Che hai fatto in tutti questi anni
by Piero Negri Scaglione
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C’è un’avventura dentro l’avventura, una storia dentro la storia in C’era una volta in America: dal momento in cui è stato pensato per la prima volta a quello in cui è stato presentato a Cannes, evento speciale al Festival, passano diciotto anni. Diciotto anni durante i quali avviene di tutto. Ma dopo mezz’ora di film, la magia è svelata: altro che gangster movie, C’era una volta in America è un’opera-mondo, un’epica moderna, o postmoderna, l’unica possibile. «Nasco con il neorealismo, – diceva Sergio Leone, – ma ho sempre pensato che il cinema è avventura, mito, e che l’avventura e il mito possono raccontare i piccoli fantasmi che ognuno di noi ha dentro». Sono i fantasmi dell’amore non corrisposto che diventa volontà di potenza, della violenza, dell’amicizia, del tradimento, della vendetta, del desiderio e del suo lato oscuro, la delusione o – peggio ancora – la sua completa soddisfazione. I fantasmi di chi ha sognato il Sogno americano. Di piccoli fantasmi in C’era una volta in America ce ne sono tanti, e lo sa bene Piero Negri Scaglione che quando lo vide per la prima volta, nel 1984, non aveva nemmeno vent’anni e gli sembrò che quel film ambientato in un tempo e uno spazio lontani raccontasse meglio di mille altri una generazione, un’epoca, forse un’ossessione. Ossessione-passione che divenne la sua: per anni Negri Scaglione ha indagato le vicende che portarono alla realizzazione del film, è andato a cercare e intervistare i protagonisti di quella storia o anche chi l’ha soltanto sfiorata in un piccolo ruolo, i produttori, gli sceneggiatori, gli attori. Ne viene fuori il ritratto epico di un personaggio larger than life, e di un film che, dettaglio dopo dettaglio, aneddoto dopo aneddoto, diventa spaccato di un’epoca e di un Paese, il nostro.

«Dico a tutti che si tratta del mio film migliore, probabilmente è cosí e di sicuro lo penso davvero, ma quel che voglio precisamente dire è che C’era una volta in America sono io».
- Sergio Leone

«Non ho mai pensato a Noodles come vincente o come perdente. Oggi usiamo spesso, troppo spesso, questi termini. Il film è tutta un'altra cosa, è un sogno. Oppure no? È questo il punto. E io mi sono buttato, ho seguito il disegno di Sergio».
- Robert De Niro

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BlackhillBlackhill wrote a review
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LA STORIA DEL CINEMA
Un libro che non sarebbe esistito se non fosse esistito il film. Una banalità? certo ma anche la logica verità Questo volume, lo sappiamo, lo hanno già descritto in molti, è un omaggio al leggendario film di Sergio Leone, il suo ultimo lavoro.

