Angeli dell'universo
by Einar Már Guðmundsson
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Páll nasce a Reykjavik il 30 marzo 1949. Come in un'antica saga islandese, la sua nascita è accompagnata da due avvenimenti che segnano il suo destino. La madre Gudrun ha un sogno premonitore sulla diversità del figlio. L'Islanda vive le difficoltà della sua adesione alla NATO. Un giorno segnato da ... More

Occhi di velluto's Review

Occhi di vellutoOcchi di velluto wrote a review
422
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È strano, a volte, il filo rosso che può unire letture casuali, il legame tra due libri che si prendono -chissà perché proprio quelli, e non altri- dallo scaffale, a un dato momento. Forse perché sono i libri stessi che ci vengono incontro, ci chiamano, ci avvertono che è giunta ora di aprirli, di percorrerli, di scoprire ciò che è racchiuso nelle loro pagine.
Il filo rosso che lega La scuola degli sciocchi ad Angeli dell’universo è dato da quella semplice parola -normalità- che, ho scoperto, ne racchiude un’altra. Una di quelle che sprizzano scintille, una di quelle che echeggiano dall’inizio del mondo e lo faranno in ogni futuro, una di quelle su cui l'uomo si interroga di più -miraggio? Illusione? Conquista di pochi attimi?

“Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s'incrina…” [E. Montale]

Normalità. Felicità. Parrebbe esservi un abisso, a separarle.
Invece…
Lo scolaro Tal dei Tali, della scuola diff, la scuola degli sciocchi, vedeva la felicità -poter parlare senza ingarbugliarsi, poter camminare senza trascinarsi, poter seguire il tempo senza confondersi… Potersi allora innamorare -senza solo sognarlo-, e uscire da quel vuoto, da quel nulla fatti di solitudine, cui si è relegati- nei passi regolari di chi camminava per strada, nelle parole che si rincorrevano disegnando arabeschi armoniosi nell’aria, nel tempo quando trasforma uno scolaro, prima in un ragazzo giovane, poi in un uomo -un ingegnere con la valigetta, magari-, infine in un vecchio.
La normalità diventa allora, per chi non può raggiungerla, per chi non la conosce, per chi è diverso, la felicità.
Un obiettivo piccolo, a pensarci bene: normalità. Ha quasi il sapore della parola “accontentarsi”. Ma è un sapore che molti non possono assaggiare. Resta la fame. Una fame profonda, insaziabile, che corrode lo stomaco piano piano, giorno dopo giorno. Lo stomaco e la mente. Lo stomaco e la mente e il cuore.
Anche Angeli dell’universo racconta una diversità. Quella normalità che ha perso se stessa, che si è smarrita, che è sprofondata -senza un motivo particolare- nella follia, nella sofferenza psichica.
Gudmundsson aveva un fratello malato di schizofrenia e morto suicida a quarantaquattro anni. Gudmundsson sa, quindi. Ha visto, sofferto. Ha voluto raccontare, attraverso la sua, la sofferenza di Pálmi, cercando di farlo obiettivamente, in maniera chiara e lucida, rifuggendo da riduttive semplificazioni o da spiegazioni inutili.
Ha dato voce a ciò che voce non ha -piuttosto un urlo, piuttosto un silenzio. La follia.
Ha raccontato Pálmi diventando la voce di Pálmi, i pensieri di Pálmi, la solitudine di Pálmi.
Lo ha fatto intrecciando tempi diversi, un “allora” e un “adesso” che sono ugualmente passato, perché Pálmi -quello che parla; che ricorda come cadeva la luce sul tavolo, in un certo momento, o i grigi banchi di nebbia che nascondevano le montagne; quello che sale sulla zattera costruita da Gulli, perdendosi nel mare e nel grigio insieme a Siggi, Jói, Skūli, Danièl; quello che guardava il pittore Bergsteinn dipingere Kleppur (dove arrivano ammanettati i malati di mente); quello che ha dolori di testa e malessere quando è al liceo e si stordisce con musica e alcol; quello che si fa chiassoso e aggressivo, arrogante e irascibile, e vive sempre di più in un mondo suo, fino a rompere i contatti col mondo -l’altro!-; quello che solo le Case della Solitudine -Clinica psichiatrica, Centri di recupero, Case per Invalidi- possono tenere, (con)tenere, accogliere; quello che ha sperato, desiderato, creduto di potercela fare, ma poi non più; quello che in sole quattro parole -“Sono solo, assolutamente solo…”- racconta tutto il suo dramma, il suo dolore, e forse la sua vita- è morto, ormai. È libero.
Può percorrere la propria memoria lucidamente, senza più confondersi per le medicine che intontiscono, aggrovigliano, imprigionano. Può seguire il flusso dei ricordi, soffermandosi su certi particolari che ritrova, sorridendo di un dato momento, di una situazione -vi è ironia, in molte pagine, leggerezza. E mentre le parole evocano, risuonano, diventano, raccontano -i volti, i luoghi, il tempo, l’Islanda perfino-, Pálmi può ritrovare se stesso. Ritornare a se stesso.
Essere un angelo dell’universo, che è stato anche uomo, ma non ha potuto avere la propria felicità-normalità.

