Datemi retta, qualcosa si può fare (per cambiare il mondo)
by Isabel Losada
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Isabel parte per il Tibet. Fra incontri e scontri con la realtà cinese,ingenuità ed esperienze più radicali, buffi sconforti e impennate diindignazione, interazioni con poliziotti, ministri, ambasciatori, vegetariani,anarchici, scalatori, l'intrepida Isabel arriva dal Dalai Lama... More

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SvalbardSvalbard wrote a review
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Libro di cui non sapevo dell’esistenza, e comprato usato sulla solita bancarella vista l’autrice di cui ho già letto parecchie cose, a volte un po’ perplimenti (tipo la sua proverbiale difficoltà ad accettare che gli uomini possano essere anche non esattamente come lei vorrebbe che fossero, al punto di vivere da single pur di non cercare di mediare tra l’ideale e la realtà) e il brio e l’umorismo nella scrittura.

La Losada è sempre stata affascinata dalle forme alternative di conoscenza. In questo senso il suo libro “Voglio vivere così”, più pragmatico che dogmatico e tutto sommato scritto senza fanatismi, pur affrontando argomenti che a me in buona parte dei casi paiono ciarlatanerie, era decisamente interessante. Non stupisce quindi che a un certo punto della sua vita, forse un po’ sulla scorta di quell’esperienza, decide di perseguire degli obiettivi che sono, oltre che di crescita personale, anche politici: l’impegno a favore del Tibet e per un’autonomia dalla Cina, e lo studio della cultura buddistico-lamaistica.

In questo libro, con il consueto brio racconta il suo cammino di conoscenza, che comincia con la presa di contatto con vari gruppi londinesi di resistenza e sostegno al Tibet (che ovviamente si guardano reciprocamente in cagnesco e si accusano vicendevolmente di velleitarismo, idealismo ecc., cosa che lei, con le sue notevoli capacità scrittorie, rende in maniera decisamente gustosa); prosegue con un viaggio da turista in Nepal, dove prontamente, secondo la sua consueta prassi degli amori impossibili, si innamora di un monaco tibetano che a modo suo la corteggia spietatamente ma senza mai darle la minima possibilità di concretizzare. Poi in Tibet (con conseguenti pesantissimi disagi da altitudine); ancora, l’organizzazione di una manifestazione clandestina di sostegno alla causa tibetana, con scalata dimostrativa alla colonna di Nelson in Trafalgar Square per appenderci uno striscione (avendo appena letto il libro “L’amante del vulcano” di Susan Sontag, in cui Nelson, l’”Eroe”, appare per una persona meschinerrima e squallida, quasi mi spiace che per errore i manifestanti non abbiano buttato giù la statua). Per concludere, un inatteso incontro con il Dalai Lama, a cui la Losada regala un libro di Harry Potter, ritenendo che la storia del maghetto della Rowling abbia molti punti in comune con quella del Panchen Lama, rapito da bambino dai cinesi e allevato nella totale misconoscenza della propria cultura, proprio come Harry Potter in mezzo ai babbani (prima di storcere il naso leggete il libro della Losada, perché il paragone, ben argomentato, sta perfettamente in piedi; e comunque mi colpisce sempre quanto radicalmente e trasversalmente le vicende di Harry Potter siano entrate a far parte della nostra cultura contemporanea - il primo che dice “pop” lo fulmino).

Il libro, nel suo complesso molto interessante e che mi ha spiegato un sacco di cose che non conoscevo, l’ho apprezzato, secondo lo stile dell’autrice, per i numerosi spunti personali e autobiografici. Tre, tra questi, mi hanno colpito in modo particolare.

