Appunti per un naufragio
by Davide Enia
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Lampedusa, da lepas, lo scoglio eroso dalla furia degli elementi, che resiste nella vastità del mare aperto. Oppure Lampedusa da lampas, la fiaccola che risplende nel buio, che sconfigge l'oscurità. Su questa isola protesa a sud, tra Africa e Europa, Davide Enia guarda in faccia chi arriva e chi attende, e narra la storia di un naufragio individuale e collettivo. Da un lato una moltitudine in movimento, che attraversa intere nazioni e poi il Mar Mediterraneo, in condizioni al di là di ogni immaginazione. Dall'altro, a cercare di accoglierla, un pugno di uomini e donne sul confine di un'epoca e di un continente. Nel mezzo si è posto l'autore stesso, per raccontare la scoperta di ciò che accade davvero in mare e in terra, e il fallimento delle parole che si inabissano nel tentativo di comprendere i paradossi del presente. A partire da una forte esperienza, dal toccare con mano la disumana tragedia degli sbarchi, Enia dà voce ai volontari, agli amici d'infanzia, alle testimonianze dei ragazzi che approdano miracolosamente sull'isola. E mette a nudo le conseguenze emotive di questa realtà toccante e sconcertante, soprattutto nel rapporto con il padre, medico da poco in pensione, che accetta di recarsi con lui a Lampedusa. Ritrovarsi assieme a testimoniare il dolore pubblico di quelli che approdano e di coloro che li salvano dalla morte, accanto a quello privato della malattia dello zio, li spinge a reinventare un rapporto, a forgiare un nuovo e inedito dialogo che si sostituisce ai silenzi del passato. «Ho frequentato Lampedusa per anni. Ho visto sbarcarvi qualche migliaio di persone, ho incontrato il personale medico e gli uomini della Guardia Costiera, ho mangiato a casa dei residenti, sono uscito in barca con i pescatori, ho ascoltato ragazzi sopravvissuti alla traversata e ho dialogato con i testimoni diretti». In "Appunti per un naufragio" emerge la vera storia di persone accomunate dall'esperienza della fragilità della vita, che come una rivelazione spinge ognuno verso un nuovo approdo, verso l' ascolto e la scoperta dell' altro.

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Giogio53Giogio53 wrote a review
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Sellerio con omaggio - 29 nov 20
Un regalo impegnativo di un’amica, che ho aspettato a leggere per maturare un po’, la lettura e l’amicizia. Di Enia avevo letto un libro che mi aveva coinvolto su di un inventato calciatore e sulla sua scomparsa (compresa una bellissima e lunghissima playlist). Questo è tutto un altro tenore. Un libro di impegno civile e di coinvolgimenti familiari. E non so quale dei due aspetti mi ha colpito di più.
Di trama in sé non è che si possa parlare molto, che, come riporta il titolo, sono più che altro appunti che si affastellano durante diverse visite all’isola di Lampedusa, dove si vive, quotidianamente, il dramma dei migranti e della morte alle porte. Così Davide ci presenta diversi personaggi isolani, o diventati isolani, che, in modo differente sono coinvolti nel dramma degli sbarchi più o meno clandestini, e nelle tragedie in mare, compresa quella che, almeno mentalmente, fornisce il motore primo dello scritto: l’affondamento del 3 ottobre 2013, con quasi quattrocento morti.
Enia ha un’ottima scrittura, che rende agevole leggere anche pagine di una crudeltà sovraumana. Nella parte che ho chiamato civile, poi, c’è tutto un susseguirsi di sensazioni che non cadono mai in recriminazioni sterili od in poco utili (in questo contesto) suggerimenti su cosa fare e come. Si parla dei migranti, certo, ma soprattutto si guarda tutto con l’occhio da questa parte. Di chi cerca di salvarli in mare. Di chi cerca di curarli, aiutarli, proteggerli ed anche sostenerli. Economicamente, moralmente, sanitariamente.