Ho conosciuto gli occhi dello studente tal dei tali, della scuola diff; ho conosciuto gli occhi di Pálmi... Guardavano oltre, guardavano attorno, guardavano -smarriti- un buio, un universo troppo grande e confuso che li spaventava...
Occhi di vellutoOcchi di velluto wrote a review
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È strano, a volte, il filo rosso che può unire letture casuali, il legame tra due libri che si prendono -chissà perché proprio quelli, e non altri- dallo scaffale, a un dato momento. Forse perché sono i libri stessi che ci vengono incontro, ci chiamano, ci avvertono che è giunta ora di aprirli, di percorrerli, di scoprire ciò che è racchiuso nelle loro pagine.
Il filo rosso che lega La scuola degli sciocchi ad Angeli dell’universo è dato da quella semplice parola -normalità- che, ho scoperto, ne racchiude un’altra. Una di quelle che sprizzano scintille, una di quelle che echeggiano dall’inizio del mondo e lo faranno in ogni futuro, una di quelle su cui l'uomo si interroga di più -miraggio? Illusione? Conquista di pochi attimi?

“Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s'incrina…” [E. Montale]

Normalità. Felicità. Parrebbe esservi un abisso, a separarle.
Invece…
Lo scolaro Tal dei Tali, della scuola diff, la scuola degli sciocchi, vedeva la felicità -poter parlare senza ingarbugliarsi, poter camminare senza trascinarsi, poter seguire il tempo senza confondersi… Potersi allora innamorare -senza solo sognarlo-, e uscire da quel vuoto, da quel nulla fatti di solitudine, cui si è relegati- nei passi regolari di chi camminava per strada, nelle parole che si rincorrevano disegnando arabeschi armoniosi nell’aria, nel tempo quando trasforma uno scolaro, prima in un ragazzo giovane, poi in un uomo -un ingegnere con la valigetta, magari-, infine in un vecchio.
La normalità diventa allora, per chi non può raggiungerla, per chi non la conosce, per chi è diverso, la felicità.
Un obiettivo piccolo, a pensarci bene: normalità. Ha quasi il sapore della parola “accontentarsi”. Ma è un sapore che molti non possono assaggiare. Resta la fame. Una fame profonda, insaziabile, che corrode lo stomaco piano piano, giorno dopo giorno. Lo stomaco e la mente. Lo stomaco e la mente e il cuore.
Anche Angeli dell’universo racconta una diversità. Quella normalità che ha perso se stessa, che si è smarrita, che è sprofondata -senza un motivo particolare- nella follia, nella sofferenza psichica.
Gudmundsson aveva un fratello malato di schizofrenia e morto suicida a quarantaquattro anni. Gudmundsson sa, quindi. Ha visto, sofferto. Ha voluto raccontare, attraverso la sua, la sofferenza di Pálmi, cercando di farlo obiettivamente, in maniera chiara e lucida, rifuggendo da riduttive semplificazioni o da spiegazioni inutili.
Ha dato voce a ciò che voce non ha -piuttosto un urlo, piuttosto un silenzio. La follia.
Ha raccontato Pálmi diventando la voce di Pálmi, i pensieri di Pálmi, la solitudine di Pálmi.
