Contro il metodo
by Paul K. Feyerabend
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Lo studio della storia della scienza dimostra che l'applicazione delle norme inventate dagli epistemologi avrebbe inibito e reso impossibile lo sviluppo scientifico: l'esempio di Galileo e della sua lotta a favore del copernicanesimo dimostra che in tale fase cruciale della storia della scienza hann... More

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ClaudioClaudio wrote a review
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(goodreads.com/review/show/2007337448)

To me, Paul K. Feyerabend is the quintessential ENTP personality type.

As such, I absolutely enjoy his compelling arguments, lines of logical reasoning, and out-of-the-box/trans-contextual intuitions that end up bringing him (and the reader) from point A to point B, but only after a long, panoramic detour across the whole latin alphabet.

As such, I am also sometimes perplexed and disoriented by his provocative stances. Not because I dislike them (quite the contrary!), but rather because they often make it hard to discern where the provocation stops and the actual argument begins. I know that boundaries here are intentionally blurry, and that tracing them can be an amusing exercise for the reader, but I also think that this exercise comes with the risk of misinterpreting the core message of this book or (even worse) dismissing all its claims as sheer provocation and nothing more, which is often a way of secretly avoiding tough confrontations.

I’ll make it short and concise: “Against Method” is brilliant. This essay is essentially a thorough critique to the whole mindset of the “scientific method”. And it is not only talking about assumptions that were well established among neopositivists and philosophers of science of its time but, more generally, about a set of ideas that are still deeply entrenched behind the approach of the modern person of science. Feyerabend’s critique is twofold (an abstract argument as well as a series of historical case studies), and it is always articulated as a reductio ad absurdum. The drastic but inevitable conclusion is that there can be no such thing as a scientific method: instead, science can only be an anarchic endeavour (“anything goes”), and every harness we try to put on it rapidly becomes an obstacle to its course.

Daring enough? Well, buckle up fellow scientist/engineer/academic researcher, and read through all of it. If you sincerely agree with every single claim in this book, I’ll buy you a beer (or several, I guess, as you elaborate on the why and how).
AndreaAndrea wrote a review
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Critica necessaria ma povera di contenuti.
Contro il metodo di Feyerabend è un testo che riposava da tanto tempo nella mia libreria e che, una volta aperto, si è rivelato essere profondamente deludente, nonostante la filosofia in esso racchiusa sia un momento necessario per lo sviluppo della filosofia della scienza.

La tesi di Feyerabend, infatti, è un punto focale in un secolo che, dal punto di vista dell'epistemologia, spazia tra le teorie di Carnap e dei neopositivisti del Circolo di Vienna, dal falsificazionismo di Popper, dal paradigma di Kuhn, e dalla dialettica delle dimostrazioni e confutazioni di Lakatos, nonché dei risultati dei vari fisici quali Einstein, Bohr e così via; in tale clima, così eterogeneo, Feyerabend, in puro atteggiamento dadaista, propone il suo anarchismo epistemologico retto dal solo principio secondo cui "tutto può andar bene", un'idea talmente pericolosa ed esagerata che si presta ad essere facilmente fraintesa (e quanti fraintendimenti nella storia della filosofia...).

Mi aspettavo di trovare una trattazione ben più interessante: praticamente tutto il contenuto del testo potrebbe essere riassunto dalle stesse righe ad introduzione di ciascun capitolo utilizzate da Feyerabend per delineare il filo conduttore della sua teoria, dopodiché ogni riga è principalmente la sintesi sviluppata con più parole e corredata da tantissime note e citazioni, nulla più o meno. Oltretutto, Feyerabend, anziché focalizzarsi principalmente sullo sviluppo della scienza odierna, sulla relatività e sulla meccanica quantistica, occupa quasi metà saggio per parlare di Galileo e del fatto che le sue teorie non si basarono esclusivamente su un metodo empirico, come invece potrebbe procedere una scienza soggetta a paradigmi come quella di Kuhn o a regole metodologiche come quella di Lakatos. Su quest'ultimo viene dedicata un intero capitolo di aperta polemica che, a causa della prematura morte del filosofo ungherese, non può avere una replica e resta fine a se stessa: Feyerabend ritiene che l'euristica di Lakatos sia un anarchismo camuffato, tuttavia dubito che quest'ultimo, influenzato com'era dalla dialettica hegeliana, potesse davvero elaborare una simile teoria.

