Come in Orme nel cielo, dove la tradizione epica ed arcaica viene riassunta nella articolata famiglia in una Islanda attraverso gli anni, una sorta di sigillo onirico ed immaginifico apre il libro: i quattro cavalli di cui uno dai movimenti incongrui e predestinato; nel successivo Orme nel cielo sarà la la famiglia afflitta che si allontana con il carretto, un immagine di desolazione e tristezza.
Gudmunsson ha quindi nelle sue mani la sinergia di visioni artistiche e di una radicata consapevolezza epica, la delicatezza di stemperare i toni, di scivolare sopra e tra i suoi personaggi facendo apparire la texture del contesto, la stessa società con le sue contraddizioni ed amarezze , con le aspirazioni spesso disattese.
Ho trovato, infine, un incontro con Stefansson nella interpolazione di poesie e nel sospendersi lirico del tempo di narrazione.
Spero che Iperborea voglia essere generosa ed offrirci la possibilità di ascoltare ancora questa altra ottima voce islandese.

"Ora che la fine si avvicina, i muri crollano e il sipario cala, lo dico chiaro e tondo: io sono vissuto sotto la luna piena, ho attraversato la volta del cielo e gli abissi del mare. Ho amato, ho riso, ho pianto, e ora che le lacrime scorrono e tutto è così divertente dico: l'ho fatto a modo mio. No, questa tomba non è sufficientemente profonda per accogliere i sentimenti di tutti noi. Voi, uomini e donne che siete sprofondati nell'abisso. Voi, giorni umidi di pioggia che avete pianto contro i vetri delle finestre. Ah, com'è fredda questa via dolorosa, tanto poco ne resta, e tanto poco vi si trova. Eterna è la notte del silenzio."
Occhi di vellutoOcchi di velluto wrote a review
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È strano, a volte, il filo rosso che può unire letture casuali, il legame tra due libri che si prendono -chissà perché proprio quelli, e non altri- dallo scaffale, a un dato momento. Forse perché sono i libri stessi che ci vengono incontro, ci chiamano, ci avvertono che è giunta ora di aprirli, di percorrerli, di scoprire ciò che è racchiuso nelle loro pagine.
Il filo rosso che lega La scuola degli sciocchi ad Angeli dell’universo è dato da quella semplice parola -normalità- che, ho scoperto, ne racchiude un’altra. Una di quelle che sprizzano scintille, una di quelle che echeggiano dall’inizio del mondo e lo faranno in ogni futuro, una di quelle su cui l'uomo si interroga di più -miraggio? Illusione? Conquista di pochi attimi?

“Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s'incrina…” [E. Montale]

Normalità. Felicità. Parrebbe esservi un abisso, a separarle.
Invece…
Lo scolaro Tal dei Tali, della scuola diff, la scuola degli sciocchi, vedeva la felicità -poter parlare senza ingarbugliarsi, poter camminare senza trascinarsi, poter seguire il tempo senza confondersi… Potersi allora innamorare -senza solo sognarlo-, e uscire da quel vuoto, da quel nulla fatti di solitudine, cui si è relegati- nei passi regolari di chi camminava per strada, nelle parole che si rincorrevano disegnando arabeschi armoniosi nell’aria, nel tempo quando trasforma uno scolaro, prima in un ragazzo giovane, poi in un uomo -un ingegnere con la valigetta, magari-, infine in un vecchio.
La normalità diventa allora, per chi non può raggiungerla, per chi non la conosce, per chi è diverso, la felicità.
Un obiettivo piccolo, a pensarci bene: normalità. Ha quasi il sapore della parola “accontentarsi”. Ma è un sapore che molti non possono assaggiare. Resta la fame. Una fame profonda, insaziabile, che corrode lo stomaco piano piano, giorno dopo giorno. Lo stomaco e la mente. Lo stomaco e la mente e il cuore.
Anche Angeli dell’universo racconta una diversità. Quella normalità che ha perso se stessa, che si è smarrita, che è sprofondata -senza un motivo particolare- nella follia, nella sofferenza psichica.
Gudmundsson aveva un fratello malato di schizofrenia e morto suicida a quarantaquattro anni. Gudmundsson sa, quindi. Ha visto, sofferto. Ha voluto raccontare, attraverso la sua, la sofferenza di Pálmi, cercando di farlo obiettivamente, in maniera chiara e lucida, rifuggendo da riduttive semplificazioni o da spiegazioni inutili.
Ha dato voce a ciò che voce non ha -piuttosto un urlo, piuttosto un silenzio. La follia.
Ha raccontato Pálmi diventando la voce di Pálmi, i pensieri di Pálmi, la solitudine di Pálmi.
Lo ha fatto intrecciando tempi diversi, un “allora” e un “adesso” che sono ugualmente passato, perché Pálmi -quello che parla; che ricorda come cadeva la luce sul tavolo, in un certo momento, o i grigi banchi di nebbia che nascondevano le montagne; quello che sale sulla zattera costruita da Gulli, perdendosi nel mare e nel grigio insieme a Siggi, Jói, Skūli, Danièl; quello che guardava il pittore Bergsteinn dipingere Kleppur (dove arrivano ammanettati i malati di mente); quello che ha dolori di testa e malessere quando è al liceo e si stordisce con musica e alcol; quello che si fa chiassoso e aggressivo, arrogante e irascibile, e vive sempre di più in un mondo suo, fino a rompere i contatti col mondo -l’altro!-; quello che solo le Case della Solitudine -Clinica psichiatrica, Centri di recupero, Case per Invalidi- possono tenere, (con)tenere, accogliere; quello che ha sperato, desiderato, creduto di potercela fare, ma poi non più; quello che in sole quattro parole -“Sono solo, assolutamente solo…”- racconta tutto il suo dramma, il suo dolore, e forse la sua vita- è morto, ormai. È libero.
Può percorrere la propria memoria lucidamente, senza più confondersi per le medicine che intontiscono, aggrovigliano, imprigionano. Può seguire il flusso dei ricordi, soffermandosi su certi particolari che ritrova, sorridendo di un dato momento, di una situazione -vi è ironia, in molte pagine, leggerezza. E mentre le parole evocano, risuonano, diventano, raccontano -i volti, i luoghi, il tempo, l’Islanda perfino-, Pálmi può ritrovare se stesso. Ritornare a se stesso.
Essere un angelo dell’universo, che è stato anche uomo, ma non ha potuto avere la propria felicità-normalità.

Ho conosciuto gli occhi dello studente tal dei tali, della scuola diff; ho conosciuto gli occhi di Pálmi... Guardavano oltre, guardavano attorno, guardavano -smarriti- un buio, un universo troppo grande e confuso che li spaventava...
Lady RevengeLady Revenge wrote a review
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