Bartleby lo scrivano
by Herman Melville
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"Un libro triste e veritiero": cosí Jorge Luis Borges definisce "Bartleby lo scrivano" (1853). Bartleby, "per natura o sue sventure... incline ad una squallida disperazione", s'impiega presso un ufficio di Wall Street. Il muro implicito nel nome della strada appare materialmente a sbarrare le finest... More

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EurosiaEurosia wrote a review
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Bartleby lo scrivano è, sin dalle prime battute, un testo che si interroga sull’essenza della nuova società statunitense. Giovane, schivo e pallido, si presenta in uno studio legale per iniziare la carriera di copista. Quasi invisibile, con solerzia si avvicina alle pratiche, accanto ad altri impiegati che spiccano per eccentricità e che sembrano intrattenere con il superiore un particolare rapporto di accettazione e convivenza che sfiora a tratti i moti tipici dell’amicizia. Il narratore, a capo dell’ufficio, personaggio stranamente disponibile e accomodante, diventa testimone involontario del declino della carriera e, di conseguenza, anche della vita del nuovo assunto. In un inspiegabile guizzo di intraprendenza (o forse sarebbe meglio dire di negazione del proprio ruolo), Bartleby decide di sottrarsi e di annullarsi: prima in quanto impiegato, e poi, in maniera più definitiva, in quanto uomo. Ripetendo come una preghiera la frase che lo renderà celebre nella letteratura – «I would prefer not to» –, il giovane decide coscientemente di non adempiere più agli ordini; ma, ancora vincolato ad un ruolo dal quale sembra non poter sfuggire, non abbandona il campo di battaglia e rimane inevitabilmente invischiato in un luogo che si trasforma in non-luogo, un ufficio che perde tutto il carattere di spazio lavorativo e le funzioni stesse del suo essere, per divenire invece uno spazio in cui rinchiudersi per non uscirne più.

“Nulla esaspera una persona seria quanto la resistenza passiva”.

“E’ così vero, e anche così terribile, che fino a un certo punto il pensiero o la vista dell'infelicità impegnano i nostri migliori sentimenti, ma, in certi casi speciali, oltre
a un certo punto, non succede più. Sbagliano quanti asseriscono che invariabilmente ciò deriva dall'innato egoismo del
cuore umano. Discende piuttosto da una certa impotenza a porre rimedio a un male estremo e organico”.
“Per un essere sensibile la pietà non di rado è sofferenza. E quando alla fine si intuisce che tale pietà non si traduce in un efficace soccorso, il senso comune impone all'animo di sbarazzarsene”.
david elias rebeccadavid elias rebecca wrote a review
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GregGreg wrote a review
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Urgono alla morte
"In primis: io sono un uomo che, fin dalla giovinezza è stato sempre profondamente convinto che la via più facile sia la migliore. Quindi, benché svolga una professione proverbialmente inquieta, agitata, a volte persino turbolenta, tuttavia nulla del genere ho mai tollerato venisse a turbare la mia tranquillità" (p. 2).
"Quand'io rifletto su questa piccola chiacchiera, a fatica riesco a esprimere le emozioni che m'afferrano. Lettere smarrite, lettere morte! Non si direbbe che tutto ciò parli d'uomini morti? Pensate a un uomo che, per natura o per sventura, sia propenso al pallido pensiero dell'irreparabile; potrebbe un'altra occupazione esser più adatta ad acuire quel pensiero, più del maneggiare queste lettere smarrite, e accatastarle per darle alle fiamme? ... Inviate per le occorrenze della vita, queste lettere urgono alla morte" (p. 48).
In entrambi i casi è sempre il narratore che parla, un uomo che fa l'avvocato e che si definisce «cauto», un prudente frequentatore di agiatezze, ma con misura, ragionevole, posato, estremamente riflessivo e abitudinario, che si tiene lontano da ogni eccesso e fonte di turbamento, attento ed abile coltivatore del "grado zero" di tensione, che assomiglia alla vita del feto, al sonno e alla morte. Le prova tutte, il nostro, a mercanteggiare con questo umile assaggio di irrazionale, tenta con ogni mezzo di cogliere il senso di questa "preferenza" negativa, di questa formula a poco a poco invadente come la gramigna, che sottrae vita, ma non c'è verso. L'irrazionale, proveniendo da un'«occorrenza della vita», ossia da un altro individuo, dall'altro, «urge», cioé lo spinge, placidamente e inesorabilmente, verso la morte; anzi, verso il turbamento della morte. Quanti anni prima di Heidegger? Settanta, circa. Non c'è misura, non c'é ragione, né senso, né linguaggio che tenga, che freni, l'irrompere dell'angoscia di fronte all'assurdo della morte dello scrivano, che prelude alla propria.
Trad. di G. Celati
L'edizione Feltrinelli presenta una prefazione faticosa dello stesso Celati, alcune lettere a Hawthorne (che non parlano del racconto: mah) e una sua raccolta delle interpretazioni prodotte nel tempo da quella che chiama la "Bartleby factory", ossia la macchina di produzione di intepretazioni di questo racconto; come a dire che nessuna vale, che Bartleby è un non senso che continua a generare non senso (o troppo senso). La sua si aggiunge alla lista. La mia no, perché non è un'interpretazione, o almeno preferirei di no.
by Axby Ax wrote a review
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