Insomma, le tesi di Feyerabend, che dovevano confluire in un confronto a due voci realizzato proprio con Lakatos, vengono smontate già a partire da un'acuta replica del filosofo ungherese, che gli aveva detto che se tutto può andar bene e non vi sono certezze si poteva tranquillamente gettare dal tetto, tanto non era certo che sarebbe morto; a questo, Feyerabend rispose che non si sarebbe gettato perché è un vigliacco. Da qui l'atteggiamento dadaista che deve essere percepito dal suo lettore: è necessario leggere una posizione del genere, però a livello di contenuti, come già avevo detto, si potrebbero solo consultare le righe introduttive a ciascun capitolo e ricavare da lì tutto il sunto del discorso di Feyerabend.

Quando avrò approfondito ulteriormente il pensiero di Lakatos riconsidererò questo saggio, ma al momento ne esco molto insoddisfatto perché era un testo su cui riponevo molta fiducia e non mi aspettavo di rimanerne deluso a lettura ultimata.
ErsillErsill wrote a review
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Spoiler Alert
(Rileggendo, per tributargli la mia tesi triennale...)
«Dobbiamo dunque concludere che, all'interno della scienza, la ragione non può e non dovrebbe dominare tutto e che spesso dev'essere sconfitta, o eliminata, a favore di altre istanze. Non esiste neppure una regola che rimanga valida in tutte le circostanze e non c'è nulla a cui si possa far sempre appello.
Ora, dobbiamo ricordare che questa conclusione è stata tratta dalla condizione che la scienza, quale la conosciamo oggi, rimanga immutata e che si permetta ai procedimenti che essa usa di determinare anche il futuro sviluppo. Dato che la scienza esiste la ragione non può essere universale e l'irrazionalità non può essere esclusa. Questo carattere peculiare dello sviluppo della scienza costituisce un forte elemento a sostegno di un'epistemologia anarchica. Ma la scienza non è sacrosanta. […] Esistono miti, esistono i dogmi della teologia, esiste la metafisica, e ci sono molti altri modi di costruire una concezione del mondo. È chiaro che uno scambio fecondo fra la scienza e tali concezioni del mondo “non scientifiche” avrà bisogno dell'anarchismo ancora più di quanto ne ha bisogno la scienza. L'anarchismo è quindi non soltanto possibile, ma necessario tanto per il progresso interno della scienza quanto per lo sviluppo della nostra cultura nel suo complesso.
E la Ragione si unisce infine alla sorte di tutti quegli altri mostri astratti come l'Obbligo, il Dovere, la Morale, la Verità e i loro predecessori più concreti, gli Dèi, che furono usati un tempo per incutere timore nell'uomo e per limitare il libero e felice sviluppo: svanisce...»
(CM, p.147)
Andrea LimardoAndrea Limardo wrote a review
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Spoiler Alert
Mille modi per essere liberi nell'era delle ideologie.
La Giangiacomo Feltrinelli Editore di Milano accolse a quattro anni dalla pubblicazione presso NBL l’idea di portare nel nostro Paese uno dei maggiori casi della letteratura filosofica internazionale. L’autore, convogliato in quarte nozze con una donna italiana e ormai paralizzato da qualche tempo, è uno dei più eclettici filosofi. Viennese, studente di storia, sociologia, astronomia e logica (come recita il retro del piccolo volume italiano), giunse a Londra alla School of Economics con l’intenzione di proseguire la sua carriera a fianco di Ludwig Wittgenstein (l’incubo di ogni studente odierno di un corso di laurea in filosofia, per il suo stile ricco ed ermetico). Per sua sfortuna – come ammesso dal diretto interessato – finì per essere l’assistente del maggiore esperto di epistemologia e filosofia della scienza allora vivente: Karl Raimund Popper (cui il caso giocò il brutto scherzo di portarselo via, quasi vent’anni fa, il giorno stesso dell’attrice hard Moana Pozzi, con la conseguente nascita di storie ironiche di facile immaginazione dietro la dipartita del filosofo). In realtà, il vero rammarico di Feyerabend fu di dovere abbandonare la sicura carriera teatrale come aiuto regia di un “certo” Bertolt Brecht. Di là dalle note di colore, se durante il primo periodo della sua carriera fu parzialmente etichettato come il cane da guardia di Popper, pare certo che il lettore, avaro di storia della filosofia, si farà ancora meraviglia del tono di “Against the Method”.
