Anime di vetro
by Maurizio de Giovanni
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C'è la morte nell'anima di Luigi Alfredo Ricciardi. Imprigionato nel guscio di una solitudine che non permette a nessuno di intaccare, è sulla soglia della disperazione. Il commissario non riesce ad aprirsi alla vita. Che cosa gli ha impedito finora di accogliere l'amore di Enrica, o quello di Livia? C'è poi grande bonaccia in città sul fronte del crimine, e lui non trova soddisfazione. Quando la bellissima, altera Bianca, contessa di Roccaspina, gli chiede di indagare su un omicidio già ufficialmente risolto da mesi, il commissario deve decidere se seguire o no il proprio istinto e accettare di condurre, per la prima volta, un’indagine non autorizzata.

All’ottavo appuntamento con il commissario dagli occhi verdi, più che mai protagonista in un’indagine dove tutto è anomalo, il già precario equilibrio sentimentale di Ricciardi è destinato a saltare, portandosi dietro un turbine di vicende. Secondo de Giovanni infatti «la passione è il detonatore perfetto di delitti e misteri. Dentro ci sono molti elementi: certo c’è la tenerezza, ma c’è anche la ferocia, la cattiveria, si commettono follie nel nome dei sentimenti, si rinuncia alla dignità, gioia e dolore si aggrovigliano. È lo scenario perfetto per una crime story». Così il commissario viene coinvolto dal caso come non avrebbe mai creduto. E nello scrutare al tempo stesso la propria anima, in cerca di una possibilità di nuova vita, sottovaluta forse i pericoli che lo circondano. Qualcuno lo ha messo nel mirino e aspetta solo che faccia un passo falso…

Con Anime di vetro Maurizio de Giovanni regala ai suoi lettori la meraviglia di un romanzo in cui le anime di ciascuno si rivelano fatte di vetro: facili a rompersi in mille pezzi, lasciano trasparire la fiamma che affascina e talvolta danna. Prende così forma un congegno narrativo misteriosamente delicato e struggente, vertiginoso e semplice, che spinge Ricciardi su strade rischiose. E lo costringe a fare i conti con sé stesso e i propri sentimenti. Mentre le pagine sembrano assumere la voce di una delle più celebri canzoni partenopee, Palomma ’e Notte, per carpirne il più nascosto segreto.

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DaphneDaphne wrote a review
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La falena resta o se ne va?
"Vattene, falena. Vattene. Non bruciare nella mia fiamma. [...] Io ti salvo non volendoti. Non lo capisci? Io sono l'inferno, io porto l'inferno. Scappa, se puoi. Tu non lo sai, ma la felicità è sempre un'illusione. E' sempre un sogno da inseguire, e la vita non è altro che questo inseguimento. Per gli altri. Non per me. Io non ho nulla da inseguire."
Ma questo sacrificio, questa protezione, è davvero per gli altri? O non è piuttosto per se stessi? "Lui ha paura. E' così? Ha paura. Lui difende se stesso, non la ragazza. Almeno, non solo lei. [...] Sta dicendo che non può farci niente. Che non lo può impedire, che non ha la forza. Prega lei di andarsene, perché lui non ce la fa."
A fare da sfondo alla storia, l'azzurro insondabile del mare: "Gli faceva sempre uno strano effetto, andare vicino al mare. [...] Rimaneva stordito di fronte a quella distesa sempre uguale e sempre diversa, in movimento perenne ma apparentemente ferma, un ponte inquieto verso il resto del mondo ignoto, e ignoto anch'esso nelle profondità e nelle superfici."
Ricciardi non è il solo a interrogarsi di fronte a quella infinità misteriosa: "Ma a che serve tutto questo mare? Me lo sapete dire? A che serve, il mare?"
"Ma Ricciardi, l'uomo con la testa piena di vento e sabbia, l'uomo dall'anima di vetro così facile a rompersi in mille pezzi, risposte non ne aveva. Non ne aveva per sé, figurarsi per altri."
Ma poi le esperienze e il confronto con altre persone aiutano a capire che "una possibilità di felicità, anche attraverso la sofferenza, vale molto di più della certezza dell'infelicità".
