Balkan pin-up
by Dušan Veličković
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C’era una volta la Jugoslavia di Tito che offriva al mondo, tra innumerevoli contraddizioni e storture, l’immagine di una società alternativa. Ma Dušan Veličković diffida della retorica ufficiale e decide di risalire il corso accidentato della storia dei Balcani inseguendo una collezione di esperienze

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HeinrichauskolnHeinrichauskoln wrote a review
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Ricordi e non racconti
Questo è un libro di memorie. Memorie sottili e disperse dai mille avvenimenti che hanno travolta la Jugoslavia prima e la Serbia dopo. E' necessario entrarci con discrezione, mantenendo quello stesso distacco che Velickovic prova ad esercitare mescolando ricordi, sentimenti, paure. La parte più intensa è senza dubbio la centrale, frammenti di amicizia e di morte, di speranze e illusioni tra Francoforte e Belgrado con l'amico di sempre, quello Zoran Đinđić che sarà poi assassinato per il suo impegno di opposizione all'autocrate Milosevic. Ricordi, insomma, e non racconti, a ben vedere, ricordi che non possono diventare racconti, perché la scrittura di Veličković , almeno in questo caso, non si presta ad un articolazione narrativa. Ci sono invece l'incontro con Carlo Feltrinelli, le buone bettole belgradesi contro i dignitosi, ma finti, ristoranti italiani e francesi che spuntano come funghi, le strane connessioni tra governo serbo e governo azero per il restyling di un parco cittadino, la sensazione di una Belgrado che scompare soffocata da un 51 per cento di nazionalisti che fanno più male delle vittime di Srebenica, fino alla confessione finale. Sì, il libro, tanto agile da sembrare povero, si chiude con una breve confessione che spiega il titolo stesso "I Balcani potrebbero essere rappresentati come l'immagine permanente di una pin up che, indossando abiti diversi, trasforma la sventura e lo struggimento per una vita migliore nell'illusione di una storia ineluttabile".
Dani MelaDani Mela wrote a review
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Racconti molto brevi, sei pagine al massimo, ma molti sono di due. Nella prima parte, Veličković racconta, con tocco leggero, della sua famiglia e della sua infanzia: “Arturo diventerà un valido avvocato, convinto e appassionato difensore di movimenti quali il sionismo, il comunismo e l’anticomunismo”; o, a proposito della nonna: “A un certo punto della sua vita si convinse di essere ritornata giovane e bella, ma in questa riproposizione della sua vita passata immaginava di lavorare in una casa di tolleranza”. Sono i racconti più belli del libro, scritte in uno stile sgangherato e paradossale. Nella seconda parte, Veličković passa a parlare della sua amicizia per il primo presidente democratico della Serbia, Zoran Đinđić, assassinato nel 2003. Pagine intense e sentite, non c’è dubbio, ma solo di rado hanno la struttura, e la lingua, del racconto; e, in più, sono state scritte per lettori che conoscono perfettamente le vicende di cui si parla, e con cui quindi si può procedere per ellissi e allusioni. La terza parte raccoglie quelli che a me sembrano articoli di giornale, diciamo elzeviri, sulla politica serba degli ultimi anni. Non c'entra col resto, se non per via del fatto che sempre di Serbia si tratta, e sconta il fatto che dieci anni fa gli argomenti affrontati erano d'attualità, ma oggi no. Insomma, non una buona idea (di Veličković? Dell’editore serbo? Di quello italiano?) raccogliere testi così eterogenei in un solo volume. Il risultato, nel complesso, è un’opera slegata e di poco spessore.
SimoneSimone wrote a review
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Rusty RyanRusty Ryan wrote a review
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Balkan pin-up
Bastava essere un bambino nei primi anni ’90 del secolo scorso, e sentire nei diversi telegiornali la parola Jugoslavia, per capire che nel mondo di là dal proprio, quello dei giochi, accadevano cose di cui, comunque, anche crescendo, difficilmente si sarebbe venuti a capo. Il bambino si sarebbe poi in parte ricreduto, e avrebbe scoperto, con Franco Volpi, che «c´è del bello anche nel relativismo e nel nichilismo: inibiscono il fanatismo».

Friedrich Wilhelm Nietzsche, caro a Volpi, muore nel 1900, lasciando spazio a un secolo che ha assistito – in una paradossale impotenza scaturita dall’eccesso delle proprie responsabilità – al farsi ideologia dell’idea, a ben vedere anticlimax dell’umana ragione, del quale, come è noto, Dostoevskij ha dato esemplare e irripetibile rappresentazione ne I demoni, dove, citando il Vangelo di San Luca, è scritto in esergo: «Usciti adunque i demoni da quell’uomo, entrarono nei porci, e la mandra si scaraventò dal precipizio nel lago e annegò».

Balkan pin-up di Dušan Veličković racconta la storia dei Balcani a partire dall’anno di nascita dell’autore, il 1947. È una narrazione che sa di vita vissuta in prima persona piuttosto che di un susseguirsi di eventi da pagine di annali. La storia diviene in Veličković un inevitabile e ingombrante ricordo, tanto da portarlo a chiedere alla propria memoria la chiave che della storia stessa restituisca la vicinanza immediata a ciò che è effettivamente stato: Veličković ripensa al padre imprigionato per un solo giorno, reo di aver espresso un’opinione lesiva della realtà politica del suo Paese; all’amico Radovan, finito nel campo di prigionia di Goli Otok e pestato ripetutamente con un pentolino di metallo; al tempo trascorso in Germania, quando Veličković ebbe modo di stringere un profondo legame con Zoran Đinđić, il quale sarebbe divenuto, nel 2001, il primo premier della Serbia democraticamente eletto, e poi, però, purtroppo assassinato; ripensa a Slobodan Milošević, e all’eco delle barbarie che ancora oggi risuona a pronunciarne semplicemente il nome.

E si arriva al 28 giugno 2013, a un vento forse diverso, quando il Consiglio europeo decide di aprire i negoziati per far sì che la Serbia aderisca all’Unione europea.

Il resto, che in Balkan pin-up non c’è, è cronaca dei giorni nostri.

Dušan Veličković occupa senza alzare la voce – e ne avrebbe invece ben donde – la prospettiva di chi, con dolore, potrebbe ripetere agli astanti: io c’ero.

Si dice che la memoria, perché non si svilisca, abbia bisogno d’esercizio. E libri come Balkan pin-up, quindi, non guastano mai. Reduci da un secolo gravido di fanatismo, dovremmo ora pensare all’altra faccia della luna, laddove relativismo e nichilismo non attecchiscono mai, anzi; e forse, invece che annegare a causa delle idee, con le stesse giocare, come insegnano i bambini e alcune tra le più splendide manifestazioni delle avanguardie artistiche di quel secolo che, si diceva, sì, è stato, ma che sembra ancora, a oggi, tornare a essere, troppo.