Le molte competenze di Feyerabend si esprimono in un lavoro tradotto egregiamente nella nostra lingua, la cui scorrevolezza e facilità di lettura non richiedono di essere affrontato da chi già possiede nozioni sullo sviluppo della filosofia della scienza del XX secolo. Le molte note nel testo, l’attenzione storica dell’autore, consentono di entrare in contatto con gli elementi essenziali necessari. Chiaramente, ciò non nega che la ricchezza delle formulazioni di Feyerabend è meglio apprezzata dall’esperto, ma il filosofo austriaco traduce la sua carica dialettica (ammirata personalmente anche dall’allora giovane studente di fisica Lee Smolin) in un libro chiaro e trascinante, grazie ad un’esposizione che segue la stessa pratica espositiva universitaria dell’autore. Per l’appunto, Feyerabend era solito sviluppare le sue lezioni scrivendo una frase sul proprio quaderno e quindi estendere completamente i contenuti della stessa. Tale metodo resta appunto invariato: i diciotto capitoli, che compongono le 252 pagine dell’opera, sono titolati da brevi frasi che riassumono il contenuto del testo; da cui procede lo sviluppo argomentativo, ove s’incrocia alla discussione storico-scientifica, le scienze sociali, la storia dell’arte, le scienze politiche ecc. La capacità di procedere nell’argomentazione per mezzo dell’incrocio contemporaneo dei dati interdisciplinari ha similarità in autori come Wittgenstein e Nietzsche, cui forse in maniera forzata può essere paragonato tale lavoro (si pensi a uno scritto come “Genealogia della Morale”). Allo stesso modo del filosofo tedesco, Feyerabend affianca la necessità di guardare ai fenomeni (in questo caso quelli scientifici) secondo un punto di vista maggiormente critico rispetto al razionalismo di matrice illuminista, giungendo al risultato che il contenuto di ragione è un epifenomeno non caratteristico dello stesso sviluppo conoscitivo (una sovrastruttura). L’analisi della vicenda galileiana – centrale nel testo - si disegna come il risultato di un’impostazione solo apparentemente metodologica che nasconde al suo interno forti abilità nella retorica più avanzata, nel marketing, nella capacità di distorcere i dati a proprio piacimento pur di sorreggere la propria tesi (capitolo 11). Non è difficile qui notare una somiglianza con il processo descritto da Nietzsche e racchiuso nel concetto di ‘maschera’. In effetti, la storia della scienza moderna si sviluppa in Feyerabend più grazie alla capacità degli autori di padroneggiare l’anamnesi platonica, la capacità d’introdurre il contenuto più originale facendo credere al lettore che nulla sia cambiato.
Chiaramente il testo non si riduce a questi elementi. Per l’appunto, lo scopo principale è quello di mostrare al lettore che per quanto il filosofo della scienza e lo scienziato vogliano persuaderci che è un metodo correttamente applicato a sostenere il progresso scientifico, tale sentenza appare non molto diversa da una sentenza rassicurante, da fare invidia al migliore dei politicanti. Come indicato nella buona prefazione curata da Giulio Giorello più che una critica alla metodologia tout court, Feyerabend contrasta l’idea che vi sia una sola e unica soluzione al problema della conoscenza. L’impresa scientifica, vista dal punto di vista del suo reale sviluppo, è più ricca di quanto l’empirista, il razionalista e il falsificazionista conceda esplicitamente. Feyerabend invita a ricordare che essa, al pari di ogni altra forma culturale umana, è essenzialmente una prospettiva ideologica d’indagine della vita, con i suoi pro e i suoi contro. Come tale non è separabile da passioni, ideologie, desideri, volontà, frustrazioni, i cui membri accettano (convinti o meno) un quadro di riferimento tale da imporre cosa possa essere inferito e cosa non è lecito dire. Lo scienziato reale agisce quindi non spogliandosi del proprio abito quotidiano (come persino la fenomenologia husserliana ipotizza), ma portando se stesso all’interno del laboratorio di ricerca.
