Antologia di Spoon River
by Edgar Lee Masters
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Spoon River, l'Antologia del loro scontento...E.L.Masters poeta rivoluzionario.
La storia italiana di questo libro ha una storia a sé. Meritevole nelle sue implicazioni di esser raccontata come appendice dell'antologia stessa, fu Cesare Pavese a consigliare ad una giovanissima Fernanda Pivano la lettura di autori americani e inglesi tra cui appunto “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Dopo qualche anno lo stesso Pavese, trovando in un cassetto la traduzione che la sua amica-allieva aveva fatto all'insaputa di tutti, la portò a Einaudi e dovette faticare non poco per farla pubblicare. Era già di per sé difficile vendere poesia, e al tempo la censura del ministero di Cultura Popolare prestava attenzione particolare per tutto ciò che rappresentava L' America. Tempo dopo Pavese raccontò che l'autorizzazione fu chiesta per un “Antologia di S. River”, confidando di convincere il funzionario di turno che si trattasse di una raccolta poetica di un Santo poco conosciuto..quando infine uscì la pubblicazione, fu subito sequestrata per alcuni “appunti proibiti” di copertina ma, cambiati quelli, poiché l'autorizzazione era regolare, i pensieri di libertà di Masters poterono circolare nell'Italia fascista stabilendo uno spartiacque importante nella gioventù di allora. La Pivano ricordò sempre quel giorno d'inverno, quando si incontrò con Pavese che gli diede la copia tradotta proprio da lei, e come quelle pagine così terse, dai verbi regolari simili ad un'arte povera e altrettanto diretta richiamò, forse inconsciamente, una generazione al pensiero critico e individuale; dopo anni di condizionamento agli slogan e al pensiero unico e impersonale, vi fu un suggerimento composto in versi che portava alla presa di coscienza dell'uomo nel contorno apparentemente normale di un villaggio, di una città, di un quartiere. In tutta l'opera prevale un senso di tragedia, nella pettegola e bigotta comunità paesana dove E. Lee Masters mostra nei suoi risvolti più diversi l'angoscia, il rimpianto o la semplice solitudine dell'individuo, dove più si restringe il centro sociale, limitando i campi d'azione, tanto più gli uomini si sentono isolati nel loro comune scontento. Uno stato d'animo da cui, proprio perché collettivo, ciascuno potrà liberarsi solamente da sé, distogliendosi da quei legami così asfissianti e fatali come le parate militari, l'amore in molti suoi aspetti e il buonsenso comune che spesso buono proprio non è. Spoon River porta infatti con sé il fermento sotterraneo di ognuno, celato sotto la formale apparenza di una civiltà immatura e obbligatoriamente ottimista come quella americana, rivelando senza mezzi termini i desideri repressi di donne e uomini che hanno ucciso i loro sogni nel nascere, e che predicando da sempre, la nazione, la libertà e l'indipendenza, si sono ritrovati ingannati dai loro stessi ideali. Divenuti coscienti dell'incapacità di appagare i bisogni più veri della libertà umana, i morti pensanti della collina sono i testimoni di queste riflessioni e l'Antologia, composta nei primi anni della grande guerra, denuncia sia le ferite di una prima generazione perduta, che quelle che il puritanesimo avrebbe lasciato e continuerà a lasciare sulla pelle dell'immensa provincia americana. Formalmente ispirato dagli epigrammi greci, da qualche folgorazione dantesca, vi è una straordinaria verità psicologica, e una verità a suo tempo percorsa dal realismo del primo '900. Ma se London, Dreiser, Twain e altri unirono il riflesso europeo a una ricerca di stile, E.L. Master scoprì un tono, un senso di smarrimento, un emozione dai tanti nomi della “small town” quella “piccola città bastardo posto” del Middle West in cui 244 epitaffi raccontano le loro vite mai pienamente vissute o realizzate, in cui nell'epoca dei grandi cambiamenti la crisi di ognuno si mescola tra fortune disgrazie in cui solamente dalle tombe risorgevano con tutta la loro spiazzante sincerità. E' quindi facile riconoscere i temi fondamentali dei successori: dall'epico ricordo della guerra, in cui parole come patria, onore, dio, famiglia, rimbombano