E allora forse qualcosa può cambiare: "Io non lo so a che serve tutto questo mare. Non lo so. Ma posso cercare di scoprirlo, sapete? Il mio mestiere è proprio questo: scoprire le cose. E ci riuscirò, a capire a che serve quel mare. Ci riuscirò."
cordeliacordelia wrote a review
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MariaMaria wrote a review
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Un ragazzo ascolta incantato un vecchio che con il suo strumento suona le struggenti note della canzone tratta dalla poesia di Di Giacomo: Palumma 'e notte, facendolo riflettere sul senso profondo della storia che essa racconta; una storia di amore e di dolore, di malinconia e di pietà, di sacrificio e di rinuncia, "di fiamme, di falene e di cuori stretti in piccole mani."
La melodia struggente a tratti fa capolino ed è un felice espediente che lega con un filo musicale vari personaggi, i quali, piegati dai travagli interiori, la sentono molto vicino alla propria situazione,

Vattene falena, Vattene, Non bruciare nella mia fiamma,

E sono diverse le falene che Ricciardi, povero uomo che annaspa nella sua dannazione, vorrebbe salvare dalla "fiamma" tenendole lontano da sé a costo di spezzare la sua anima!
Ma gli fa osservare il piccolo e generoso don Pierino che:

Le anime sono fragili. Esseri bellissimi e fragili, di cristallo, lasciano passare la luce e il calore, ma non sono in grado di trattenerli. Le anime sono di vetro e a strapazzarle troppo possono incrinarsi e dare riflessi sbagliati. Non sottovalutate l'anima, commissario. Abbiate il coraggio di guardare al suo interno, la superficie è trasparente, ve lo consentirà.

E per la prima volta Ricciardi, "l'uomo dall'anima di vetro così facile a rompersi in mille pezzi", tenta di parlare in trasparenza. Ma le sue sono parole piene di interrogativi più che di certezze. Se si vuole il bene di una persona e si sceglie di stare lontano, perché si sta male? Perché non si è sereni? Perché stanno male entrambi? L'anima sarà pure di vetro, ma a volte può andare in frantumi. E la mano si brucia e la falena non si allontana comunque. O se ne può sentire la mancanza della falena.
Prima o poi dovrà trovare le risposte giuste questo nostro commissario "con la testa piena di vento e sabbia", incapace di sciogliere le paure che legano la sua anima!

E' fuor di dubbio che de Giovanni sappia ricreare con taglio poetico le atmosfere; caratterizzare pienamente i suoi personaggi; scandagliare le profonde tristezze delle loro anime, ma qui più che in altri episodi il colore della trama tende più al rosa surclassando il giallo!
Cri1967Cri1967 wrote a review
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Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi non era affatto ben visto dai colleghi, e nemmeno dai superiori e dai sottoposti. Non perché fosse arrogante o prevaricatore, né incline all’insubordinazione o esageratamente reattivo.
Non era indisciplinato, ed era tutt’altro che un lavativo; eppure qualcosa nel suo carattere lo rendeva inviso a tutti.
In questura nessuno condivideva la sua ansia, lo sapeva. Troppo schivo e silenzioso, mai allegro, mai in confidenza piena con qualcuno; in quella città, Napoli retrograda e superstiziosa si era fatta strada l’idea che si portasse addosso una specie di malocchio, e la gente lo fuggiva come la peste.
La Napoli degli anni trenta in pieno regime fascista.
Le sue qualità, come venire a capo dei casi più intricati, non mancare mai un giorno di lavoro, addossarsi i compiti più gravosi e non lamentarsi dei turni maggiormente disagiati, invece di attirargli la benevolenza altrui gli conferivano un che di poco umano che accentuava la distanza coi colleghi.
Non era uno di quei tutori dell’ordine che fanno della ricerca dei criminali una specie di precetto morale. Si rendeva conto che dall’esterno, agli occhi dei colleghi della questura e pure dei magistrati, poteva apparire così: il suo addentare i casi, il suo dedicarsi alla loro soluzione anima e corpo senza intervalli o pause sembrava appunto una missione, qualcosa che andava al di là di un mero attaccamento professionale. Del resto, anche il fatto di non avere una vita sociale, una donna o molti amici, feste e ricevimenti da frequentare, circoli ai quali appartenere confermava quest’opinione che ci si poteva fare di lui.