Siamo abituati a considerare il romanzo da cui viene tratto il film sempre superiore ma in questo caso il libro di Harry Grey viene surclassato dalle immagini immortali che hanno dato vita ad uno dei più grandi capolavori del cinema. Un affresco titanico dove, con "l'alibi" di una gangster story, il regista dà vita ad un affettuoso omaggio e al contempo un addio ad un mondo che non c'è più. Il libro di Negri è un gioco di specchi nel quale si riflettono le scene di culto di questo spettacolo per gli occhi e per il cuore. Un film dove tutto è perfetto, come scordare la scena di De Niro giovane che parte per Buffalo e lo stesso che ritorna "alla ricerca del tempo perduto" ormai invecchiato e sconfitto dalla vita? Una scena che definire commovente è dire poco. In quello sguardo, nei suoi passi incerti, c'è tutta la mestizia di chi ha perso ogni cosa, l'amicizia, l'amore, gli anni.
La costruzione del film, fatta di continue sconnessioni temporali, alla prima visione mi aveva sconcertato ed infatti ho dovuto rivederlo più volte per entrare nel ritmo dell'opera.
La resa dei conti finale fra De Niro e James Wood è un'altra gemma purissima, con il primo che parla dell'ex amico come di un quasi sconosciuto. La voce bassa nell'immortale doppiaggio del grande Ferruccio Amendola. E poi la fotografia seppiata, la colonna sonora da pelle d'oca) divenuta un classico.
Un film che altro non è se non la rappresentazione della vita con tutto ciò che questa contiene.
Si dice che sia un segno di invecchiamento rimpiangere le cose del passato. E del resto l'arte, qualsiasi forma d'arte rappresenta il proprio tempo. E' quindi un dato di fatto che in quegli anni venivano girati film come questo mentre oggigiorno si fatica a trovare un prodotto non plastificato. Segno dei tempi (come cantava la buonanima di Prince).
"Io avrei puntato tutto su di te, Noodles"
"e avresti perso"
nerineri wrote a review
04
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È da poco uscito per Einaudi,
“Che fine hai fatto in tutti questi anni - Sergio Leone e l’avventura di C’era una Volta in America” di Piero Negri Scaglione.
Il titolo prende spunto da uno dei dialoghi più famosi del film di Sergio Leone, Fat Moe pronuncia questa frase rivolto a Noodles quando lo rivede dopo più di 30 anni, quindi Robert De Niro(Noodles) gli risponde:
“Sono andato a letto presto”.
Si tratta di una vera e propria biografia del capolavoro di Leone, “C’era una Volta in America” che con la sua gestazione lunga e travagliata, durata dal ‘66 al ‘84, è diventato un vero e proprio corpo vivo che è cresciuto, si è trasformato, fino a divenire non solo il capolavoro di Leone, ma, per molti, uno dei capolavori della cinematografia mondiale.
Anche la gestazione di questo libro è durata molto, più di 10 anni, iniziata, per lungo tempo interrotta e poi finalmente ripresa.
Scaglione ha percorso minuziosamente tutte le fasi di quella difficile realizzazione, come pochi prima di lui avevano potuto fare. Sebbene non manchino testimonianze dirette di De Niro, il suo lavoro si è basato anche su interviste inedite a molti addetti lavori, nomi poco noti al grande pubblico, direttori esecutivi, operatori, sceneggiatori, truccatori, artigiani silenziosi, figure fondamentali per la riuscita di tante pellicole, soprattutto quando il cinema non aveva a disposizione effetti speciali computerizzati.
L’autore parte proprio dall’inizio, dalla scintilla, da quando Leone nel ‘66 legge il romanzo “The Hoods”(Mano Armata) di Harry Gray, pseudonimo di Herschel Goldberg, un ex gangster ebreo di secondo piano, che sentì l’esigenza di mettere per iscritto la sua “carriera” nella malavita.
Il libro non era un granché, ma Leone vi colse degli spunti interessanti attorno ai quali poter costruire la sceneggiatura del film. Nel corso degli anni mentre tentava di accaparrarsi i diritti del romanzo, il regista iniziò a cercare sceneggiatori che trasformassero quella piccola storia in un’epopea.
Si rivolse prima a scrittori di grande calibro, da Leonardo Sciascia a Norman Mailer, ma il loro trattamenti non lo convinsero, sapeva quello che voleva realizzare, nella sua mente visualizzava già le scene del film e quelle sceneggiature non avrebbero raggiunto l’obiettivo.
Così nel corso degli anni attorno a lui si formò un gruppo eterogeneo di sceneggiatori e dialoghisti, le cui singole individualità contribuirono ad apportare alla sceneggiatura le differenti sfumature che desiderava.
L’autore ci accompagna attraverso tutta la realizzazione del film, fino al giorno della sua premiere al festival di Cannes 1984, ed anche oltre, dopo la prematura morte di Leone nel 1989.
Questo libro è davvero unico, un qualcosa che mancava all’appello, che è già divenuto imprescindibile per chi come me, e lo stesso Scaglione, ha amato ed ama visceralmente il film. È un atto d’amore verso una pellicola che poteva ottenere molti più riconoscimenti, se solo i produttori americani avessero avuto il coraggio di rispettarla nella versione integrale voluta dall’autore, invece rimaneggiarla irrimediabilmente per il mercato USA.
“C’era una Volta in America” è stata l’ossessione di Sergio Leone per 18 anni e oltre, è il suo testamento artistico, il suo lascito, è puro cinema, in ogni inquadratura, in ogni gesto degli attori, in ogni parola pronunciata, per non parlare della magistrale colonna sonora di Ennio Morricone.
E poi quel finale, aperto a diverse interpretazioni, che è da sempre un interrogativo, ma rende ancor più affascinante l’opera tanto che alla fine neanche ci interessa più capirlo, e forse è proprio quello che Leone voleva, affermando in proposito:
“Tu la pensi in un modo, un altro la può pensare in un altro modo. Ognuno pensa quello che cazzo gli pare.”
Nood-LesseNood-Lesse wrote a review
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Could’ve been, would’ve been, should’ve been.. is simply THE MOVIE

