Caccia all'omo
by Simone Alliva
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A Torino un ragazzo gay viene picchiato dai vicini di casa, è una spedizione punitiva: “Sei gay, ti uccidiamo”.
Intanto la Capitale brucia: con un pugno sferrato in pieno volto muore Umberto Ranieri l’artista 53enne di origini abruzzesi, noto col nome d’arte di Nniet Brovdi.

A Cagliari un gruppo di ragazzi insulta e aggredisce un 17enne e una sua amica, “frocio di merda” e giù botte. Il pestaggio viene filmato e caricato online, per divertimento.

A Domodossola, una ragazza è obbligata a 15 anni ad avviare un percorso di teorie riparative: è lesbica dunque malata, per i genitori va curata.

Le cronache delle aggressioni a gay, lesbiche e trans raccontano di un paese intossicato dall’odio. Soprattutto dopo le ultime elezioni politiche, quelle dell’Italia del cambiamento. Quelle del “prima gli italiani”.

Con le elezioni del 4 marzo 2018 le lancette della vita civile nel nostro paese hanno cominciato a girare al contrario e non si sono più fermate: l’Italia si è consegnata nelle mani di chi prometteva di abolire le unioni civili, di cacciare il “gender” dalle scuole, di curare gli omosessuali, in ogni modo.

E da allora i casi di aggressioni, minacce, bullismo sono diventati sempre più frequenti, nell’indifferenza generale. Come se il vaso di Pandora fosse stato scoperchiato.

Simone Alliva ha viaggiato da Nord a Sud per raccogliere le storie di chi ha provato e prova sulla propria pelle gli effetti di un continuo incitamento all’odio, della continua negazione della propria esistenza.

Un’inchiesta accurata, la prima nel suo genere, con numeri alla mano e l’analisi approfondita delle ragioni e delle conseguenze di un tale inasprimento dei toni del dibattito, che ci consegna un importante monito: si è aperta la caccia ai “diversi”, e quando le mani sono armate nessuno può considerarsi al sicuro.

La prima inchiesta che indaga la violenza omotransfobica in Italia.

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MaurizionappaMaurizionappa wrote a review
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Ho aspettato qualche giorno per commentare questo libro, perché ciò che ho letto mi ha molto turbato. Credevo di conoscere l'argomento, e invece ho scoperto di non saperne abbastanza. Che la situazione delle persone LGBTIQ in Italia fosse penosa lo sapevo già, ma non avevo idea di quante fossero state le aggressioni subite negli ultimi anni. Così come non potevo minimamente immaginare di quante famiglie, ancora oggi, ripudino i propri figli, o li costringano a effettuare delle terapie riparative, che ingrassano il portafogli di psicologi ciarlatani. Mi era quasi del tutto sconosciuta la situazione delle persone transessuali. Appena finito il libro, quasi a mo' di consolazione nelle parole finali, ieri Francesco Merlo ha pubblicato su Repubblica un articolo sulla condizione transessuale, che ripropongo qui per intero:
Prima ancora che il Parlamento cominci a discuterla, la “legge Zan” contro l’omofobia ha già stanato il più cattivo e radicato dei razzismi: quello contro i trans. Non che gli omosessuali se la passino bene. In Italia ci sono branchi di energumeni che li sprangano anche perché non vengono sanzionati i pregiudizi che delle botte sono l’alimento. Sempre le bande di fascistelli che vanno «a menare i froci» sono armati e protetti dalla ferocia di una sottocultura nazionale che la legge tollera. E tuttavia sa essere calda e forte la solidarietà. «Una valanga di affetto» sta per esempio confortando Marco Dianda che, amato e rispettato, insegna nel nido d’infanzia di Altopascio. La settimana scorsa, Dianda aveva raccontato su Facebook che un genitore gli aveva rivolto il peggiore insulto omofobo, quello che associa l’omosessualità alla pedofilia: «È un bravo educatore ma è finocchio». Voglio dire che, malgrado tutto, gli omosessuali si sono allenati alla difesa e al contrattacco conquistando sempre più coscienze. È invece duro spingere la propria liberalità sino a mettere sotto i piedi il disprezzo e l’in-trans-igenza che solo agli uomini, alle donne e ai gay permette mestieri e professioni. Chi ha un avvocato o un dentista trans? Chi li incontra allo sportello della banca o alla guida dell’autobus? Contro i (le?) trans non c’è solo un potentissimo razzismo da caserma fatto di lazzi, battute salaci, doppi sensi e — specie sui giornali — di racconti e expertise sulla forma delle pudende e sull’anatomia del trans gender, del transessuale, del travestito, del viado (letteralmente “deviato”). C’è purtroppo anche il moralismo che li costringe a rifugiarsi in antri sordidi. Ed è un razzismo spesso femminile perché capita alla donna, quando si sente parodiata e derubata della propria identità, di partecipare alla mostrificazione del trans: nella strada, al cinema, al Grande Fratello, persino in Parlamento. Il giudizio severo del mondo associa infatti il trans al più rozzo e pesante sapore della vita, lo condanna alla morbosità da vivere di nascosto, lo riduce a vizio da consumare nella trasgressione. Il presunto uomo che c’è in “lei“ è considerato un sottouomo e la presunta donna che c’è in “lui“ è una sottodonna. Al trans non si perdona, almeno nelle ore del giorno, di rinunziare all’identità fissata dalla natura. Nel secolo in cui sono transgenici i cibi e transazionali il clima, l’economia e la moneta… la sola identità alla quale si nega il prefisso trans è quella sessuale del maschio che penetra e della donna che accoglie, ribadita anche nell’omosessualità dove c’è sempre un Rimbaud attivo, «lo sposo infernale», e un Verlaine passivo, «la vergine folle». Si sa che Almodóvar con il suo cinema è stato il geniale anticipatore dell’ambiguità di genere, arrivando a immaginare un futuro trans anche nella riproduzione della specie, un transfuturo della civiltà occidentale. Almodóvar la dice così: «Trans fu quel Dio che si fece uomo restando Dio”.