In Tibet, in un tempio buddista, la Losada si inchina davanti a una statua di Buddha, toccandola con la fronte, e ne riceve una sorta di inattesa folgorazione energetica che le crea uno stato di profonda commozione e benessere. Si tratta di qualcosa di cui anch’io ho avuto esperienza e che viene genericamente definito “energia”, “prana” o simili, che forse ha anche una radice scientifica ma che non è mai stata sufficientemente indagata, ed è propria, oltre che di alcuni oggetti o luoghi (il caso della statua viene adeguatamente spiegato dal monaco) anche di alcune persone. A me accadde lo stesso con una persona, infatti, che conobbi in una palestra-istituto dove si faceva meditazione, aikido e altre cose per la “crescita personale”. Io vi ero stato portato da amici, ero più perplesso che scettico ma quando questa donna, guidando un’attività di meditazione, mi mise una mano sulla schiena provai la stessa cosa, una specie di luce che mi esplodeva dentro e dava senso a me stesso e a tutto. Escludo la suggestione, dato che praticamente non la conoscevo e non mi ero fatto nessuna idea su di lei (me la feci a posteriori; si trattava di una di quelle purtroppo frequenti persone dotate di un’acuta intelligenza naturale ma anche di un feroce disprezzo per gli intellettuali o comunque per le persone che hanno studiato, rectius hanno avuto la possibilità di studiare, sostanzialmente una “laureata all’università della strada”, come si dice, con l’aggravante di avere un moralismo suoresco, credersi una terapeuta e una irredimibile attitudine al “womansplaining”, che è tipo il “mensplaining” ma a sessi opposti, e soprattutto, come molti altri in quell’ambiente, una discepola di Osho Raijneesh - all’epoca si chiamava ancora Bhagwan - in cui continuavano a credere nonostante gli spiacevoli fatti dell’Oregon fossero già accaduti; penserei che anche il credito di questo santone, e forse di altri, dipendesse da una forma simile di “energia” contagiosa, che evidentemente non ha un rapporto causale con la bontà d’animo e di intenzioni, o almeno non esime dal combinare guai a ripetizione. In ogni caso la stessa energia l’ho poi trovata in seguito in un’altra persona molto più corretta e sana, che con ogni probabilità non ne era nemmeno consapevole).

Un altro episodio: in Nepal la Losada si avvicina a un monaco (non quello di cui si innamora, un altro) che sta tenendo una specie di seminario. Questo la guarda, le dice “Lei è molto bella, come i fiori in quel vaso, ma torni fra due settimane a vedere come saranno quei fiori”, e poi ai discepoli “Vedrete che riesco a farla arrabbiare”. Lei risponde “non ci riuscirà, a meno che non le conferisca io il potere di farlo”, ma nello stesso tempo si rende conto che ci è riuscito. Mi chiedo che razza di saggezza sia quella di fare dispettucci dialettici a una persona che manco si conosce. Personalmente avrei risposto al monaco che la riflessione sulla caducità della bellezza paragonandola ai fiori che appassiscono non è esattamente una scoperta dell’ultimo minuto e non è nemmeno un monopolio della cultura orientale, e che comunque se sono bella non è colpa mia.

Un terzo episodio: in Ladak, dove è andata a incontrare il Dalai Lama, la Losada ha un incontro con altre persone (occidentali) che le spiegano che l’impegno ad agire è poca cosa, bisogna piuttosto cambiare sé stessi e farlo con la meditazione. Lei, che è un’attivista di prima grandezza, si arrabbia. Condivido quest’arrabbiatura; la meditazione potrebbe essere una buona cosa (fermo restando che ci sono migliaia di cose che possono diventare meditazione, volendo, se fatte in un certo modo) e in via “esperienziale” in questo piccolo incontro si vede in controluce la differenza tra mentalità occidentale del fare e quella orientale dell’essere (o non essere, dato che la meditazione spesso viene spiegata come una sorta di “annullarsi”). Nonché la tendenza che hanno molti a spiegarti che loro sono migliori perché hanno capito le cose, e non è che abbracciare culture, religioni e filosofie orientali renda automaticamente migliori..
AnnetAnnet wrote a review
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ValeVale wrote a review
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pierpaolopierpaolo wrote a review
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