Da quando lo vidi la prima volta, avrei voluto saperne di più. Come e dove era venuto al mondo, chi l’aveva fatto diventare cosí, chi ci aveva messo dentro tutta quella sapienza di vita. Chi aveva scelto di raccontare i sentimenti primari, il desiderio, l’avidità, l’amicizia, il sesso, la vendetta, l’aplomb attraverso il mito dei miti, l’America che abbiamo sognato.

L'ha scritto Negri Scaglione, l'ho provato anch'io quando diciasettenne ho visto il film per la prima volta su RAIUNO. La presentazione altisonante “Il capolavoro di Sergio Leone" aveva fatto sì che lo snobbassi, fui stregato mentre scorrevo i canali, le scene adolescenziali mi rapirono e sono ancora in ostaggio. Le considerazioni di Negri Scaglione e di Leone stesso, mi hanno confermato che questa è una storia dove i gangster sono il pretesto per parlare della vita, della sua sapienza e dei suoi errori.
Questo è un libro spettacolare, chi ha amato C'era una volta in America lo berrà come se fosse birra alla spina in una calda sera d'estate. Non occorre esser degli ossessi come me per appassionarvisi,
anobii.com/books/mano-armata/01983e20bbc7391153/reviews/54626b6bdd97264f5d8b4595

basta un livello assai più blando per stupirsi di una miriade di informazioni su sceneggiatura, produzione, location, regia, distribuzione, colonna sonora.. Piero Negri Scaglione ha fatto un gran lavoro, una ricerca analitica su qualsiasi cosa sia orbitata intorno al film dal 1966, quando Leone ha iniziato a pensarlo, al 1984 quando è stato presentato a Cannes. Non si è fermato lì, ha proseguito fino ai giorni nostri
youtu.be/JEjaip1ePYM

Ha scritto pagine ben documentate sul finale che da ragazzo mi aveva lasciato assai perplesso. Questo è un film che è cresciuto e invecchiato con me, tanto che sono arrivato ad accettarne quel finale doppio e irrisolto. A proposito di esso, nel libro, il parere di Leone è divertente, quello di De Niro, ormai ultra settantenne, illuminante.
I libri che raccontano la genesi dei film diventeranno davvero un genere? Io me lo auguro per tutti coloro che hanno un film a cui si riferiscono con l’articolo determinativo, per me C’era una volta in America è IL FILM, su Raiuno non avevano esagerato definendolo un capolavoro.

Grazie Piero, mi hai raccontato una serie di retroscena per i quali sarei stato disposto a pagare assai di più dei dieci euro che ho speso per la versione digitale. Per riconoscenza adesso comprerò anche il libro di carta e la affiancherò a Photographic Memories; al libro di Diego Gabutti e a quello di Harry Grey, ricomprato pure nella ristampa Mattioli; alla cassetta VHS; al DVD; alle locandine originali 50x70.

