Austerlitz
by Winfried G. Sebald
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Jacques Austerlitz è un professore di storia dell'architettura, studioso di quei luoghi che, soprattutto nell'Ottocento, tendevano ad assumere forme involontariamente visionarie. Alto, dinoccolato, molto somigliante a Wittgenstein cui lo accomuna un vecchio zaino che costantemente porta in spalla, Austerlitz vive a Londra in un appartamento spoglio, privo di affetti e povero di amicizie. Dietro la sua dottrina si spalanca il vuoto. Austerlitz semplicemente non sa chi è e a un certo punto si mette alla "ricerca delle proprie tracce". Il passato riemerge lentamente ed è lacerante: tutta la sapienza dell'autore sembra concentrarsi in questo itinerario di ricerca assolutamente angosciante.

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EmanuelaEmanuela wrote a review
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Alfonso76Alfonso76 wrote a review
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Dal punto di vista della stretta qualità letteraria, certamente nella Top 3 dei libri letti nel 2020: Austerlitz di Winfried G. Sebald è un romanzo – ma la definizione è riduttiva come non mai – cla-mo-ro-so.

Austerlitz è un complicato viaggio nella storia e nella memoria di Jacques Austerlitz, professore di storia dell’architettura, viaggiatore, uomo coltissimo, raccontata dalla voce di un amico. Un’amicizia magnifica, tra l’altro, nata quasi per caso e che costituisce forse la lama di luce più luminosa in un testo che non è certamente di facile lettura.

La forma narrativa è meravigliosa (e di conseguenza l’edizione Adelphi): scritti, disegni e fotografie si succedono in un esercizio letterario che no è puramente stilistico ma assolutamente al servizio del racconto e del messaggio di Sebald: una continua, instancabile ricerca di senso attraverso la scoperta di radici, origini, appartenenza. Una ricerca che si trascina dietro i toni dell’angoscia e dell’amarezza e che costituisce, in un unico e formidabile testo, una sorta di biografia dell’Europa e delle sue contraddizioni storiche, delle sue ambizioni di civiltà, della sua stessa essenza.

Austerlitz mi ha convinto al 100%, in ogni sua pagina: è uno di quei romanzi che – citazione dopo citazione, riferimento dopo riferimento – non ti stancheresti di leggere con un libro in una mano e un tablet-econclopedico nell’altra, che ti spinge a fare ricerca, a scoprire artisti poco noti, luoghi mai frequentati, palazzi che hanno visto la Storia ma che non hanno fatto la storia. Magnifico, e più che meritevolmente presente nella lista dei 1001 libri da leggere a tutti i costi.
Rimanu66Rimanu66 wrote a review
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Rimanu66Rimanu66 wrote a review
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SingerSinger wrote a review
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Un trompe-l'œil di memorie
L'ultimo romanzo di Sebald si caratterizza per una potenza mimetica straordinaria, quale non mi è mai capitato di incontrare in anni di letture, capace di indurre nel lettore quella sospensione totale dell'incredulità che di rado viene associata alla letteratura non-di genere.

Quante volte sono stato tentato di interrompere la lettura e cercare in rete notizie di Jacques Austerlitz, se ancora vivesse, se avesse infine scoperto la sorte di suo padre!

Austerlitz, una vita, una memoria e un mondo che Sebald ha immaginato e costruito a partire da scampoli evocativi, giuntigli per capriccio del caso (un documentario sul Kindertransport, vecchie fotografie), da dotte letture sull'architettura e sull'arte, e dalla necessità di tedesco, più o meno conscia, di indagare la macchia gravante sulla storia della sua nazione.

Un'opera complessa e impegnativa, non solo nei contenuti, ma anche nella scrittura, che come un fiume (metafora del tempo perduto e ritrovato, circolare e oscuro) scorre ricca di anse, insenature, secche - in cui l'attenzione del lettore, sia lecito notarlo, si perde e si arena di tanto in tanto; un romanzo in cui «la trasmissione delle conoscenze» rappresenta «l'avvicinamento graduale a una sorta di metafisica della storia, in cui il ricordo torna ancora una volta a vivere.»