Ma non era così, rifletté mentre camminava defilato per evitare la massa di gente che intasava la strada. In realtà lui odiava il lato oscuro dell’animo umano ed era terrorizzato da quanto fosse in grado di concepire la fiumana variopinta e puzzolente che ridendo, cantando, urlando e chiacchierando si riversava in vie e vicoli, creando le passioni che l’avrebbero portata alla gioia o, più spesso, alla rovina. Avrebbe evitato volentieri di averci a che fare, col crimine. Avrebbe dato tutto quello che aveva per essere una persona normale, con l’unico obiettivo di farsi una famiglia e portarla avanti meglio possibile.
Solo il brigadiere Maione gli tributava una devozione assoluta e un imbarazzato, ruvido affetto. Sotto quella scorza e al di là di quei silenzi il brigadiere aveva sempre percepito una profonda sensibilità e il sordo riflesso di un costante, umanissimo dolore. Era stato Ricciardi che, senza risparmiarsi come se si fosse trattato di una perdita propria, aveva condotto le indagini sull’assassinio di suo figlio Luca, e questo il brigadiere non l’avrebbe mai dimenticato; anche se in seguito si era reso conto che ogni singola morte violenta era percepita dal commissario come una ferita personale, incancellabile.
Questo più di tutto gli piaceva in quell’uomo magro, senza cappello e dagli occhi verdi: un’umanità silenziosa che non necessitava di pianto e urla e manifestazioni esagerate com’era nello spirito e nei comportamenti della città. Ricciardi sapeva soffrire, e indirizzava la forza della propria sofferenza verso indagini caparbie, profonde e continue che inevitabilmente lo portavano alla soluzione dei delitti; e ciò nella consapevolezza, condivisa appieno da Maione, che scoprire un assassino non significava, purtroppo, riportare in vita la vittima.
Ricciardi, al contrario di molti suoi colleghi, non amava portare la gente in galera. La riteneva comunque una sconfitta.
Si era interrogato a lungo, agli inizi della carriera, su ciò che significasse per lui essere un poliziotto. Lui, testimone del dolore dell’ultimo istante di vita, sapeva bene che nulla si può rimettere a posto, che nessun ordine pregresso può essere ricostituito. Ma sapeva anche che l’unico sollievo, marginale e transitorio, che poteva fornire alla propria anima era trovare il responsabile di quel dolore. In definitiva, lo faceva più per sé stesso che per la vittima, che tanto di sollievo non poteva averne più.
Però, quando si trovava di fronte agli occhi di chi aveva messo fine alla vita altrui, spesso vi scorgeva un dolore ancora più profondo. A prescindere dal pentimento, chi aveva ucciso soffriva e avrebbe sofferto ogni singolo giorno della vita che gli restava.
Per questo, probabilmente, rinunciava a tradurre in carcere i responsabili dei reati sui quali aveva indagato con successo. Non capiva in che modo si potesse interpretare come una vittoria, da celebrare con quel gesto, privare qualcuno della libertà, magari per sempre. Gioire della sofferenza altrui gli faceva orrore.
Ricciardi pensò che il purgatorio, se esisteva, doveva essere così: la sofferenza disperata di un distacco, di un amore tenuto lontano da un diaframma. Donne, vecchi, bambini con volti segnati, seduti per terra in attesa di niente.
Lui aveva sempre nutrito la convinzione che tutte le motivazioni che portano a uccidere siano in realtà riconducibili a due, due soltanto. Non credeva agli scatti di follia, non credeva alla perversione, non credeva alle illusioni. Credeva che si ammazzi per fame o per amore. Che ad armare una mano sia sempre la volontà di sopravvivenza propria e delle persone che si amano, oppure la passione che agita un cuore.
Sapeva che cosa vuol dire sentirsi in galera pur essendo a piede libero. Sapeva cosa vuol dire essere prigionieri di sé stessi. Sapeva cosa vuol dire fissare un soffitto aspettando che vengano l’alba o il sonno, e non veder arrivare nessuno dei due.
Seduto davanti alla notte di settembre, Ricciardi contemplava la sua nuova solitudine.