Il risultato è che la scienza si sviluppa con lo stesso grado di complessità della vita umana. Data questa premessa occorre liberarsi dalle ideologie scientiste e approcciarsi alla cultura secondo un atteggiamento che Feyerabend battezza ‘anarchismo metodologico’ o ‘dadaista’: «Un dadaista è convinto che la vita merita di essere vissuta solo quando si cominciano a prendere le cose allegramente e quando si eliminano dal proprio linguaggio i significati profondi ma ormai un po’ frusti che esso ha accumulato nei secoli (“ricerca della verità”; “difesa della giustizia”; “impegno appassionato” ecc. ecc.)». In realtà, una prima distinzione va fatta fra i risultati esprimibili da tale atteggiamento e da quelli che il razionalista dogmatico vorrebbe imporre con i suoi precetti. Questi sono definiti criticamente nella parte dedicata all’analisi del pensiero del collega Imre Lakatos. Proprio il nome dell’altro grande filosofo della scienza consente di dire che quello che il lettore può leggere è in realtà deviato rispetto al piano originale dell’opera: “Contro il metodo” era pensato come lavoro a quattro mani, con Lakatos a contrastare le idee di Feyerabend e viceversa, ma la morte improvvisa di Lakatos ha impedito il realizzarsi di tale progetto (ora ipoteticamente ricostruito nel volume “Pro e Contro il metodo” edito da Cortina).
Veniamo all’argomentazione tenuta dall’autore, sfogliandola nelle linee generali. Secondo Feyerabend, seguire esplicitamente la proposta di Lakatos (i suoi standard) equivale ad atteggiarsi in maniera reazionaria rispetto alla libertà della scienza: il punto essenziale è quello di considerare la scienza moderna come l’unico modello di riferimento di valutazione della scienza stessa, con l’identica prospettiva di demarcazione già sviluppata da Popper. Lakatos non dimostra, però, la giustezza di questi standard e simultaneamente permette da un lato l’imporsi di forme coercitive di conoscenza, dall’altro favorisce un’impostazione scientista, più che scientifica, della conoscenza. Tale critica apre un altro fronte, non sempre apprezzato nel lavoro di Feyerabend. L’estrema convinzione che la scienza sia un’operazione umana fallibile coerentemente deve portare all’idea che le differenti forme di sapere sviluppatesi nella storia dell’uomo sono sullo stesso identico piano, godendo tutte di limiti e vantaggi. Non è credibile sostenere preventivamente l’inutilità del sapere magico, artistico, intuitivo ai fini del processo conoscitivo. Quello che Feyerabend teme è che alla scienza si sostituisca l’ideologia scientifica di considerarsi l’unica forma corretta di sapere. Secondo un’impostazione liberale di un auto-controllo fra i poteri, Feyerabend rivaluta in questa direzione il ruolo svolto da enti come lo Stato e la Chiesa nel contrasto diretto o indiretto alla pratica, da conseguire attraverso la piena separazione delle aree d’influenza. La Scienza, in sostanza, ha sviluppato progressivamente se stessa in forme naturali contorte che la rendono indistinguibile dalle altre forme dottrinali (religione, politica). Ciò è il contenuto reale di tale disciplina. Dovere dei cittadini diventa quello di essere consapevoli di ciò che le differenti forme di sapere propongono e scegliere consapevolmente la prospettiva ideologica con cui analizzare il mondo, ricordando che «la scienza non ha autorità maggiore di quanto ne abbia una qualsiasi altra forma di vita». Tutto questo è tracciato negli ultimi capitoli dall’analisi dell’incommensurabilità fra teorie, fondamentale nell’economia del pensiero di Feyerabend assieme all’analisi dell’uso delle ipotesi ad hoc. Il