Considera l'aragosta
by David Foster Wallace
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Raccontare l'11 settembre, o l'ascesa della tennista Tracy Austin, analizzare l'ironia di Kafka e il suo influsso sulla mentalità degli studenti universitari, riflettere sul tragico destino delle aragoste, recarsi agli Oscar del cinema porno. Dieci anni in ascolto della voce profonda degli USA: da un talk-show reazionario condotto da un presentatore che si veste appositamente per venire bene in radio, fino alla carovana mediatica che insegue un avversario di Bush nelle primarie repubblicane.

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TutadinoTutadino wrote a review
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GeaGea wrote a review
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Di aragoste e minestroni di letture
E' il primo libro di DFW che leggo e sono rimasta spaesata di fronte alle note lunghissime, a volte quasi capitoletti aggiuntivi rispetto il testo principale.
In alcuni casi ho avuto l'impressione che proprio nelle note si dicessero le cose più importanti; un po' come sbirciare dal buco della serratura, su invito dello scrittore, per poter guardare più a fondo, più da vicino.
Anche grazie alle note ho capito perchè, per tutta la lettura, ho sentito come un dolore sordo, amichevole, ma disturbante e minaccioso allo stesso tempo: un cerchio stringente alla testa, rintronata da voci che parlavano tutte assieme.
Almeno in questo libro le numerose domande e risposte e contro-domande e contro-risposte sono la voce caratteristica di DFW; le riflessioni minuziose e lenticolari, sfociano sempre in un dubbio, in una ulteriore domanda, o alla domanda definitiva, di cui sappiamo non ci piacerà la risposta. E, leggendo, non ho potuto fare a meno di sentire altre letture e altre voci.

