Dance dance dance
by Haruki Murakami
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È un giorno di marzo, al Dolphin Hotel di Sapporo, A.D. 1983. Alla radio suonano gli Human League. E poi Fleetwood Mac, Abba, Bee Gees ecc. Uno strano mondo, questo, dove tutto - o quasi - si può comprare. C'è un giornalista free lance che ha perso molte cose nella vita e ogni volta una parte di sé. Cammina controvento senza perdere lo slancio: forse, per mantenere la rotta, non gli interessa che lasciarsi andare alla deriva. C'è una ragazzina di tredici anni seduta da sola in bar. Ci sono una receptionist troppo nervosa, un attore dal fascino irresistibile, un poeta con un braccio solo; e un salotto a Honolulu dove sei scheletri guardano la TV. Esiste un collegamento fra queste cose, un senso anche per chi ha perso l'orientamento, basta continuare a danzare.

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Gabriele CrescenziGabriele Crescenzi wrote a review
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"Ho perso tante cose, pensavo, e continuo a perderne altre. Alla fine sono sempre rimasto solo, e sarà così anche questa volta. Va sempre a finire così."
Avete presente quella strana sensazione che vi assale quando ammirate un'opera di Hopper o di De Chirico, quel senso di impotenza, di ineluttabile mancanza, di vacuità scaturite da paesaggi desolati, animati da poche figure immobili, dalla presenza soffocante di tanti, troppi spazi vuoti che fanno passare in secondo piano la rappresentazione concreta?
Ecco, questa percezione di perdita, di malinconica rassegnazione di qualcosa che irrimediabilmente manca è parte di ciascuno di noi. Ognuno ha sicuramente subìto una cesura netta nella propria vita, un irreversibile taglio con cui sembra di aver perso una parte di sé, che ci si porta dietro e si tenta di colmare in qualsiasi modo. La vita è una serie infinita di momenti mancati, di attimi sfuggiti, di spazi che, in un certo senso, ci rendono più consapevoli di chi siamo, del valore di ciò che abbiamo. Queste carenze sono un po' l'emblema dell'uomo moderno che, paradossalmente, nonostante la crescente interconnessione globale, si sente sempre più solo, sempre più incompleto.
La ricerca febbrile di un senso, di un modo per sfuggire ad un'esistenza desolante risulta l'unica strada per non essere risucchiato nel vortice nullificante delle proprie privazioni. E non resta che ballare per ritrovare la propria realizzazione, come dimostra l'onirica e conturbante opera del grande autore contemporaneo Haruki Murakami, "Dance dance dance" ("ダンス ダンス ダンス", 1988)

"Dance dance dance" ci catapulta in un mondo sfocato fatto di realtà e fantasia, di concretezza e idealità, esplorando i vuoti dell'uomo contemporaneo in una dimensione di forte malinconia. L'atmosfera irreale, visionaria che accompagna la narrazione riflette un'interiorità turbata, un io insoddisfatto che lotta per capire il mondo e, in primis, per capire se stesso.

L'anonimo protagonista, un giornalista freelance con una serie di vuoti interiori da colmare, si lascia trascinare da uno strano sogno ricorrente per afferrare quel nesso, quel collegamento che sente di esistere ma che non vede chiaramente. Su uno sfondo urbano mutevole e dai contorni vaghi, stringerà nuovi legami, scoprirà nuove incognite e strani segreti, continuerà a danzare, come gli consiglia l'uomo-pecora, grottesca figura in bilico tra realtà e interiorità, per trovare un senso al caos di "fili" che in qualche modo sono, anzi devono essere collegati.
La trama sfuma in una dimensione atemporale e aspaziale, in cui si fondono elementi mondani e visioni interiori i cui confini non sono ben delineabili.

È difficile circoscrivere quest'opera ad una specifica categoria, in quanto la narrazione non progredisce per sé, ma da sé. Il quadro complessivo non ha importanza, le incongruenze sono quelle dell'uomo, le quali esistono e basta, non hanno bisogno di spiegazioni. È un romanzo che non racconta nulla ma fa percepire tutto, in cui le azioni sono superflue e cedono il posto a sensazioni vaghe ma persistenti.
Lo stile fluido, semplice ma evocativo, a tratti psichedelico, rompe tutti gli schemi narrativi rigidi e trascina il lettore nei meandri dell'informe materia che è l'interiorità.

"Dance dance dance" è un romanzo di assenze, popolato da poche figure, da pochi oggetti e luoghi, e tanti spazi vuoti. Il protagonista vive il dramma perenne della perdita delle persone, la sua vita è come un treno che si svuota progressivamente ad ogni fermata. E al capolinea non resta che lui, solo, con la coscienza di aver lasciato una parte di se stesso negli altri. Come spesso afferma, nella sua esistenza ci sono due porte, una d'ingresso e una d'uscita. Nessuno resta, forse neanche lui stesso. A 34 anni si ritrova solo, con un divorzio alle spalle, un caro amico defunto e un lavoro che pratica senza entusiasmo.
La sua vita è dunque segnata da partenze inevitabili e solo dopo tempo lui comprende la sua condizione di incompletezza. Per sfuggire ad una realtà che sembra priva di senso, lui cerca di aggrapparsi al flusso degli eventi, danza incessantemente per giungere a quel passo che dovrà stupire tutti. È un vagare senza meta ma prestabilito, una ricerca spasmodica di un motivo, uno solo, che possa dargli di nuovo uno slancio, una speranza. Nell'assurdità del vivere, lui si autoconvince che c'è un significato, deve esserci per forza, altrimenti nulla avrebbe consistenza. Il caos della vita ha dei collegamenti, lo avverte, perché in caso contrario dovrebbe vivere di assenze. Sfidando tutto, cerca quel senso nella sua dimensione particolare in cui le sue aspirazioni, le sue paure si proiettano nel reale, si fondono inestricabilmente con esso a tal punto che non si riesce più a distinguerne il confine. Le visioni allora, le figure che popolano il romanzo, dall'uomo-pecora all'evanescente Kiki, non sono altro che il suo grido d'aiuto, la sua volontà di autoconvincersi che non può andare così, che non è questo il suo destino.
Bisogna allora agire, creare le proprie connessioni per poter vivere davvero.

"Dance dance dance" è dunque un romanzo affascinante, onirico, che con grande leggiadria narra una storia fatta di perdite e di assenze.

Cerendira Cerendira wrote a review
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TutankhamonTutankhamon wrote a review
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