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by Søren Kierkegaard
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Francesco PlatiniFrancesco Platini wrote a review
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Quello che veramente importa non è tanto formare il proprio spirito, quanto maturare la propria personalità.
È facile criticare questo testo che, attribuito a un filosofo, potrebbe apparire come una sorta di manuale di buon senso. In fin dei conti, tutti i ragionamenti, anche quelli più profondi, portano poi alla conclusione di vivere una vita semplice, con un mestiere, un matrimonio e senza pretendere di andare oltre i propri mezzi.
In realtà così semplice non è, perché presume il concetto di scelta, quel momento problematico contro cui si scontrerà anche Sartre e tanta parte del Novecento. L’angoscia per una vita in cui scegliere diventa perfino un dramma, implicando un’assunzione di responsabilità che è sì sinonimo di libertà ma che per l’uomo sradicato, sempre più slegato dalla metafisica, si rivela una difficoltà addirittura insormontabile.
La scelta stessa è decisiva per il contenuto della personalità; colla scelta essa sprofonda nella cosa scelta, e quando non sceglie, appassisce in consunzione. Perciò non importa tanto scegliere di volere il bene o il male, quanto scegliere il fatto di volere.

Non vi sono però tutte queste difficoltà per Kierkegaard che, ancorato a una fede solida, nemico di ogni introspezione psicologica, favorevole a uno stile di vita concreto perché l’astrazione non permette il momento giusto per la scelta, ritiene è possibile compiere con sicurezza la scelta passando dall’estetica all’etica che diventa il fondamento della vita, non annullando l’estetica ma confinandola in un campo ristretto.
L’estetica nell’uomo è quello per cui egli spontaneamente è quello che è; l’etica è quello per cui diventa quello che diventa. altrimenti la tua vita si disfa in una serie incoerente di episodi senza che tu possa spiegarla.

Kierkegaard aveva intuito i possibili danni di un relativismo che, a partire dall’ambito religioso, va a investire l’intera esistenza umana, diventando metodo abituale.
Ai nostri tempi, è all’ordine del giorno vedere lo spettacolo triste di giovani che sanno mediare il cristianesimo e il paganesimo, che sanno scherzare colle titaniche forze della storia, e a un poveretto non sanno dire quello che deve fare di questa vita e non sanno nemmeno quello che essi stessi vi hanno da fare.

Prima che il pensiero di Marx diventasse un caposaldo in tutto il mondo, il pensatore danese era riuscito a criticarlo nella maniera più efficace, non riferendosi a quello ma aprendo gli occhi sui danni provocati da una filosofia basata sulla necessità, com’è appunto il marxismo, che finisce per negare – completamente, la libertà.
La filosofia vede la storia sotto la determinazione della necessità, non sotto quella della libertà. Da ciò anche la sua incapacità a far agire l’uomo: essa, a dire il vero, esige che si debba agire necessariamente, ma questa è una contraddizione.

Nemico della psicologia e, in particolare, dell’autoanalisi, aveva già visto comparire una moda che prenderà piede in tutto il Novecento, senza distinzione di censo e di cultura. Naturalmente, le evoluzioni successive ci hanno mostrato che i disagi della mente e delle emozioni esistono, ma Kierkegaard denunciava quelli “di maniera”.
Ai nostri giorni è diventato una cosa grande essere malinconici; ma malinconico l’uomo lo diventa solo per colpa propria. L’essere malinconico è quasi diventato uno snobismo ricercato da tutti.
Il tutto a causa dell’eccessiva autoanalisi.
Non sono all’oscuro di quanto sia traditore il nostro cuore, di quanto sia facile tradire se stessi, specialmente quando si è maestri di quella dialettica che non solo dispensa ogni cosa, ma tutto sa annullare e scomporre.
Del resto, è proprio la perdita di certezze alte, metafisiche, a far sì che l’uomo riesca a cadere in trappole di per sé miserevoli.
Accade spesso nella vita che chi non teme nulla né in cielo né in terra, teme i ragni.
Affermazione che ricorda quella attribuita a Chesterton “Quando si smette di credere in Dio non è che non si crede a nulla, si crede a tutto”.

E non c’è nulla di nuovo nemmeno nell’accorgersi che l’uomo è relazione. E la maggior parte dei suoi guai vengono proprio dalla cesura delle relazioni con gli altri – un caso in cui si pone il problema logicamente dopo la soluzione.
Chi vive eticamente sa che importante è solo quell’umanità che si trova in ogni relazione, quell’energia colla quale la si considera. Chi vive così può esperimentare più cose nelle circostanze di vita più insignificanti che non colui che è stato testimone, e anche parte attiva, degli avvenimenti più straordinari.
E le relazioni sono guidate dall’etica, intesa come scelta, che è la garanzia della libertà ma anche della responsabilità che dalla libertà non può essere separata.
L’individuo etico può dire di sé che egli è il proprio redattore, ma è perfettamente cosciente di essere il redattore responsabile di se stesso; responsabile per se stesso in senso personale, perché quello che sceglie avrà su di lui un’influenza decisiva; responsabile di fronte all’ordine delle cose in cui vive, responsabile di fronte a Dio.

Farà inorridire molti, molte in particolare, la concezione della donna, per la quale Kierkegaard a il massimo rispetto, ma per cui pronuncia un no deciso a qualunque forma di emancipazione. Prima di lanciare strali, però, leggete con maggiore attenzione per scoprire come il timore del danese sia uno scardinamento di quanto ci sia di buono nella donna che la farebbe assomigliare sempre di più all’uomo. E ricordatevi che, senza dubbio, il punto di partenza è quello di un rispetto vero della donna. A differenza, secondo lui, di quelli che vogliono abolire le differenze e mentre essi stessi rimangono ciò che sono ovvero dei mezzi uomini, vogliono portare anche la donna alla stessa esistenza meschina.

La conclusione è che non occorre compiere azioni eroiche, destinate ai libri di storia, e nemmeno rinchiudersi nei massimi sistemi della filosofia e del misticismo – la religiosità pietista di Kierkegaard non accettava i retaggi cattolici, tra cui il monachesimo.
È già sufficientemente arduo lavorare su se stessi, a partire dalla questione della scelta per dedicarsi a una vita di relazioni, di lavoro, di matrimonio. Una vita etica.
Che è una possibilità per ciascuno.
Il vero uomo eccezionale è il vero uomo comune. Egli sa bene che ogni uomo si evolve con libertà, ma sa anche che l’uomo non crea se stesso dal nulla, ed ha se stesso nella sua concretezza come proprio compito; si riconcilierà di nuovo coll’esistenza, quando capirà che, in un certo senso, ogni uomo è un’eccezione, e nello stesso tempo rappresenta l’universale umano.
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