Non ho studiato a fondo la biografia di DFW e non so se abbia letto Pirandello e Svevo, forse sì, essendo un autore di grande cultura, forse no, non credo siano parte integrante dei piani di studio nelle scuole statunitensi – Gli sarebbero piaciuti? O si offenderebbe nell'essere associato a loro?
I passi che mi hanno portato ad avvicinare questi tre improbabili “amici”, sono stati automatici e poco ragionati, e non so se riuscirò a spiegarli e ricostruirli.
I due autori che ho citato riflettono, nei loro scritti, su ciò che intendano per vita, pazzia, salute, in un modo che, per la loro epoca, era nuovissimo e, almeno in Italia, inedito.
Sono io o sono qualcosa di diverso a seconda dello sguardo degli altri? E ancora: sono io ad essere pazzo/malato o sono gli altri che mi vedono così? O meglio: la mia pazzia e la tua salute sono interscambiabili, basta che cambi il punto di vista e io sono sano e tu sei matto. In sottotraccia, quando si leggono questi scrittori, si avverte un sorriso – mesto o sornione a seconda dei casi – che lascia intendere che, pazzo o malato che tu sia, in qualche modo hai raggiunto l'essenza delle cose. E, per converso, si lascia intuire come i “sani” - che sono fondamentalmente coloro che non si pongono domande – in realtà siano vuoti e faciloni.
In Svevo si avverte benissimo nelle parole con cui descrive la “salute” della moglie:
“Nel mio animo si formò una speranza, la grande speranza di poter finire col somigliare ad Augusta ch’era la salute personificata... Essa sapeva tutte le cose che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura. Se anche la terra girava non occorreva mica avere il mal di mare! Tutt’altro! La terra girava, ma tutte le altre cose restavano al loro posto. E queste cose immobili avevano un’importanza enorme: l’anello di matrimonio, tutte le gemme e i vestiti; il verde, il nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a casa e quello di sera che in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno, né quando io non m’adattavo di mettermi in marsina. E le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno. Esistevano, quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto... Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia.”.
Porsi le domande, e darsi le risposte, è un punto cruciale in DFW; a volte il vortice dei quesiti può letteralmente paralizzare, come quando si gioca a tennis. E' per questo, probabilmente – secondo DFW - che noi schiappe siamo diversi dai grandi campioni: essi non pensano, ma giocano con un istinto infallibile, isolando qualunque voce interiore, anche nelle situazioni più stressanti, quando si rischia il tutto per tutto.
Oppure le domande possono essere subdole e insistenti, come quando ci si interroga sull'onestà di intenti e autenticità di un candidato alle elezioni presidenziali, col dubbio che di autentico e onesto, in fondo, non ci sia nulla, rischiando di rimanere bloccati al momento del voto. O peggio, lasciando perdere e non votando.
Insomma, non ho potuto fare a meno di sentire la voce di Pirandello, quando dice:
“...bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti ad una macchina fotografica. Lei si atteggia. E atteggiarsi è come diventare una statua per un momento. Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire.”
Non c'è alternativa: o ci si interroga, e si “muore”; o si vive, e non ci si interroga.
In DFW, allegre e poste con piglio di volta in volta ironico, sarcastico, graffiante, desolato o malinconico, ci sono diverse domande e, in un angolino, la percezione che chi le pone sospetti, o peggio, veda chiaramente, la menzogna, l'imbroglio, o semplicemente la terrena pochezza dell'individuo.
Quando lo scrittore si trova tra attempate signore, che guardano sgomente la cronaca dell'attentato alle torri gemelle, o quando vaga tra gli stand del festival delle aragoste, si avverte potente il senso di estraneità (forse, in qualche momento, di vero e proprio ribrezzo) verso gli esseri umani che ha intorno. Tanto più estranei, perchè nel suo riflettere incessante e acuto e impietoso, DFW sa che sono simili a lui. Solo che mentre gli altri, apparentemente, riescono a sopravvivere all'idea che un'aragosta venga bollita viva, o all'idea che un politico possa mentirti per il proprio tornaconto, si intuisce che lui fa un'enorme fatica, solo a malapena mascherata dall'umorismo, che tanto rende piacevole la lettura.
YupaYupa wrote a review
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Due sono i punti qualificanti della scrittura di Wallace.
Un procedere per accumulo e l'estremo virtuosismo linguistico-lessicale.
Il procedere per accumulo significa affastellare dettagli su dettagli, come uno schiacciasassi verbale, badando poco all'eventuale presenza di un centro focale, di una struttura narrativa "classica" inizio-sviluppo-conclusione.
Se tutto questo risulta in una prosa narrativa quasi sempre eccelsa (almeno quando non portata alle estreme conseguenze: vedi ad es. gli impervî racconti di Oblio), fatica a produrre dei risultati interessanti in quella saggistica, ma soprattutto in quella documentaria.
Se già Una cosa divertente che non farò mai più l'avevo trovato qualche tacca inferiore alla produzione media wallaciana, questa raccolta, Considera l'aragosta ha spesso ceduto di fronte al peggior nemico dello scrittore (e del lettore): il tedio.
Valga come esempio la cronaca della campagna elettorale di McCain, con i lunghissimi e inutili dettagli della struttura del pullman del candidato, che vanno a riempire pagine e pagine, e con gli aspetti più interessanti (ad es. la visione politica di McCain) che percolano quasi casualmente dalla scrittura di Wallace, gocce che il lettore beve avidamente tanto sono scarse e centellinate, un sottoprodotto laterale.
È quasi un peccato che Wallace vada a disperdersi in questo modo, quasi alla guida di una macchina verbale che egli stesso non è in grado di controllare una volta che l'ha messa in moto, e i finali assai deboli di tutti i pezzi del volume lo dimostrano. Ma d'altra parte Wallace non ha mai avuto un buon rapporto con le conclusioni, vedasi ad es. i famosi finali interrotti nei racconti de La ragazza coi capelli strani o in La scopa del sistema. Ma una conclusione, in narrativa, può benissimo mancare, se ne può fare a meno, quando la polpa del romanzo è comunque così ricca (grazie soprattutto al funambolismo linguistico). Diverso il caso per la saggistica.
Ed è un peccato, dicevo, perché Wallace avrebbe tanto da dire sui contenuti. La sua capacità d'indagine, così ossessionata dal dettaglio, gli permette d'imbastire delle ottime macchine argomentative e persuasive, e questo lo dimostra ampiamente sia nel saggio sul conflitto prescrizione-descrizione in linguistica (che pure non condivido), sia su quello eponimo, ovvero sull'eticità di bollire vive le aragoste (che, qui, condivido maggiormente).
Già, i contenuti. Mi permetto di chiudere con due notazioni personali: se ho apprezzato le bordate che Wallace, scrittore di sinistra, lancia al soffocante feticcio del politicamente corretto, vera piaga del discorso pubblico americano, forti perplessità nutro invece per il primo saggio, il resoconto della premiazione dei cosiddetti "oscar della pornografia", dove l'autore compie il gioco, invero elementare e per nulla scaltrito, di sbatterci in faccia il (presunto) degrado dell'ambiente del porno. Oh, Wallace, non sai forse, con tutta la tua intelligenza, che il degrado sta nell'occhio di chi guarda, ovvero è (come tutto, del resto) relativo?
EsteticaMenteEsteticaMente wrote a review
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Di David Foster Wallace si parla molto ultimamente, a volte giustamente per la grandezza della sua opera, a volte perché lo scrittore statunitense è diventato post mortem un autore di moda che fa molto figo se citato ad una cena hipster. Pazienza questo è il destino dei grandi artisti travolti, loro malgrado dalla nomea dettata dalla macchina del fenomeno di costume.
Detto ciò non commettete l’errore di pensare che Wallace sia un fenomeno leggero e modaiolo per una semplice ragione: “la mente migliore della sua generazione” (come scrisse il New York Times) è l’anello di connessione fra la filosofia di Nietzsche e l’iper modernità con cui ci stiamo confrontato in questi anni.

