Buio a mezzogiorno
by Arthur Koestler
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Nell'Urss dei tardi anni Trenta, durante l'imperversare delle "purghe" staliniane, l'ex commissario del popolo e rivoluzionario della prima ora Rubasciov è rinchiuso in carcere in attesa di un processo per atti rivoluzionari. Si trova così ad essere vittima di un meccanismo che nella sua indefettibile fedeltà al Partito egli stesso ha infinite volte attivato, tradendo compagni e amici, rinnegando ogni principio morale, pur di eliminare ogni eventuale ostacolo alla sopravvivenza del comunismo. Di fronte agli estenuanti interrogatori cui è sottoposto, accusato di crimini mai commessi, si rende conto che ciò che gli inquisitori vogliono non è accertare la verità, ma semplicemente ottenere da lui una confessione che giustifichi una condanna già pronunciata. Scritto nel 1940, il romanzo è uno dei più lucidi e toccanti atti d'accusa contro i meccanismi perversi del totalitarismo e i guasti irreparabili dell'ideologia.

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valeriavaleria wrote a review
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Fino ad allora non aveva mai dubitato della rettitudine logica della propria condotta. Adesso invece, mentre la nausea gli torceva lo stomaco e un sudorino freddo gli imperlava la fronte, il suo modo di pensare gli sembrava pura follia. Doveva per forza esserci un errore nel sistema. Forse consisteva nel precetto che aveva sempre considerato incontestabile, quello in nome del quale aveva sacrificato gli altri e ora lui stesso stava per essere sacrificato: il precetto che il fine giustifica i mezzi. Sì, la radice del male stava tutta lì. Era questo che aveva ucciso la fraternità della rivoluzione e gettato tutti quanti allo sbaraglio. La logica conseguente da sola, senza etica, era una bussola difettosa, che faceva seguire una rotta così tortuosa da fare sparire nella nebbia l'approdo. Un'immagine gli tornò alla mente, una grande fotografia in una cornice di legno: i delegati al primo Congresso del Partito. Stavano seduti attorno a una grande tavola e guardavano fisso verso l'obiettivo. Sembrava la riunione del Consiglio municipale di una cittadina di provincia e invece preparavano la più grande rivoluzione della storia. Erano a quel tempo un pugno di uomini di una specie nuova: filosofi militanti. Sognavano la conquista del potere per abolirlo; di governare sul popolo per liberarlo dall'essere governato. Tutti i loro pensieri si trasformavano in fatti e tutti i loro sogni diventavano realtà. Dove erano adesso? I loro cervelli, che avevano cambiato il corso del mondo, avevano ricevuto tutti una scarica di piombo. 
AddivanatoAddivanato wrote a review
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Mauro MarconiMauro Marconi wrote a review
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Mi ricordo i vecchi (ormai) compagni di liceo, quando l’impegno politico a scuola era importante tanto quanto lo studio di Dante o di Kant. Compagni-amici perlopiù di sinistra – a metà degli anni Settanta il PCI era forte elettoralmente, ma ancor più culturalmente – che rivendicavano con orgoglio l’adesione ad una ideologia fondata sull’egualitarismo economico-salariale ed il riscatto dei popoli oppressi. E ricordo altrettanto bene che quei miei compagni, già allora, non identificavano l’Unione Sovietica con il “paradiso del socialismo”. Alcuni, più sinceri e coraggiosi di altri, arrivavano a dichiarare apertamente che l’URSS era diventata una forza imperialista e corrotta tanto quanto gli USA e i loro “satelliti” e i crimini di Stalin, denunciati da moltissimi storici e intellettuali, avevano segnato di fatto il tramonto delle utopie di un bolscevismo dal volto umano. Leggendo questo libro mi sono ritornati in mente proprio loro, le cose che dicevano, la delusione patita di fronte alla rivoluzione comunista “tradita”. Koestler mette in scena, prendendo spunto da un fatto reale, una vicenda emblematica nel pieno del terrore stalinista, facendoci vivere la triste storia di un rivoluzionario della prima ora, parte integrante dell’apparato repressivo dello stato sovietico, e della sua allucinante metamorfosi da carnefice a vittima. L’autore fu uno degli intellettuali più tormentati e discussi nel periodo della Guerra Fredda, uomo curioso e irrequieto, giornalista-reporter con spiccati interessi scientifici e pseudoscientifici. Non tutte le sue opere furono accolte positivamente dalla critica, ma “Buio a mezzogiorno” lo ha reso celebre. Vale la pena leggerlo – mentre ci sforziamo di dimenticare, e si fa con molta fatica, le sue sciagurate perorazioni in difesa di Uri Geller (parapsicologo-impostore) e di Paul Kammerer (genetista e impostore anche lui, ma assai meno di Geller).
TerenzioTerenzio wrote a review
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Luca B FornaroliLuca B Fornaroli wrote a review
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Un libro terribile. Koestler è il Kafka del totalitarismo e non credo sia un caso che entrambi appartenessero alla minoranza ebraica. La vita stessa dell’autore - ungherese di nascita, costretto a peregrinare da un paese all’altro per sfuggire al nazismo prima e al comunismo poi, una volta in Francia, volontario nella Legione Straniera per evitare le deportazioni del governo di Vichy, infine fuga in Palestina per morire da suicida come londinese - è un tragico romanzo con un epilogo incomprensibile nel 1983 che coinvolge anche la moglie. Il libro è il racconto di un interrogatorio immaginario, ma assai realistico, in cui un funzionario del partito comunista - uno zelante funzionario che non ha mai esitato a far incarcerare amici e compagni in nome dell’interesse del partito - viene a sua volta accusato di comportamento controrivoluzionario, di essere un traditore della causa comunista. Il processo segue il tipico copione staliniano: portare l’accusato ad autodenunciarsi, spaventarlo, fare pressione psicologica, fargli vedere come finiscono i traditori. L’inquirente dostoevskiano sa bene che non c’e nessun crimine da confessare, sa che il protagonista ha sempre agito nell’interesse del partito, ma proprio per questo deve essere eliminato, perché conosce troppo bene il canovaccio della messinscena Sovietica. Nessun potere totalitario può tollerare qualcuno a cui ha rivelato troppo di sé. Rubasciov, il protagonista, finirà per cedere, per ritenere giusta la sua sorte, perché questo è l’interesse del partito.
Un’ultima nota: Koestler, per un certo periodo fino al nazismo, fu iscritto al Partito Comunista Tedesco. Il libro venne scritto nel 1940. L’autore aveva capito prima di tutti la natura del totalitarismo sia nazista sia comunista.
graziagrazia wrote a review
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Francesco PlatiniFrancesco Platini wrote a review
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Morire in silenzio
Il fatto è: non credo più nella mia infallibilità. Ecco perché sono perduto.
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«Infine, mi riconosco colpevole d’avere preposto l’idea dell’uomo a quella dell’umanità…»