lungo e complesso capitolo 17 propone l’argomentazione per cui differenti teorie possono non risultare comparabili (sono per ciò dette ‘incommensurabili’). Questo fatto si deve essenzialmente alla rivoluzione dei significati che ciascuna teoria porta con sé, che rende automaticamente impossibile un lavoro di traduzione trasparente di una teoria precedente in quella nuova, ma uno solo deformato. Il contenuto più antico è generalmente fagocitato, abolito o sospeso dalla nuova teoria, così da rendere impossibile paragonare i contenuti, mentre rimane in piedi la possibilità di confutare le teorie in gioco attraverso la scoperta di contraddizioni interne, comunque deboli. Da questo discende in primo che nel momento in cui si discutono due teorie, non sono i singoli elementi a essere giudicati, ma l’intero corpo; in secondo, che è sensato favorire la proliferazione teorica piuttosto che bollarne una o più di queste come inutili (nessuno possiede infatti uno standard non ideologico per decidere la soppressione di una prospettiva rispetto all’altra); in terzo, questo giustifica appunto l’abbandonare definitivamente l’immagine della scienza tipica del senso comune. Le differenze fra lo scienziato e il prete si assottigliano così al punto che la scienza non è altro che “la forma più aggressiva e la più dogmatica istituzione religiosa”. Un risultato identico a quello cui giunse Nietzsche al momento di contestare il principio di causa-effetto (nei Frammenti Postumi) e il concetto di ‘verità’.
In conclusione, se Feyerabend trova (forse) una risposta alle domande di Kierkegaard, la possibilità che la scienza di oggi abbia prodotto un mostro tale da indebolire il nostro ‘essere umani’, questa è che la scienza deve comunque condividere quello spirito libero e giocoso (Wittengstein) della vita, garantendo innanzitutto la piena partecipazione democratica alla sua impresa e abbandonando il proprio piedistallo (e qui torna in mente Nietzsche con la sua critica ad avere ucciso Dio lasciandone però il trono intatto). Un richiamo finale che ritorna all’incipit del lavoro a tollerare e a garantire l’esplosione delle differenze: “Anything goes!”. Tutto va bene.
FeniksoFenikso wrote a review
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Spoiler Alert
Titolo seducente, ma...
Feyerabend esagera!
La scienza, è vero, come ogni sistema tende ad irrigidirsi sulle sue posizioni, a diventare dogmatica e a trasformarsi così in un'antiscienza conservatrice, che omologa e appiattisce la creatività di pensiero irregimentandola in un determinato metodo.
Allora benvenuto il caos, inteso come creatività senza confini, come grimaldello che può scardinare questo sistema asfittico e ridare linfa ad una razionalità ormai inaridita, ma benvenuto anche il pensiero poetico, che, come direbbe Montale, ci fa scoprire "la maglia che non tiene".
Da qui però affermare l'utilità di sostenere qualunque teoria, anche la più bislacca, senza nessun fondamento empirico (perché in fondo anche i fatti possono mentire...) diventa pericoloso.
È giustificato allora anche il negazionismo?
Sono giustificati quei medici che propongono pseudo-cure alternative contro il cancro e che così fanno morire i pazienti?
L'apice Feyerabend lo raggiunge però nel capitolo finale, quando si lamenta della mancata separazione fra scienza e chiesa, ritenendo una violenza contro la libertà individuale il fatto che a scuola sia imposto l'insegnamento di materie scientifiche al posto della della magia e dei miti.
Per carità, nei miti c'è sicuramente un fondo di verità che non è stato preso in giusta considerazione e che merita sicuramente un maggiore studio. Ma condannare l'insegnamento della storia?
La scienza non detiene sicuramente la verità assoluta, anzi, è giusto sottoporla a continue critiche e revisioni, ma mi pare esagerato parlarne in termini di "favola".
Ad ogni modo è una lettura da addetti ai lavori, non molto divulgativa, richiede quindi un certo background scientifico e/o filosofico.