Era una compagna diversa da quella che da sempre conosceva. La solitudine precedente era la consapevolezza di abitare una linea di confine; un luogo di follia e disperazione, pieno di grida di morte e di vita che vibravano solo per i suoi sensi disgraziati. La solitudine che aveva conosciuto dall’infanzia era un sottile, perenne malessere, un ricordo di dolore che riaffiorava in continuazione per spezzare la superficie di un’esistenza che non poteva essere normale, come normale non era quella notte di settembre.
Notte traditrice, che si presenta calda del sole del giorno che ha memoria dell’estate e porta tanti profumi di erba tagliata e di fiori gravidi, che basta lasciare uno spiraglio aperto e lei si introduce con dita lunghe e fredde e leggere ad accarezzarvi contropelo, per un minuscolo brivido di disagio.
Dalla finestra socchiusa entrò un soffio d’aria che fece gonfiare le tende nel buio. Lontana, ma favorita dal silenzio, una voce cantava chissà quale canzone, facendo arrivare fin lì incomprensibili suoni che la distanza privava dell’armonia. Settembre.
Quanto assomiglia a giugno, settembre, pensò Ricciardi, la differenza è solo nelle prospettive future.
La memoria del caldo, la promessa del fresco. Finestre aperte, finestre chiuse.
Ma ormai gli occhi vi si chiudono per la stanchezza, e non potete alzarvi a chiudere quella finestra dalla quale entra la solita, malinconica canzone. E con le note entra il presagio del freddo, delle notti nelle quali quella brezza leggera diventerà adulta e soffierà e urlerà battendo la strada deserta, perlustrando balconi e rovesciando ceste e turbinando foglie, e la paura del fuori diventerà il calore del dentro e darà conforto, sotto le coperte e con l’odore della legna bruciata dalle stufe nel naso.
Ma quello è un altro tempo. Quello è il novembre delle piogge o il gennaio delle feste dimenticate, o la coda disperata della belva gelida che non vuole morire a metà marzo. Ora no.
Ora è settembre, e il profumo vince sul domani e su ogni terrore. È settembre, e sembra che la tenerezza della città di mare e cielo e fronde che stormiscono nell’aria fragile non debba finire mai. Sembra che le anime possano restare di vetro, e mostrare quello che hanno dentro senza paura.
Sembra. Perché settembre, di notte, ama mischiare il mazzo e dare una carta da scegliere. Una carta che conosce già.
Addormentatevi tranquilli, allora. E sognate pure.
Perché non sognerete nulla di quello che vi aspettate, mentre le vostre mani si allungheranno nel sonno a cercare una coperta che vi ripari dal freddo improvviso che entrerà, a tradimento, dallo spiraglio che avete lasciato, esponendo così la vostra anima.
La vostra anima di vetro.
Nulla di meglio dell’aria di settembre, per spettinare i sogni e scompigliare i sentimenti. Nulla di meglio dell’aria di settembre, per mettere in discussione ogni sicurezza.
Nulla di meglio.
Eppure, pensò Ricciardi, questa nuova compagna solitudine a confronto della precedente è come il mare rispetto a un lago.
Non dormiva più di qualche ora a notte, ormai. Lui, che aveva sempre trovato in un sonno profondo il conforto e il nascondiglio dalle urla mute che gli risuonavano nella testa quando camminava tra morti e vivi, che molesti e insistenti gli frastornavano i sensi. Lui, che mai aveva tardato più di qualche minuto ad addormentarsi, spegnendo le percezioni come se avesse girato un interruttore per cercare pace almeno nel tempo della notte.
Con gli occhi spalancati a fissare il soffitto, sperava di essere in un incubo e di potersi risvegliare in quel mondo che, se prima era un inferno, ora, lo capiva, poteva diventare perfino peggiore.
Qualcosa dentro di il Commissario Ricciardi si era spezzato. La morte della signora Rosa, la tata che era stata da sempre tutta la sua famiglia, aveva rappresentato una perdita devastante, e questo. Nessuno più di lui sapeva dare il giusto peso alla famiglia nella vita di un uomo, ancorché chiuso e riservato come il commissario.
Rosa che gli sorride mentre canta una ninna nanna incomprensibile, in un dialetto così antico da essere stato dimenticato.
Rosa che gli sente la febbre con le labbra sulla fronte, e corre a preparare un infuso di acetosella, cerfoglio e lattuga che è assai peggio del mal di gola.