Ci sono tanti personaggi che scorrono sotto la lente di Enia, e tutti, pur nella diversità, sempre con quel fondo di empatia che contraddistingue chi ha senso stia al mondo. Ci sono gli amici vicini, Paola, Melo, Simone. Ci sono i barcaioli, nel senso della gente che va in barca, in genere a pescare, ed ora si ritrova alla pesca di esseri umani, vivi o morti, purtroppo. Ci sono i sommozzatori, quelli che hanno i compiti più ingrati, quelli che vanno a recuperare i corpi in profondità. Dalle parole di uno di loro esce tanto orrore che qualsiasi persona dotata di un’infinitesima percentuale di umanità non può che sentirsi colpita, indignata, mossa a qualcosa. Certo, noi, da qui, da Roma, lontano dal mare e dalle isole, ci rendiamo conto che poco concretamente si può fare. Ma si può non passare in silenzio. Si può unire la nostra voce alle altre voci.
Poi c’è l’altra parte, che in maniera diversa ma altrettanto profonda mi ha colpito. Quella personale. Quella del rapporto con i congiunti più grandi. Con lo zio, malato di tumore, con la delicatezza di un rapporto che non invade, ma che tocca le corde di passati comuni e di inutili prospettive di futuri altrettanto comuni. Che l’unico futuro che Davide riuscirà a dare allo zio Beppe sarà proprio questo libro. Ma di questo taccio, che troppi sono i dolori che si potrebbero aprire. Mentre apro e consolido il giudizio, sul rapporto tra Davide ed il padre. Ahi, quanto avrei voluto, quanto vorrei anch’io ora, che mio padre non avesse vissuto gli ultimi lunghi anni del suo passaggio terreno chiuso in una malattia che poco riusciva a penetrare all’esterno. Certo, capiva e si faceva capire, ma era difficile, è stato difficile, istaurare un rapporto di scambio, una comunicazione, come quella che, con tutte le difficoltà, riesce in qualche modo ad essere descritta nel libro.
Ci vuole certo uno sforzo da tutte e due le parti, per potersi aprire, per poter comunicare. Questo è valido, sempre, in tutti i rapporti. Filiali, parentali, amicali. Enia riesce a sfondare una porta che vuole essere sfondata, e riesce a collegarsi con quella persona che è stata ed è un sé stesso prima di esserlo coscientemente. Ritornano, lì come altrove, i fatti caratterizzanti dei DNA che si ripropongono. Diversi, certo, ma con quel fondo di comunità che ci fa dire di essere rami della stessa radice. C’è anche un salto mentale che mi ha fatto fare la descrizione del rapporto del padre cardiologo con le strutture mediche cui stava a contatto. Una descrizione (pagine 143 e 144) che vi invito a leggere per poterla confrontare con gli sforzi odierni, attuali, di chi, medico, infermiere, lotta con l’attuale pandemia. E poi, c’è un lato personale sentimentale, doppio, che sottolineo quasi in chiusura.
Quando, dall’aereo, Davide sorvola il Belice.
Doppio, che ricordo l’andata familiare a pochi mesi dal terremoto, quando con mio padre si andò a trovare e solidarizzare con Danilo Dolci, suo amico e coevo. E poi ricordo la gita recente con Ale, quando finalmente siamo riusciti a vedere il Cretto di Burri sopra le rovine di Gibellina. Se non l’avete visto, è uno dei più alti esempi al mondo di “land art”. Chiudo, infine, augurando (come da citazione) tanti momenti polpo a tutti i miei amici che hanno una penna in mano.
“Spesso è questo ciò che accade, si cerca lontano quando invece è proprio da ciò che è vicino che andrebbe cominciata l’indagine.” (26)
“Il momento ‘polpo’ è quando una storia, se vuole, ti viene incontro, e non c’è bisogno di trafiggerla o di scagliarcisi contro. È necessario starle vicino, quello sì, rispettarne i tempi ed essere pronti ad accoglierla.” (72)
LudovicaLudovica wrote a review
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Ci sono delle situazioni in cui non riesci più a trovare le parole, è proprio come se non ti fidassi più di loro, come se fossero un incantesimo troppo rischioso per essere formulato, lo sai come sono le persone, ti guardi negli occhi e ti sembra di aver intuito tutto, ma sai che nel momento in cui si cede alla tentazione di dare un nome a ciò che hai compreso, nel momento in cui pronunci la parola, l’incanto si spezza e nella mente di entrambi solo la parola rimarrà, il resto svanisce, è fatto così il cervello, lavora con atomi logici, assembla idee comprensibili, nell’istante in cui riesci ad elaborare una sovrastruttura da quello che senti è su quello che poi costruisci ricordi e giudizi, l’innominabile viene seppellito e rimane nascosto.