La spiego meglio: Wallace racconta il mondo che vive senza giudizio morale (qui si potrebbe aprire un dibattito su Una cosa divertente che non farò mai più) ma cercando di capire quale sia la chiave, lo squarcio verso altri mondi, verso la parte più angosciante dell’uomo: la spiritualità.

Wallace scrive prima dell’ondata di nichilismo e narcisismo che travolgerà l’Europa con l’Isis, ma in qualche modo dentro il suo mondo letterario c’è già tutto quello che vedremo: pornografia, droga, consumo e insoddisfazione, voracità esistenziale. E allora se dovessi permettermi di consigliare un percorso all’interno dell’opera di Wallace come prima tappa non sceglierei i suoi romanzi, incredibilmente potenti ma troppo difficili e complessi per affezionarsi immediatamente alla sua penna.

Proporrei un approccio più periferico partendo dalla sua attività di reporter e dai racconti perché in quelli si evidenzia la parte, a mio parere, più affascinante di Wallace: il punto di vista, la decontestualizzazione atemporale di ogni argomento trattato. Wallace ha collaborato con molti giornali (Rolling Stone, Vanity Fair, ecc.) ha insegnato scrittura creativa e filosofia, partecipava attivamente al dibattito culturale basti pensare ai suoi meravigliosi contributi alla rivista McSweeney’s di Dave Eggers ( se andate in California non perdetevi i suoi meravigliosi negozi tra l’altro), insomma David Forrest Wallace era soprattutto un cercatore con un’unica domanda in testa: dov’è andato a finire l’uomo?

Per questo io consiglierei come partenza per il viaggio nella labirintica mente di Wallace Considera l’aragosta, una raccolta di saggi di cui alcuni precedentemente usciti su riviste in cui lo scrittore nei panni del reporter racconta da punti di vista insospettabili la realtà dell’America di inizio secolo. Si parte da Il Il figlio grosso e rosso, un viaggio nell’industria americana del cinema porno e si arriva al Commentatore ovvero gli occhi di un ragazzo spaventato che assistono ad un talk radiofonico politico, si continua fra critica letteraria raffinatissima e la fiera delle aragoste del Maine da cui il libro prende il titolo, passando per il racconto della campagna per le primarie di MC Cain nel 2000 (nota bene otto anni dopo sfiderà Obama), fino ad una gustosissima sfuriata nei confronti del grande Philip Roth. Considera l’aragosta è un libro che non può non sconvolgere per l’incredibile capacità di aprire al misticismo più intimo, di minare quella piccola capacità di distinguere il minimo di realtà sufficiente che ci permettere di uscire di casa e andare a lavoro, quella fiducia nella quotidianità che Hume ci aveva infondato: non si può non rimanere colpiti dal vero e proprio post-modernismo che Wallace ci fa scivolare nella bocca con dolcezza e che all’improvviso ci fa attorcigliare in un mal di pancia chiamato “disagio della civiltà”.

David Foster Wallace si avvicina più che a chiunque altro a Nietzsche per la sua capacità di guardare in faccia la contemporaneità e ridicolizzarla di fronte alla fragilità della condizione umana. Ho lasciato a parte un racconto di Considera l’aragosta, perché volevo dedicare un pensiero solo a quello: La vista da casa della sig.ra Thompson. In questo articolo Wallace racconta l’11 settembre vissuto dal salotto di casa di questa signora americana che diventa immediatamente il punto di vista degli americani medi timorati di Dio. Il racconto è la possibilità di entrare nell’intimo di una parte della società in uno dei momenti più tragici della storia americana, ma è soprattutto per chi aveva meno di trent’anni all’epoca dei fatti la possibilità di fare i conti con un parte del proprio inconscio. Wallace ha l’intuizione non letteraria, umana, di avvicinarsi e di vivere un giorno così importante da una posizione completamente differente dalla sua. Il risultato è una delle cose più belle che mi porto dentro della letteratura.
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