Rosa che gira borbottando per la casa che dopo un po’ non la senti più, perché diventa un piacevole rumore di fondo.
Rosa che continua a mettere il sale nell’acqua con cui lava la biancheria perché non geli quando la stende ad asciugare, facendo finta di non sapere che qui in città la temperatura non scende mai sotto lo zero, nemmeno nel pieno dell’inverno.
Rosa che lo prega, gli ingiunge, lo supplica e lo minaccia perché trovi una donna che pensi a lui quando lei non ci sarà più.
Scopriva adesso, Ricciardi, con immensa amarezza che non ci aveva mai creduto. Non aveva mai immaginato che la sua tata, l’unica vera madre di pelle e carne e coperte e cibo che aveva avuto, se ne sarebbe andata davvero in una notte di luglio, in quella stessa estate che adesso resisteva per non morire come ogni anno a settembre.
Lo squarcio aperto dalla morte di Rosa nella sua vita, pensò Ricciardi, non si sarebbe rimarginato mai. Avrebbe lasciato una cicatrice slabbrata, pronta a sanguinare ogni volta che una parola, un suono o uno sguardo gli avesse riportato l’infanzia e l’adolescenza agli occhi del ricordo. Un dolore sordo e pulsante, pronto a rinnovarsi ancora e ancora. Capiva adesso, lui che con la sofferenza aveva fatto amicizia fin da bambino, quanto fosse terribile da sopportare una perdita come quella.
Certe sere erano peggiori di altre, pensava Ricciardi.
Non che ci fosse un perché. Forse qualcosa nell’aria. Una speciale dolcezza che si insinuava sotto la pelle e allungava le dita ad agguantare il cuore, stringendolo in una morsa che rendeva difficile anche solo respirare.
Si chiese come fosse quando uno sguardo, un singolo sguardo, ti rapisce e ti porta via. A lui era successo un po’ alla volta, dietro un vetro, osservando un altro vetro. Due anime divise da due lastre trasparenti, fragili e insuperabili.
Enrica e Luigi Alfredo.
Ora era solo. Anche nei sogni più assurdi, quelli che concedeva a sé stesso nella stanza più riposta della sua anima tormentata.
Attraverso il buio e senza vederla, gli occhi andarono a cercare la finestra del palazzo di fronte. Distava pochi metri, mezzo piano più in basso. Dava su una cucina, per quello che poteva scorgere; una grande cucina dove una famiglia numerosa si riuniva per mangiare e dove, dopo aver rigovernato, una ragazza alta, con gli occhiali e un meraviglioso sorriso che sbocciava inaspettato, si sedeva a ricamare con la mano mancina.
Era rimasto a guardare quei lenti, metodici gesti per mesi e mesi; stagione dopo stagione, attraverso la pioggia che batteva sui vetri e nelle cocenti sere d’estate, il movimento della mano, l’inclinazione del capo, il bagliore della lampada sulle lenti di lei lo avevano ammaliato. Sicuro di non essere visto, al riparo dell’oscurità, si era innamorato della vita che sapeva di non poter avere. Ed era andato identificando con quella ragazza serena e dolcissima la speranza assurda della propria felicità.
Il germe di quel sogno aveva messo lentamente radici.
Chissà, magari un giorno avrebbe trovato la forza di condividere la sua terribile condizione di malato mentale. O forse l’amore, il doversi prendere cura di qualcuno, avrebbe messo la sordina all’urlo dei morti che incontrava a ogni angolo di strada. E il deserto in cui si costringeva a vivere non sarebbe più stato una condanna definitiva.
Un misto di disagio, senso di colpa, emozione, piacere e sottile dolore: come una torta elaborata e complessa di cui si vorrebbero riconoscere i singoli ingredienti, ma che ha un gusto strano e misterioso, molto diverso dalla somma delle parti.
Enrica Colombo,la dolce maestra.
Che cosa voleva, in realtà, Enrica? Non poteva mentire a sé stessa: era come trovarsi in lite continua all’interno del proprio stesso corpo. Il cuore le batteva forte ogni volta che usciva di casa, al pensiero di potersi trovare di fronte a quegli occhi verdi.
