Bassure
by Herta Müller
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Diciannove capitoli, diciannove quadri strettamente correlati. Tutto inizia con l'inquietante tensione de "L'orazione funebre", che ci fa entrare nella vita di una bambina sveva che assiste al funerale del padre. Ne "Il bagno svevo" conosciamo tutta la famiglia: il bambino più piccolo, la madre, il padre, la nonna, il nonno, che approfittano dello stesso bagno caldo, dello stesso sapone, per lavarsi, uno dopo l'altro, per poi sedersi a vedere il film del sabato. Completa il quadro "La mia famiglia", dove l'autrice approfondisce ognuno dei personaggi e traccia il loro albero genealogico. Queste tre prime scene sono il preambolo di "Bassure", il capitolo più lungo. La natura si fa protagonista, con un'infinità di elementi e personaggi che formano il quadro più colorito dell'opera, per manifestare la sofferenza, l'isolamento e l'abbandono in cui versano la sua famiglia e il villaggio svevo. Per essere ancora più chiara, la bambina racconta il lavoro del padre in "Pere marce". La ritroviamo mentre balla in "Tango soffocante" e, convertita in adolescente, balla anche ne "La finestra". Apparirà ne "L'uomo con la scatola di fiammiferi". Racconta le vacanze dei genitori al mare, parla della sua solitudine, della successione dei dittatori, degli assassini della mafia, fino a descrivere in un "Giorno feriale" la sua vita in fabbrica. Una storia di sofferenza, isolamento, abbandono. Il libro d'esordio di Herta Müller in una edizione rivista e corretta dall'autrice premio Nobel per la letteratura 2009.

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desgidesgi wrote a review
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La crudele percezione del vuoto
La cifra stilistica di Herta Muller è la fusione tra prosa e poesia. Si tratta di una narrazione che avviene per frasi minime con uso perentorio del punto fermo. In queste frasi essenziali le parole sono organizzate con rigore poetico con ampio ricorso agli analogismi, ai chiasmi, alle metonimie, alle sinestesie estreme. Questa tecnica richiede una lettura attenta perché ogni parola, come è proprio della poesia, necessita di una riflessione. In Bassure, una raccolta di racconti che costituisce il suo esordio letterario, La Muller racconta la campagna del Banato, in Romania, luogo dove è nata e cresciuta prima di trasferirsi in Germania. E' un racconto crudele che proviene direttamente dall'io della protagonista, uno scavo nel proprio inconscio. Il tentativo di rappresentare il mondo reale non per come effettivamente è ma attraverso il modo in cui viene da lei percepito. Le Bassure non sono soltanto un riferimento alla natura del luogo, sono anche le bassezze, le miserie morali degli uomini che ci vivono. Non c'è nulla di nobile nelle azioni della gente del paese, nella mentalità comune, nelle aspirazioni. Emerge invece la grettezza materiale, la natura cattiva e cieca che certifica la condizione del nulla esistenziale. Non c'è nessuna giustificazione per gli uomini, solo la consapevolezza del vuoto. Le descrizioni del vuoto ricorrono frequentemente nei racconti e ne sono protagonisti anche e soprattutto gli oggetti inanimati, muti testimoni di questa triste rappresentazione dell'umanità. Tra i racconti, una citazione particolare merita "L'orazione funebre" in cui l'autrice descrive il funerale del padre con un cinismo distaccato che ricorda il Thomas Bernard di "Estinzione". Degni di nota sono anche il "Bagno svevo", potente metafora sulla sporcizia degli uomini, il lungo racconto "Bassure", affresco in chiaroscuro del Banato, "Gli spazzini", metafisica immagine del paese spazzato via nel vuoto, "Inge", kafkiano ricordo probabilmente di un rastrellamento, e "Il signor Wultschmann", desolante affermazone del nihilismo.
GregGreg wrote a review
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Minority report
Minoranza di minoranza di minoranza. Questi diciannove racconti, pubblicati (censurati) per la prima volta nel 1982, narrano della vita di una bambina, poi ragazza, di lingua tedesca in uno sperduto villaggio del Banato rumeno negli anni 50-60.
Un punto di vista dal basso, come suggerisce il titolo, perché la voce è quella per l'appunto di una bambina: infantile, paratattica, magica, dolente, ma nondimento curiosissima e attentissima, sicura dei collegamenti sensoriali e analogici che si addestra ad attivare osservando il duro microcosmo familiare (genitori, fratellino, nonni conviventi) e quello del villaggio rurale: "Perché mai tutto quello che fanno le madri si chiama lavorare, e tutto quello che fanno i bambini si chiama giocare?" (p. 46).
Ma anche perché è il lamento di una società contadina ferma in un passato miserabile, ottuso, fisso in credenze arcaiche e superstiziose, allenato ad odi viscerali e a minime gioie (le cui dinamiche non si discostano granché, in fondo, da quelle che ritroviamo nella narrativa rurale in lingua italiana: pensiamo a Silvio D'Arzo e al suo Casa d'altri - la miseria contadina è sempre diversa, e uguale): "Il paese è trasparente e lungo e sottile. Anche le case, i recinti e gli orti, anche la gente assomiglia a strade vuote" (p. 50).
Ed infine perché è una parola tedesca (di una comunità che rimane fedele alla sua religione cattolica e ai propri usi tramandati, come in ogni gruppo chiuso di emigrati che si rispetti) nella Romania successiva alla Seconda Guerra Mondiale, quando i rumeni di lingua tedesca erano per tutti gli altri gli ex alleati del nemico nazista e per lo Stato tra i nemici del nuovo regime filosovietico: "Tuo padre ha molti morti sulla coscienza, disse uno degli omini ubriachi. Io dissi: E' stato in guerra. Ogni venticinque morti riceveva una medaglia. Ha portato a casa molte medaglie" (p. 11). "Non riconobbe nessuno, benché avesse vissuto molti anni in quel paese. Tutti avevano le stesse facce grigie. Andava a tastoni da una faccia all'altra. Le salutava e non riceveva risposta" (p. 121).
Quel mondo offre prevalentemente durezza, anaffettività, un orizzonte piatto e senza speranza (la stessa comunità chiusa, di tradizione secolare, in quel contesto è destinata a somparire e non offre una prospettiva sicura, per quanto asfittica), ma anche le scappatoie della fantasia legate ad una visione magica della natura, con la quale si vive a strettissimo contatto, come con la morte, del resto. Lo stile paratattico è tutt'altro che superficiale, in realtà, connotato com'è da accenti lirici e talvolta onirici, e di grande effetto evocativo. Rapporti da un mondo infantile, minore, laterale, ininfluente, periferico, ma universale.
Fer Carla69Fer Carla69 wrote a review
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jonnybegoodjonnybegood wrote a review
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AleaAlea wrote a review
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Bassure è il libro d’esordio di Herta Müller, Nobel del 2009, insignita con la motivazione che “ con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa, dipinge il paesaggio degli spodestati”.