Perciò hai paura di pronunciare le parole, è il modo in cui ti aggrappi alla speranza di tenere tutto l’innominabile tra le mani, di comprenderlo, impari ad esprimerlo nel silenzio, nella postura del corpo, nell’intensità dello sguardo, nei piccoli gesti, nell’essere accanto- e così anche il silenzio diventa una sinfonia unica e speciale per ognuno, un modo di essere. E’ quello che succede davanti alla guerra, alla disperazione e alla morte, ma anche davanti all’amore.
Tutte queste situazioni si intrecciano nelle storie di Lampedusa, storie così lontane da noi che non possiamo neanche immaginare. Allora, a maggior ragione, come fidarsi delle proprie parole? Come si può essere sicuri di dire tutto? Come fai ad essere certo che, una volta che delle parole siano state pronunciate su quelle storie, non siano solo le parole a sopravvivere, a propagarsi, nascondendo le persone che le hanno ispirate?
Eppure, anche qui, come ogni volta davanti alla morte e all’amore, alla fine ti fai coraggio e ti fidi delle parole, perché pur inadeguate e imprevedibili sono tutto ciò che abbiamo per andare avanti. Il silenzio è potente, ma anche fermo. E’ l’arte di capire le cose come sono, senza intromettersi, ma proprio per questo è difficile che ti permetta di cambiarle. Puoi comprendere un tuo caro solo nel silenzio, ma per dargli conforto devi lanciarti con le parole- usando anche ciò che nel silenzio hai imparato.
Se vuoi dare speranza alla rinascita di chi sarebbe potuto morire mille volte e invece è ancora vivo, devi dargli voce, almeno aprire lo spazio perché la sua voce sia ascoltata. Se qualcosa non funziona e non vuoi che continui così, devi parlare.
Ed è così che Davide Enia scrive, mischiando a quelle storie la sua, raccontando la difficoltà di cercare le parole per i naufragi da quella di cercarne altre ancora, quelle per comprendere suo padre che lo accompagna nella visita all’isola, affiancando allo sguardo del figlio quello del suo silenzio, quelle per comprendere il dolore combattivo dello zio, che sta affrontando un tumore, ma soprattutto quelle per raccontare l’amore che lega loro tre, figlio padre e zio, tre uomini e lo stesso linguaggio del corpo, tre silenzi e un legame in grado di dare qualcosa di prezioso anche quando le speranze sono poche.
Una Specie Di BibliotecaUna Specie Di Biblioteca wrote a review
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N.21
“Lampedusa, da «lepas», lo scoglio eroso dalla furia degli elementi, che resiste nella vastità del mare aperto. Oppure Lampedusa da «lampas», la fiaccola che risplende nel buio, che sconfigge l'oscurità.”
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Lampedusa è una terra sublime, per la bellezza della sua natura e per la potenza del ruolo umanitario che ricopre; una terra che, quando la conosci, se hai abbastanza sensibilità e intelligenza per capirla, ti entra dentro, e lo fa per sempre. Davide Enia, con “Appunti per un naufragio”, ha dimostrato di averne compreso ogni singola contraddizione e saggiato ogni paradosso, toccando con mano il dolore di chi vive quel luogo e di chi, in quel luogo, vede la salvezza.
Insieme al padre, mentre l’amato zio, lontano da loro, sta affrontando una malattia che non dà scampo, Enia si ritrova sull’isola per guardare in faccia la tragedia: quella personale e quella collettiva. Attraverso le parole dei pochi volontari che portano sulle spalle il peso di una responsabilità enorme e ai racconti sui popoli che ogni anno, nella speranza di un futuro decente, affrontano il mare rischiando la vita, l’autore dà voce a chi troppo spesso rimane inascoltato.
“Appunti per un naufragio” permette a tutti noi di sentirci un po’ meno fuori dal problema, di empatizzare con chi arriva da fuori e con chi apre le porte di casa propria, di capire che quello che succede nel nostro mare va al di là dei dati statistici e delle notizie gelide che ascoltiamo al telegiornale. Ecco perché, tra i molti libri che ho letto nella mia vita, questo è nella lista degli indispensabili.