Ho un’anima di vetro, pensava Enrica. Fragile e trasparente, pronta a riempirsi di qualcosa di bello e colorato, e a infrangersi in mille pezzi. Le sembrava che chiunque riuscisse a vedere quello che le accadeva dentro, aveva timore che fossero in grado di vedere con chiarezza, attraverso la superficie trasparente dei suoi occhi; Manfred la sua nuova conoscenza le piaceva, sí, e molto, ma non ne era innamorata. E non lo sarebbe stata mai, finché avesse amato un altro che non la voleva.
Si chiese se desiderasse davvero che la finestra rimanesse chiusa, e di non sentire mai più addosso quegli occhi febbrili e sofferenti che scrutavano dentro la sua anima di vetro.
Enrica a quasi venticinque anni era ancora sola, né sposata né tantomeno fidanzata, ma suo padre Giulio era certo che quando sarebbe stato il momento, quando avrebbe incontrato la persona giusta, l’avrebbe riconosciuta. E nel frattempo c’era lui a proteggerla e amarla, a sorriderle in silenzio come un papà deve fare.
Al Commissario erano rimasta solo Nelide la nipote di Rosa, Nelide, tanto simile alla zia, il dottor Modo con l’inseparabile cane senza guinzaglio che lo seguiva come un’ombra e la sagoma scura della macchina della vedova Vezzi.
Per la vedova Vezzi significava molto, non sentirsi sola. Proprio la solitudine era stata il marchio della sua vita per molti anni, anche quando era ancora vivo il marito. Anzi, soprattutto quando era ancora vivo il marito: il grande Arnaldo Vezzi, il tenore preferito dal duce; il cantante che era stato definito la Voce di Dio da un celebre critico musicale americano, dopo un memorabile concerto a New York; il traditore, morto ammazzato in un camerino del San Carlo per mano di una donna sedotta e gettata via.
E sola era stata anche dopo, al centro di una vita romana fatua e vuota, finché non aveva deciso di seguire il cuore trasferendosi in quella strana, canterina città fatta di luce e di ombre.

– Io so di piacergli. Lo so. Lo sento. E credetemi se vi dico che lo capisco quando piaccio a un uomo. Eppure c’è qualcosa che gli impedisce di aprirsi, di venire da me. Qualcosa che lo ferma. Qualcosa. O qualcuno.

Il dottor Modo gli aveva detto che la povera Rosa non aveva sofferto, passando dal sonno alla morte con serenità.
Ricciardi sapeva che se c’era un uomo partecipe senza riserva delle sofferenze alle quali assisteva dalla mattina alla sera, quello era Bruno Modo.
In quanto unica persona con la quale il commissario aveva un rapporto di confidenza, era ben consapevole del suo forte legame con la tata. Si era battuto con tutte le armi che la scienza gli metteva a disposizione per salvarla, ma l’emorragia cerebrale aveva vinto.
Rosa, vegliata da Nelide che per tutto il tempo non si era mossa di un centimetro dal capezzale dell’anziana. Il medico era affascinato dalla forza silenziosa di quella ragazza solida e brutta.
La fronte in permanenza aggrondata e il grosso naso a sormontare una bruna peluria sul labbro, si esprimeva solo per secchi proverbi, a denti stretti, eppure mostrava una dedizione assoluta che alla morte della zia si era trasferita interamente su Ricciardi.
Anche il commissario era stato vicino alla vecchia tata, salvo una breve assenza la sera della morte, e tuttavia non era mai venuto meno al proprio dovere.
Era sempre stato un uomo cupo e di pochissime parole, che si concedeva al massimo qualche tagliente, improvvisa ironia. Ora, però, in quegli occhi fissi nel vuoto e nell’espressione vacua c’era una solitudine nuova; un silenzio senza speranza. Metteva i brividi, Ricciardi, da quando era rientrato in servizio.
Essere chiamato barone metteva Ricciardi a disagio, lo faceva sentire come se avesse omesso qualcosa, come se non avesse svolto nel modo più adeguato un compito che il destino gli aveva assegnato.
Ricciardi provava a trovare conforto nel mare che luccicava placido verso l’orizzonte.