A vivere non solo nello sradicato e ramingo Austerlitz, che mai chiede pietà bensì comprensione d'intelletto, ma in chiunque voglia accostarsi a queste duplici memorie: fittizie di un uomo e reali, troppo reali, di un'epoca.
AmymonAmymon wrote a review
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Un manuale per gli appassionati di architettura
Non capisco perché la gente lo ritenga un capolavoro; come non ho capito il commento di Pietro Citati, che, entusiasta del libro, lo definisce uno dei pochissimi capolavori degli ultimi decenni, mi sembra che dica.
Io, personalmente, stavo per mollare il libro alla cinquantesima pagina perché cominciavo a credere che si trattasse di un libro di architettura, poi è iniziata un po' di narrativa, ma non capisco proprio perché Austerlitz racconti tutti i dettagli di quello che vede (soprattutto edifici), cioè lo potrei capire dal momento che è uno studioso di architettura, ma se stai raccontando la tua storia a un conoscente in un bar (come nel suo caso) perché non raccontargli la storia e basta invece di perdersi in divagazioni assolutamente inconsistenti su quanto era grigio un edificio? E soprattutto come fa a ricordarsi tutto (davvero un mucchio di roba) così precisamente a distanza di tanti anni?
Devo ammettere che l'ho abbandonato a pagina 286, solo 29 pagine prima della fine, perché non ce la facevo davvero più e avevo Oltre il Confine ad aspettarmi sul comodino.
Tuttavia non penso si sarebbe riscattato nel finale. Purtroppo la narrativa, la trama sono rimaste decisamente in secondo piano, se non in terzo, per dare spazio a lunghe descrizioni interminabili che mi hanno fatto ammalare la voglia di leggerlo.
Ammetto anche che ci sono alcune immagini molto belle ma per il resto l'ho trovato veramente noioso, non classificabile come romanzo.