Lo ha fatto intrecciando tempi diversi, un “allora” e un “adesso” che sono ugualmente passato, perché Pálmi -quello che parla; che ricorda come cadeva la luce sul tavolo, in un certo momento, o i grigi banchi di nebbia che nascondevano le montagne; quello che sale sulla zattera costruita da Gulli, perdendosi nel mare e nel grigio insieme a Siggi, Jói, Skūli, Danièl; quello che guardava il pittore Bergsteinn dipingere Kleppur (dove arrivano ammanettati i malati di mente); quello che ha dolori di testa e malessere quando è al liceo e si stordisce con musica e alcol; quello che si fa chiassoso e aggressivo, arrogante e irascibile, e vive sempre di più in un mondo suo, fino a rompere i contatti col mondo -l’altro!-; quello che solo le Case della Solitudine -Clinica psichiatrica, Centri di recupero, Case per Invalidi- possono tenere, (con)tenere, accogliere; quello che ha sperato, desiderato, creduto di potercela fare, ma poi non più; quello che in sole quattro parole -“Sono solo, assolutamente solo…”- racconta tutto il suo dramma, il suo dolore, e forse la sua vita- è morto, ormai. È libero.
Può percorrere la propria memoria lucidamente, senza più confondersi per le medicine che intontiscono, aggrovigliano, imprigionano. Può seguire il flusso dei ricordi, soffermandosi su certi particolari che ritrova, sorridendo di un dato momento, di una situazione -vi è ironia, in molte pagine, leggerezza. E mentre le parole evocano, risuonano, diventano, raccontano -i volti, i luoghi, il tempo, l’Islanda perfino-, Pálmi può ritrovare se stesso. Ritornare a se stesso.
Essere un angelo dell’universo, che è stato anche uomo, ma non ha potuto avere la propria felicità-normalità.

Ho conosciuto gli occhi dello studente tal dei tali, della scuola diff; ho conosciuto gli occhi di Pálmi... Guardavano oltre, guardavano attorno, guardavano -smarriti- un buio, un universo troppo grande e confuso che li spaventava...

Comments

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Un commento partecipe, sentito, pieno di empatia...hai una profondità straordinaria. Grazie, segno in lista questo libro:)!
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Un commento partecipe, sentito, pieno di empatia...hai una profondità straordinaria. Grazie, segno in lista questo libro:)!
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"La normalità diventa allora, per chi non può raggiungerla, per chi non la conosce, per chi è diverso, la felicità.
Un obiettivo piccolo, a pensarci bene: normalità. Ha quasi il sapore della parola “accontentarsi”. Ma è un sapore che molti non possono assaggiare. Resta la fame. Una fame profonda, i
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"La normalità diventa allora, per chi non può raggiungerla, per chi non la conosce, per chi è diverso, la felicità.
Un obiettivo piccolo, a pensarci bene: normalità. Ha quasi il sapore della parola “accontentarsi”. Ma è un sapore che molti non possono assaggiare. Resta la fame. Una fame profonda, i
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Sempre magnifici i tuoi commenti! :)
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Sempre magnifici i tuoi commenti! :)
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Interessante come sempre il tuo commento, bello, parallelismo stimolante. Sto anche io leggendo il libro a cui ti riferisci e così dovrò inseguirti ancora con Gudmunsson, peraltro già vicino a me....
Bello anche quello scritto da Gauss, sempre intelligente.
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Interessante come sempre il tuo commento, bello, parallelismo stimolante. Sto anche io leggendo il libro a cui ti riferisci e così dovrò inseguirti ancora con Gudmunsson, peraltro già vicino a me....
Bello anche quello scritto da Gauss, sempre intelligente.