Gli faceva sempre uno strano effetto, andare vicino al mare. Lui che era un cilentano di montagna, cresciuto in mezzo a gente pragmatica abituata a lottare con la natura per procacciarsi da vivere, rimaneva stordito di fronte a quella distesa sempre uguale e sempre diversa, in movimento perenne ma apparentemente ferma, un ponte inquieto verso il resto del mondo ignoto, e ignoto anch’esso nelle profondità e nelle superfici. Il suo animo introspettivo ne vedeva la bellezza terribile, e ne rimaneva ammaliato. Ma non riusciva a prendere confidenza sufficiente a volergli bene, anche dopo tanti anni.
Poi, naturalmente, c’erano i morti, pensò continuando a fissare i due cadaveri tremanti e stretti nell’abbraccio che li aveva uccisi. I morti, che punteggiavano la costiera. I morti, i pescatori d’inverno e i bagnanti d’estate, le cui emozioni malefiche venivano portate a riva dalla risacca, come se invece che a decine o centinaia di metri fossero spirati proprio lí, sulle pietre della scogliera. I morti, traslucidi e sbiaditi nella pioggia o nel sole, che sussurravano la propria terribile canzone per un pubblico di un solo spettatore.
Nell’aria fresca che arrivava dal mare gli sembrò di avvertire il solito senso di sorpresa e nostalgia. Enrica che gli diceva, ma a che cosa serve tutto questo mare?
Il rimorso. Il rimpianto. La vita che aveva avuto, la vita che non avrebbe avuto. Il passato, il futuro. Tu non lo sai, ma la felicità è sempre un’illusione. È sempre un sogno da inseguire, e la vita non è altro che questo inseguimento.
Aveva pensato a sé stesso, Ricciardi. Alla punizione che si infliggeva ogni giorno, e all’amore che provava per Enrica. Alla certezza che anche lui sarebbe stato solo testimone del futuro della donna che amava, un futuro che lo escludeva.
Molto spesso, in passato, quando la donna di cui si era innamorato era una semplice immagine, una ricamatrice un po’ indistinta per l’oscurità e la lontananza, prima di poter dare un colore agli occhi di Enrica, prima di assaporare il tocco delle sue labbra in un imprevisto, fugace bacio sotto un’improbabile neve, prima di sentire il suono della sua voce, aveva fantasticato sulla famiglia di Enrica.
Anche Enrica aveva sentito l’urgenza di andare vicino al mare. Non le accadeva spesso.
L’azzurro era il colore di quella città. Azzurro il cielo, per quasi tutto l’anno. Azzurro il mare, che spunta inatteso dietro le curve, o alla fine di una salita. Azzurra la luce che entra nelle case, dalle finestre e anche dai portoni, appena li apri. Una città azzurra. Quindi per trovare equilibrio e serenità, le diceva il padre , cerca l’azzurro. Starai subito meglio.
Aveva bisogno di equilibrio, Enrica? Non era serena? Perché aveva avvertito questa necessità? Fin da piccola era sempre stata capace di trovare l’equilibrio senza difficoltà. Anche se tutto attorno a lei si spostava, cambiava o si alterava, il suo carattere era in grado di ricollocare l’umore su una nuova prospettiva. Era un dono, lo sapeva, lei non era il tipo che si dispera, che piange sul latte versato, che si agita inutilmente. Era sentimentale e intimista, ma anche molto razionale. Sapeva accettare i cambiamenti, se non aveva la forza di orientarli. Si adattava.
E allora perché, pensava mentre percorreva la lunga, leggera discesa che dalla grande piazza portava al mare, adesso si sentiva così inquieta?
Forse, rifletté Enrica quando finalmente si ritrovò sul lungomare e tirò un lungo respiro pieno di sale e di scogli, più che il bisogno di azzurro a spingerla fuori era stata la voglia di silenzio. Fece scorrere lo sguardo sugli scogli, mentre il mare accarezzava la terra come un velluto. Dove sei?, pensò all’improvviso. Dove sei, adesso? Perché non sei qui, con me, a spiegarmi?
Ricciardi camminava, lo sguardo chino e le mani in tasca. Camminava avendo nella testa lo stesso vento e la stessa sabbia del giorno prima. E il vento portava in giro in maniera disordinata anche le poche, confuse idee sul caso Roccaspina che stava seguendo.
La composta sofferenza della contessa che gli aveva chiesto aiuto e alla quale lui non aveva saputo rispondere di no.