SamueleSamuele wrote a review
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La Shoah è stato l'indicibile, un evento così carico di orrore che la mente umana non riesce mai, realmente, a venirci a patti. E' possibile guardarlo attraverso filtri, specchi, intermediazioni, come Teseo riuscì a guardare la Gorgone soltanto attraverso il suo scudo. Come si può allora averne memoria? Come si può trasmettere la memoria di ciò che è così grande da non riuscire a essere nemmeno visto veramente? Sebald, in "Austerlitz" si interroga proprio su questo.
Austerlitz è un uomo che il narratore incontra in una sala d'attesa. Nel corso di decine di anni, l'uomo gli racconta la sua storia, in particolare di come ha scoperto la sua vera identità e dell'orrore che la permane - la Shoah.
Le prime due cose che saltano all'occhio, proprio appena si apre il libro, sono: uno, la scrittura di Sebald, senza quasi mai andare a capo (ci va tipo 4 volte in tutto il libro); due, le foto.
Il fatto che non vada mai a capo non è soltanto una scelta puramente formale, ma è una scelta che riverbera sia l'atmosfera del libro, sia la condizione psicologica in cui vive Austerlitz. Quando si va a capo, si divide un testo in paragrafi, capitoli, il lettore riesce a rifiatare, a uscire fuori dalla struttura del libro. Cioè, è come se l'autore permettesse una pausa alla realtà che sta descrivendo (sia essa narrativa o saggistica), e il lettore può astrarsi, se vuole, per tirare magari delle conclusioni. Esce dal libro e rientra in sé. Finché non va a capo, invece, il lettore è all'interno della narrazione, ne segue i concatenamenti logici e ontologici. Ogni frase, cioè, è collegato all'altra proprio come una catena. Non andare mai a capo, quindi, rinchiude il lettore all'interno di una gabbia che è il libro. Non gli lascia alcuno spazio di respiro o di astrazione. Non rientra mai in sé perché il discorso non è mai concluso. Il lettore, quindi, è come se fosse preso in ostaggio. Ed è questa la condizione esistenziale in cui vive Austerlitz. Sebald, quindi, con questa scelta formale ricrea l'angoscia e la prigionia di Austerlitz, il suo essere schiacciato dal tempo e dal passato. Il non andare mai a capo, infatti, significa legare tutte le azioni in un unico punto temporale, in una contemporaneità infinita. Che è quello che prova Austerlitz quando pensa che "tutti i punti temporali potessero esistere simultaneamente gli uni accanto agli altri, cioè che nulla di quanto racconta la storia sia vero, che quanto è avvenuto non sia ancora avvenuto, ma stia appunto accadendo nell'istante in cui noi ci pensiamo, il che naturalmente dischiude peraltro la desolante prospettiva di una miseria imperitura e di una sofferenza senza fine".
L'altra caratteristica particolare del testo sono le foto. Innanzitutto, le foto mettono in crisi il carattere finzionale del testo. Ci sta per esempio una foto di un bambino che ci viene detto che sia Austerlitz, o di una squadra da calcio. Queste foto, con il loro carattere apparentemente oggettivo, entrano in collisione con l'idea che il romanzo sia finzione, rendendo, quindi, reale, vero, Austerlitz. Ma questa, forse, è la cosa più ovvia e meno importante. Il ruolo fondamentale della fotografia sta nella sua memoria. Nel suo essere un ricordo che non svanisce. Quando Austerlitz passa al narratore le sue foto, lo fa proprio per rinforzare la sua azione di racconto: "Nel lavoro di fotografo, ogni volta mi ha incantato il momento in cui sulla carta impressionata si vedono emergere, per così dire dal nulla, le ombre della realtà, proprio come i ricordi, disse Austerlitz, che affiorano anch'essi in noi nel cuore della notte e, per colui che li vuole trattenere, tornano rapidamente a oscurarsi in modo non diverso da una stampa fotografica lasciata troppo a lungo nel bagno di sviluppo".
Arriviamo, quindi, alla memoria. La memoria è al centro di Austerlitz, romanzo e persona. Austerlitz è privo di ricordi della sua infanzia, cresciuto in Galles, soltanto alla morte dei suoi genitori adottivi, scopre il suo vero nome e di essere stato adottato. Ma non sa né perché né percome, a un livello cosciente. Ma vive, costantemente, con questo senso di angoscia, di rottura che lo tormenta e lo dilania. Sono i ricordi della sua infanzia che vengono risvegliati e, pur non essendo riconosciuti, decifrati, lo gettano quasi nella follia. Austerlitz è un uomo rotto. Eppure, nemmeno quando scopre la verità, riesce a ricucire la sua identità. Come in una specie di Alla ricerca del tempo perduto, è l'ascolto di una conversazione casuale in radio che fa ricordare a Austerlitz chi è veramente - figlio di una famiglia ebrea praghese. Il riaffiorare di ricordi, di memorie, di un'identità che Austerlitz non sapeva manco di avere, figurarsi averla perduta, però non ricuciono quello strappo insanabile che ha nell'anima. Come potrebbero farlo? La Shoah, la deportazione, può essere ricordata, rivissuta, ma mai, veramente, superata. Austerlitz prova a mettersi in viaggio, come fosse l'Ebreo Errante della tradizione, ma il viaggio non ha alcun valore curativo. Non ce l'ha perché non vi è possibilità di fuga, di guarigione per Austerlitz e per la sua storia. L'unica cosa che può fare, ormai vecchio, è quella di raccontare la sua vita e cercare che il ricordo si trasmetta. Se, infatti, gran parte della sua vita Austerlitz l'ha vissuta facendo di tutto, a livello inconscio, per dimenticare quello che era accaduto (ignorando patologicamente la Germania, la Seconda Guerra Mondiale, in un tentativo disperato di evitarne l'orrore), ma comunque venendone influenzato dai miasmi, ora, ormai vecchio, è alla ricerca del padre e di tutto ciò che può scoprire sul passato, perché "il nostro rapporto con la storia [...] è un rapporto con immagini già predefinite e impresse nella nostra mente, immagini che noi continuiamo a fissare mentre la verità è altrove, in un luogo remoto che nessun uomo ha ancora scoperto".
Ma Austerlitz non è soltanto un uomo. E' forse anche un intero continente, un intero mondo, che vive dell'amnesia di quell'orrore. Emblematica è la descrizione, lunghissima, della nuova biblioteca nazionale francese che sembra quasi scoraggiare il lettore che cerca, e che, non a caso, sorge su un sito collegato alle deportazioni francesi. L'Europa non può scendere a patti con l'orrore che è stata la Shoah. Non può accettarla, non per cattiveria, ma per incapacità. Allora sì, per carità, ci stanno dei siti di ricordo, come i campi di concentramento, ma sono siti museali, quasi, privati della propria forza di restituire il passato. Sono delle rovine. E le rovine trasmettono aneddoti, non ricordi. Ecco, allora, la necessità e l'importanza di Austerlitz, romanzo e persona. "L'abisso, che nessun raggio di luce riesce ad attingere, è l'immagine impiegata da Jacobson per indicare la storia remota e sommersa della sua famiglia e del suo popolo che di laggiù ne è ben consapevole, mai potranno risalire in superficie". E' in questo abisso, in questo Nocturama dell'esistenza, che il narratore, e noi, dobbiamo immergerci, nelle sue creature dimenticate e martoriate, non per sanare ferite che non sono sanibili, che non devono essere sanate, che la cura, la guarigione è soltanto il primo, atroce, passo verso la dimenticanza, ma per guardarle negli occhi, per riconoscere nei loro occhi l'orrore.