Robert Conquest, il grande storico del terrore staliniano, raccontava, lo riporta Pierluigi Battista in “I libri sono pericolosi”, di un tale che divenne comunista ortodosso e spietato dopo aver letto Buio a mezzogiorno: il senso di un libro, più che l’autore, lo fa il lettore.

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Egli si è scoperto una coscienza, e una coscienza rende l’uomo inadatto alla rivoluzione come un duplice mento.

Il protagonista di “Noi”, romanzo distopico di Evgenij Zamjatin scritto subito dopo la Rivoluzione, viene colpito da un’analoga malattia: si scopre un’anima.

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La storia del processo a Rubašov, sul calco delle purghe del 1937-1938, non è solo denuncia dell’orrore staliniano, ma anche un bilancio dell’esperienza comunista e un grande romanzo di introspezione: il protagonista non è solo vittima di una macchina infernale, ma anche di drammatiche elaborazioni e sensi di colpa.

Alla sbarra c’è la vecchia guardia, esausta per lo sforzo rivoluzionario e una vita di privazioni. Una decorosa uscita di scena, un pensionamento, non sono accordati. Gli uomini di Neanderthal, la nuova generazione, impegnata a difendere la rivoluzione in un solo paese, deve fare piazza pulita, e poco importa se questo più che con gli interessi della rivoluzione coincida con quelli del N. 1: la conservazione della rivoluzione necessariamente richiede una guida onnipotente.
Termine ricorrente, di cui Roberto Calasso in “La rovina di Kasch” illustra tutta la deleteria portata, è esperimento, la vivisezione dell’umanità rivendicata dai difensori delle conquiste della rivoluzione:
Perché il genere umano non dovrebbe avere il diritto di fare degli esperimenti su se stesso?
Si muore di ragione, di logica conseguente, termini che tornano e ritornano negli argomenti dei redivivi inquisitori.