L’impegno che, con l’aiuto di Maione, stava mettendo nell’indagare, al di fuori delle proprie competenze, su un caso chiuso da mesi era notevole. Sapeva che a sollecitare quell’interesse era stata la contessa Bianca di Roccaspina.
La contessa era convinta che il marito si fosse accusato del delitto di Ludovico Piro senza averlo compiuto.
Bianca aveva sostenuto questa tesi fin dal primo momento, ma di fronte a una confessione molto circostanziata e mai ritrattata, senza contraddizioni ed espressa in piena lucidità non c’era stato niente da fare.
Un caso chiuso, un’indagine senza sbocchi; l’impossibilità di osservare coi suoi occhi gli elementi, di rilevare eventuali indizi sfuggiti agli altri e soprattutto di sentire l’ultimo mezzo pensiero del morto, attraverso quella terribile, folle facoltà che il Fatto gli regalava.
Era come cercare qualcosa in un cassetto vuoto. E tuttavia gli pareva di essere tornato vivo, concentrato su qualcos’altro che non fosse la sua angosciosa, nuova solitudine. Già quello era un grande risultato, dovette ammettere.
Ricciardi, che in genere era freddo e razionale, non riusciva a liberarsi dall’impressione che la donna avesse ragione. Disponendo sulla scrivania alla luce della lampada i tasselli che aveva raccolto, capiva di non avere molto materiale in più di quello che aveva esaminato il collega subito dopo il delitto. Certo, l’arma non c’era, e gli sembrava molto strano che tutto fosse accaduto senza che nessuno avesse udito niente. Ma in linea di principio era possibile, così come era possibile quello che sosteneva Maione con una punta di cinismo, che chi aveva sentito qualcosa si guardasse bene dal farsi avanti per evitare fastidi.
E poi, come ogni volta, anche in questo caso, era stato un improvviso, totale ribaltamento di prospettiva. Bastava cambiare la chiave d’interpretazione e quello che prima era contraddittorio, senza senso e discordante andava all’improvviso a comporre un quadro ben leggibile e privo di incoerenze. Per quanto assurdo fosse il pensiero originante, tutto ritornava.
L’amore che uccide, l’amore che non lascia niente in piedi dietro di sé, l’amore che distrugge.
La vita. La morte.
– Amare qualcuno significa volere il suo bene, padre. Voi dovreste saperlo. E quando si è sicuri di essere il male, ci si deve allontanare. Per impedire che proprio chi si ama di più bruci sulla fiamma della candela.

– Vedete, commissario, le anime sono fragili.
Esseri bellissimi e fragili, di cristallo, lasciano passare la luce e il calore, ma non sono in grado di trattenerli. Le anime sono di vetro, e a strapazzarle troppo possono incrinarsi e dare riflessi sbagliati. Non sottovalutate l’anima, commissario. Abbiate il coraggio di guardare al suo interno, la superficie è trasparente, ve lo consentirà.

Ognuno ama come può, e nella maniera che crede più giusta.

Amore, amore. Mio grande, dolcissimo amore. Chissà se sei sveglia, adesso. Chissà se mi pensi, se capisci quello che ho fatto per te. Chissà se la luna ti accarezza il profilo, se assaggia la tua pelle.

C’è un momento, nella notte, che è un diaframma. Non è lo stesso per tutti, naturalmente. Arriva quando il territorio della coscienza diventa indistinto, come quando in un’alba d’inverno si cammina in campagna e la nebbia nasconde le cose in mezzo ai sogni.
In quel momento le paure si fanno strada in mezzo alle decisioni e le sgretolano, una pietra alla volta, per mettersi a costruire i sogni che seguiranno e che, la mattina, si dissolveranno silenziosi.
In quel momento le sicurezze cessano di esistere, la fame è meno urgente, perfino il dolore si fa da parte per lasciar passare le passioni più lontane, quelle che abbiamo chiuso dietro la porta della ragione.
Accade che ci si senta forti, in quel momento. Che sembri possibile abbattere gli ostacoli senza sforzo, risolvere le questioni senza dubbi. O che ci si senta deboli, e ogni ostacolo sembri una montagna senza appigli e senza scappatoie. Accade di aver paura di sentirsi forti.
Di aver paura di non farcela, a mantenere una decisione.
Ma ancor più di avere paura di farcela.