nel loro vuoto demagogico e propagandistico, fino agli altri temi fondamentali che grazie alle testimonianze degli epitaffi prendono una forma definita e articolata: il giudizio divino e quello spesso limitato ed ingiusto del sistema giuridico, l'amore e la sessualità che, raccontati con sobria e terribile semplicità, saranno gli stessi in Anderson, Hemingway, Faulkner; quell'amore rivisitato in tutti i suoi aspetti, dall'evasione al soffocamento fino al tema forse più lirico e alto del malato di cuore che sacrifica la vita per un momento a lui unico...un amore che è spesso spunto di tragedia, metafora di una violenza mimetizzata sotto la bianca vernice dei sepolcri, come in vita era coperta dall'indelebile patina puritana. In fine i mille linguaggi professionali: il giudice, il chimico, il procuratore il poeta romanziere o il confessore, si raccolgono in sequenze che rimandano alla lingua parlata, ad una via di mezzo tra la poesia e la prosa, un artificio che la Pivano riuscirà a mantenere nonostante le difficoltà di traduzione: si fondano così come una Babele di ruoli e frasi i mille rimpianti, i sospiri e i peccati sussurrati fino ai loro sogni, trasformandosi in una poesia della memoria, dove la realtà è anche vissuta sotto l'aspetto malinconico del ricordo e del desiderio: gli epitaffi non ci dicono di ciò che il villaggio è stato, ma di ciò che gli abitanti di esso hanno fantasticato, e forse proprio per questo che dietro la fantasia infinita di ogni scemo, c'è sempre un villaggio. Attraverso Masters quindi, la poesia si trasforma e diventa veicolo d'ispirazione e riflessione per tutti, in cui sulla sconfitta dell'uomo della porta accanto, sulle contraddizioni micidiali pagate sempre dai più deboli, si può riconoscere la franchezza con cui leggere e con cui approdare alla dimensione di Spoon River percependo la stessa intensità di Steinbeck. E se la morte è la grande livellatrice è il poeta stesso a dare il suo giudizio misurato e umano...E' lui che ridà dignità e identità e che raddrizza i torti subiti, le lacrime versate, colui che, in fine, si sostituisce a quella giustizia umana o divina che, nella provincia a stelle e strisce, ha spesso fallito. E' in questo senso che l'Antologia restituisce anche la saggezza che un paese tanto grande e accelerato aveva miserabilmente perso. Masters la rende a chi ormai non ha più vita ma forse proprio per questo, acquisisce quelle caratteristiche onniscienti di chi sente e vede con i sensi placati, o semplicemente più affinati. E proprio perchè guardano e parlano al passato, protagonista è anche il tempo, una dimensione della memoria in cui non sono appunto loro a parlare di se stessi ma è il tempo che li ha trasformati, il poeta così trasfigura le parti e si riconcilia con la vita. Con quella di Minerva Jones, assetata d'amore, o quella di Hod Putt che si riconosce in pace fianco a fianco con gli altri, o ancora quella di George Gray che vede la più grande tortura in una vita senza significati. E così, con una poesia pubblica e “socialista” E.L. Masters racconta con chiarezza, senza vergogna, senza condizionamenti dall'alto, qualsiasi sia questo alto, il rimpianto o la lucidità dei morti, nella bellezza triste del rimpianto, nell'anonimo accettare con un po' di luce in più, come a vederci più chiaro. Per finire l'appendice alla storia italiana dell'Antologia, nel 1971 Fernanda Pivano che raccolse il testimone di Pavese andò ad aprire a chi aveva suonato alla sua porta. Fu lì che conobbe un giovane che voleva fare un disco su Spoon River... era Fabrizio de Andrè e il disco, in cui alcune poesie rivisitate e musicate del libro risplendono di una luce forse ancora più brillante, è quello che sto ascoltando ora, che mi fa scrivere di getto questi pensieri... un albero quasi genealogico che definisce il profilo intenso di questa storia...da Edgar Lee Masters a Pavese, da Fernanda Pivano a Fabrizio de Andrè, passando per le 243 voci più un'eccezione...quel suonatore Jones “che fu sorpreso dai suoi novant'anni, e con la vita avrebbe ancora giocato...lui che offrì la faccia al vento la gola al vino e mai un pensiero...non al denaro non all'amore né al cielo...”