Una serie di racconti (di cui Bassure è il più lungo) che hanno un filo comune, tale da potersi definire come una sorta di romanzo di formazione, inquadrando l’infanzia e l’adolescenza dell’anonima narratrice.
I racconti sono scritti in una prosa scarnificata, una prosa che per il suo carattere “inciso” tende più alla poesia.
E’ più che paratattica, la scrittura della Muller.

“I campi sono distesi sulla pancia. In alto tra le nuvole i campi stanno a testa in giù. Le radici dei girasoli stringono le nuvole. Le mani di papà girano il volante. Vedo i capelli di papà attraverso il finestrino dietro la cassa di pomodori. L’auto corre veloce. Il paese affonda nel blu. Perdo di vista il campanile. Vedo la coscia della zia, vicinissima al pantalone di papà.”

Soggetto, predicato, complemento, punto. Soggetto predicato complemento punto.
Alla concisione delle frasi , che alternano semplicità e minimalismo con evocazioni “surreali” di grande pregnanza poetica, risponde un “oggetto” narrativo che è fatto di durezza, asprezza, disagio.
La Müller descrive un ambiente “umano” povero e quasi anaffettivo, a cui fa da contorno e contrasto una natura selvaggiamente vitale, anzi, direi carnalmente vitale.

“Gli uomini andavano al campo schiacciati sui carri strepitanti, e restavano muti durante il lavoro. Passavano le falci tra l’erba e sudavano per il lavoro e il silenzio.
All’osteria non si rideva e non si cantava. Le mosche ronzavano sulle pareti le loro insistenti canzoni.
Gli orti odoravano di umido e di amaro.
L’insalata cresceva rosso scuro e frusciava come carta. E le patate erano verdi e amare sotto le bucce e avevano occhi sprofondati nella carne. “

Non so quanto di autobiografico ci sia in questo libro.
Però i riferimenti al Banato svevo in Romania, luogo dell’infanzia e dell’adolescenza dell'autrice ci sono tutti: l’esperienza di vita contadina, l’andare in città verso il lavoro in fabbrica, il controllo poliziesco di pensieri e comportamenti da parte degli “ispettori”, riferimento chiaro al regime rumeno, come le villeggiature sul Mar nero con la tessera delle vacanze .

La scrittura della Muller mi ha prodotto una strana sensazione.
Mi sento ipnoticamente interdetta.
(Oscillo tra il sublime e l' insulso. Dovrò almeno assaggiare le prugne verdi per stabilizzare l’ago della bilancia. )
Pamela ProiettiPamela Proietti wrote a review
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