Metto quel numero da parte ho già in mente questo libro, più o meno. Riesco ad andare a Austin nel 2010, ed è una settimana di immersione totale in quel fantastico archivio. È la stagione dell’invasione dei grilli, in Texas, sono ovunque, anche nella camera d’albergo. Sono innocui, ma sembra di trovarsi dentro un horror, o un thriller alla Hitchcock.
Sperando che per caso tu mi legga, voglio anch’io lasciare qualcosa per te: mi hai raccontato di Mailer, Sciascia, Fitzgerald e Proust, di come avrebbero potuto essere o sono dentro al film: procurati la raccolta “Incubo a seimila metri” di Richard Matheson, i grilli li trovi lì.
Daisy (in perpetuo volo)Daisy (in perpetuo volo) wrote a review
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“Molti anni fa avevo un amico, un caro amico…”

«Dico a tutti che si tratta del mio film migliore, probabilmente è così e di sicuro lo penso davvero, ma quel che voglio precisamente dire è che C’era una volta in America sono io». 

Sergio Leone

Negri Scaglione racconta in modo assai coinvolgente – perché emerge da ogni pagina la passione che ci ha messo e il tempo che ha impiegato a raccogliere le testimonianze, le interviste, i ricordi, le fotografie... che gli sono serviti per scrivere questo libro – il FILM, dalla sua genesi fino all’uscita nelle sale nel 1984: diciotto anni! diciotto anni di sceneggiature gettate nel cestino (tra cui quelle di Sciascia e di Norman Mailer, mica noccioline), di attori scelti come possibili interpreti (la lista è impressionante anche per la presenza di nomi famosissimi) e poi scartati, di produttori che rinunciano perché spaventati dal budget che aumentava sempre più, ma non solo da quello, di set sparsi su due continenti e varie nazioni, di truccatori, costumisti, tecnici, e ovviamente della colonna sonora. 

È un libro imperdibile per tutti quelli che come me hanno amato, amano e ameranno sempre fino alla venerazione questo FILM: il film della vita per me (insieme a Lawrence d’Arabia), che vidi quando uscì al cinema due volte in una settimana, perché alla prima non mi sembrò di avere capito tutto. Era “troppo”, c’erano dentro tanti riferimenti letterari, volevo coglierli tutti, o quasi: Proust ovviamente, a cominciare dalla risposta che dà Noddles/De Niro alla domanda del titolo, Faulkner, Henry Roth, Pirandello, Shakespeare, ma soprattutto Fitzgerald. Ma poi scopri che alla base del film c’è un romanzo, in Italia ripubblicato da Mattioli 1885 con il titolo fuorviante e furbetto del film, ma che in realtà si dovrebbe intitolare “Mano armata” (in originale The Hoods) di un certo Harry Gray, pseudonimo di Harry Goldberg, un libro autobiografico, forse scritto mentre era in prigione. Un romanzetto o poco più. Ce l’ho da anni, ma giace ancora su uno scaffale, mi sa che a breve lo leggerò.

Tornando al film, lo acquistai quando uscì il DVD e lo rividi altre volte, poi ho guardato anche la versione integrale, quella con le sei sequenze tagliate dallo stesso Leone, trasmessa due/tre anni fa dalla Rai, più di quattro ore, oltre agli stacchi pubblicitari. Terminò che erano le due di notte passate, ma non mi importava se la sveglia sarebbe suonata meno di quattro ore dopo: dopotutto non era uno dei due film della mia vita? 

E sempre, a ogni visione, non so rispondere alla domanda delle domande: il sorriso finale che cosa significa? pensare che non c’era neppure nella sceneggiatura. Quella scena fu la seconda e ultima a essere girata il primo giorno delle riprese, in uno studio nei pressi del Campidoglio, fu un’idea improvvisa del regista. E De Niro la capì al volo. È come il sorriso misterioso della Gioconda, e tale deve rimanere.

“Noodles è di nuovo nella fumeria d’oppio. Tira dalla lunga pipa, tiene a lungo il fumo dentro ai polmoni e poi lo butta fuori in spirali avvolgenti che si allargano toccando il soffitto. Fumo amaro, che spazza via i ricordi, lo stress, gli errori – e il Tempo”.