Borgo sud
by Donatella Di Pietrantonio
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Adriana è come un vento, irrompe sempre nella vita di sua sorella con la forza di una rivelazione. Sono state bambine riottose e complici, figlie di nessuna madre. Ora sono donne cariche di slanci e di sbagli, di delusioni e possibilità, con un'eredità di parole non dette e attenzioni intermittenti. Vivono due grandi amori, sacri e un po' storti, irreparabili come sono a volte gli amori incontrati da giovani. Ma per chi non conosce la lingua dell'affetto è molto difficile aprire il cuore. Con la sapienza e la naturalezza dei grandi scrittori, Donatella Di Pietrantonio ci regala in queste pagine un'emozione calda e sussurrata, che rimarrà con noi a lungo.

«C'era qualcosa in me che chiamava gli abbandoni.»

È il momento piú buio della notte, quello che precede l'alba, quando Adriana tempesta alla porta con un neonato tra le braccia. Non si vedevano da un po', e sua sorella nemmeno sapeva che lei aspettasse un figlio. Ma da chi sta scappando? È davvero in pericolo? Adriana porta sempre uno scompiglio vitale, impudente, ma soprattutto una spinta risoluta a guardare in faccia la verità. Anche quella piú scomoda, o troppo amara. Cosí tutt'a un tratto le stanze si riempiono di voci, di dubbi, di domande. Entrando nell'appartamento della sorella e di suo marito, Adriana, arruffata e in fuga, apparente portatrice di disordine, indicherà la crepa su cui poggia quel ma-trimonio: le assenze di Piero, la sua tenerezza, la sua eleganza distaccata, assumono piano piano una valenza tutta diversa. Anni dopo, una telefonata improvvisa costringe la narratrice di questa storia a partire di corsa dalla città francese in cui ha deciso di vivere. Inizia una notte in-terminabile di viaggio – in cui mettere insieme i ricordi –, che la riporterà a Pescara, e precisamente a Borgo Sud, la zona marinara della città. È lí, in quel microcosmo cosí impenetrabile eppure cosí accogliente, con le sue leggi indiscutibili e la sua gente ospitale e rude, che potrà scoprire cos'è realmente successo, e forse fare pace col passato. Donatella Di Pietrantonio torna dopo L'Arminuta con un romanzo teso e intimo, intenso a ogni pagina, capace di tenere insieme emozione e profondità di sguardo.

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84
luisa07luisa07 wrote a review
04
U n bel romanzo

In questo romanzo arrivato secondo al premio Strega 2021, che ha riscosso un plauso unanime di pubblico e critica, ritroviamo l'Arminuta e sua sorella Adriana, l’inquieta e passionale Adriana, a cui viene data questa volta voce. L’Arminuta, o ritornata per chi non avesse letto il primo, ricordo che è una ragazza di famiglia molto povera con tanti fratelli che viene data in affido a una coppia benestante di Pescara, in una sorta di transazione privata. Queste cose accadevano comunemente nell’Italia del dopoguerra, ce lo dice anche Michela Murgia in Accabadora con le fill'e anima. Dopo aver conosciuto agi e affetto, per difficoltà insorte la ragazza torna a casa dai suoi: un ambiente povero economicamente, e anche culturalmente. Qui viene accolta con diffidenza per la vita privilegiata che ha vissuto. La ritornata è l’appellativo che le rimane addosso, oltre al senso di estraneità.

le due sorelle sono cresciute.Le Scelte in campo sentimentale si riveleranno per entrambe sbagliate e soprattutto disastrose per la psiche e il corpo, soprattutto per Adriana che addirittura si attirerà una tremenda maledizione dalla madre. Parole pesanti come macigni portano ad ulteriori sofferenze per le protagoniste che sembrano non trovare mai  pace: "Tutto questo dolore resta cieco e senza scopo, non sappiamo a chi offrirlo. Nessun Dio ci sovrasta o ci ama."

Il romanzo ricorda comunque le protagoniste de “l’Amica geniale”, Adriana è Lila e la voce narrante è Lenù: simili nel carattere e nelle vicende personali. Un tema comunque ricorrente nella letteratura. Va sottolineato però che la scrittura è diversissima: “Con mia sorella ho spartito un'eredità di parole non dette, gesti omessi, cure negate. E rare, improvvise attenzioni. Siamo state figlie di nessuna madre. Siamo ancora, come sempre, due scappate di casa”.

I luoghi sono soprattutto legati al mare ma anche all’ Abruzzo brullo e ruvido senza tenerezza. Che esprime un legame forte dell’autrice con la sua terra: aspra, selvaggia e che determina  nei protagonisti gesti ruvidi, privi di slanci. Con vari salti temporali, non sempre esplicitati, e questo è forse un limite del romanzo perché ci si perde facilmente fra i periodi della vita e le scelte appaiono ancora più confuse, ci ritroviamo di nuovo avvolti in un’atmosfera un po’ ardua, come una montagna da scalare. È un libro che rappresenta uno spaccato familiare che si può odiare ma che ci tiene sempre legati; persone che tentano di sopravvivere aggrappandosi l'una all'altra, in questo caso le due sorelle. La loro è l’unica relazione forte nel senso che la porta è sempre aperta. Il racconto inizia proprio con il viaggio da Grenoble verso Pescara  per ricongiungersi ad Adriana, la sorella ribelle, spericolata, piena di vita. Un viaggio nella memoria, in un andirivieni di ricordi , emozioni, non detti. Nodi da sciogliere e legami da riannodare. Nell’ultima pagina di Arminuta c’è il pianto di un bambino, all’inizio di Borgo Sud c’è ancora un pianto, a significare la vita che scorre comunque a dispetto dei dolori e delle sofferenze.

L'autrice in questo romanzo tende a sottolineare l’importanza dei rapporti biologici che ti segnano, come nelle tragedie greche e penso a Clitennestra. Questa madre terribile che agisce sulle scelte delle sorelle in modo molto più profondo della madre adottiva che pure l’ha amata molto e teneramente. “Mia madre mi ha occupava dentro, vera e feroce. Restava in gran parte sconosciuta, non sono mai penetrata nel mistero del suo affetto nascosto. Chiuderò i conti con lei nella mia ultima ora”.  Il legane di sangue prevale, direi purtroppo. “Distoglievo gli occhi da quei peli sulle gambe. Ma era mia madre. Era lei mia madre. Mi aveva data da crescere a un’altra donna, eppure ero rimasta sua figlia. Lo sarò per sempre”.

La forza del romanzo è comunque lo stile, nella capacità di condensare in poche pagine una profondità psicologica notevole. Una scrittura scabra ma densissima. Molto appropriato l’uso del dialetto nei dialoghi, un dialetto addomesticato come quello delle persone che non conoscono la lingua e si sforzano di parlare in Italiano con una base dialettale, soprattutto per la sintassi. Ma è una lingua anche poetica, con echi ungarettiani.  Frequente l’uso dell’anastrofe e delle metafore. 

jb026jb026 wrote a review
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