La storia di Rubašov è inevitabilmente intrecciata con quella di altri personaggi, fa da cartina di tornasole ai modi di pensare agire e relazionarsi che si sono instaurati nell’URSS, a come la Storia sia entrata di prepotenza nelle storie dei singoli condizionandole e ridefinendo, in maniera aberrata, le relazioni più elementari.
A cominciare dall’amore, con il terribile senso di colpa del protagonista per aver sacrificato, in una precedente tornata di purghe, l’amante Arlova. C’è poi l’amicizia, con Ivanov che è il suo primo inquisitore e finisce lui stesso stritolato dalla macchina, sostituito dall’ascetico (e per questo ben più temibile) Gletkin.
Il bilancio della rivoluzione, che la vittima dell’inquisizione è costretto a elaborare, si incarna nella commovente figura di Rip van Winkle, un idealista arrivato da un paese straniero che, dopo vent’anni di carcere in isolamento, ignaro di quanto accadeva nel mondo come l’addormentato del racconto di Irwing, riesce finalmente a raggiungere la terra promessa. Solo che non è quella che immaginava, quella in cui aveva creduto, per cui aveva sopportato una vita in prigione: pure lui finisce stritolato dalla macchina.
“Anche per questo devi pagare, anche di questo sei responsabile; perché tu agivi mentre lui sognava.”

Del resto tutto è già scritto, nessuno dei “vecchi” (ad eccezione, ovviamente, del N.1, garante dell’ascesa della nuova generazione) si può salvare: perfino il marinaio della Potëmkin.
Le tentazioni di Dio sono sempre state più pericolose per il genere umano di quelle di Satana.
La fine di ogni pietà per sancire la fine di ogni individualismo: occorre dare risposte semplici al popolo: occorre un manicheismo: di qua il Partito, la rivoluzione; di là le spie, i sabotatori: non è ammessa una dialettica che finirebbe per confondere e mettere in crisi la fede nella rivoluzione e nel suo leader. Pertanto non è ammesso l’individualismo. Pertanto non è ammessa la pietà, prima crepa nella stabilità dell’edificio sociale.
La politica dell’opposizione è l’errore.
Ai “vecchi”, agli sconfitti, privi di energie perché spese tutte nella rivoluzione, si promette però l’aldilà del materialismo: passata la buriana verrà la riabilitazione. Forti di questa speranza se ne vadano in pace.

C’è una terza scelta che non è meno importante, e che nel nostro Paese è stata sviluppata in sistema: il ripudio e la soppressione delle proprie convinzioni quando non vi sia prospettiva di attuarle.
Non ci crede Rubašov al paradiso materialista ma, a suo modo, se ne va in pace: recupera l’aborrito individualismo ma se lo ritorce contro: ha bisogno di dormire; ha bisogno di pagare: per l’Arlova, la donna che ha amato e sacrificato; per il ragazzo che ha messo nei guai: si esprime un pensiero e, se viene tradotto in azione da un altro, può mandarlo in rovina. È così facile fare il male senza sapere di fare il male: l’ultima resistenza di Rubašov è diventare inquisitore di se stesso,svincolare la sua sorte da quella magnifica e progressiva della Rivoluzione, accettare la condanna ma comminata da se stesso per colpe che conosce solo lui, ritrovare il riposo di cui è stato privato.

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Koestler vide crollare la sua fede nella Rivoluzione: il dramma si consumò definitivamente con il patto Ribbentrop-Molotov. Restò fedele alla sua idea, pur nella consapevolezza che la sua attuazione pratica si era rivelata ben diversa, come per Rip van Winkle, da come era stata immaginata.
Il suo disincanto, il suo risentimento non devono essere però una scusa per accusare di faziosità questo testo, e specialmente le parti in cui riporta con precisione i crimini del regime sovietico: il genocidio ucraino, l’arcipelago dei gulag, la violazione dei più elementari diritti dell’uomo. Fatti che, nel tempo, senza troppa fretta, verranno confermati.
Il romanzo è del 1946: se Koestler sapeva, se aveva saputo, come poterono tanti intellettuali, di sinistra e non, del mondo occidentale dire di non sapere, di non avere saputo? Con quale fine, poi?