Della bellezza
by Zadie Smith
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Howars Belsey, docente di storia dell'arte e studioso - suo malgrado- di Rembrandt, vive la sradicata esistenza di un britannico portato dal destino accademico a vivere per ragioni professionali in una prevedibile cittadina del New England, Stati Uniti d'America. Il suo matrimonio con Kiki, un temp... More

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Cristina MeglioliCristina Meglioli wrote a review
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https://www.thebloodyisland.it/post/non-si-giudica-un-libro-dalla-copertina-6
"La più grande menzogna che si racconta sull'amore è che ti rende libera."


Leggere un libro di Zadie Smith è sempre un gran piacere e in attesa di avere fra le mani il suo ultimo lavoro (la raccolta di racconti "Grand Union") ho ripescato dalla libreria "Della Bellezza", il suo terzo romanzo datato 2005 che imperdonabilmente giaceva ancora tra la grande pila dei libri da leggere.

Il romanzo non raggiunge il livello di "Denti Bianchi" (il suo romanzo d'esordio, capolavoro che non ha bisogno di presentazioni) ma poco ci manca, ogni libro della Smith non scende mai sotto il livello di "bellissimo" tant'è che, oltre alla nomination al Man Booker Prize, si è aggiudicato l'Orange Prize nel 2006.

Insomma, Zadie scrive e un premio arriva, funziona più o meno così.


In questo romanzo, ambientato tra Londra e Boston, seguiamo gli intricati rapporti di due famiglie rivali: i Belsey e i Kipps.

Due famiglie apparentemente molto diverse ma al cui interno si creano dinamiche simili. Non voglio svelare troppo della trama e dei tanti personaggi perché è un piacere conoscerli pian piano e comprenderli a fondo grazie al potere di osservazione della scrittrice, regina indiscussa nel descrivere i rapporti umani. Anche le situazioni più comuni diventano intriganti grazie alla sua inimitabile voce, i dialoghi sono originali ed eleganti e tantissimi gli argomenti sviscerati o anche solo sfiorati.

Ritroviamo come sempre la tematica dell'identità razziale tanto cara alla Smith così come quelle del pregiudizio e della condizione femminile, nella famiglia e nella società.

Due sono le famiglie e due i matrimoni, entrambi in crisi ( apertamente o meno) dove le dinamiche tra marito e moglie sono raccontate con maestria, intelligenza e sensibilità, così come quelle di amicizia e fratellanza. C'è il tema del tradimento, da quello fisico a quello intellettuale, della vendetta e del perdono.

L'ambiente in cui si muovono i protagonisti è quello universitario, intellettuale e borghese, lo stesso dell'autrice che lo conosce molto bene e del quale ne mostra i pregi ma anche i tanti difetti. Un microcosmo che rispecchia quello esterno della società, fatto di favoritismi, ingiustizie ma anche di passione e tante, tante, opportunità.

Non ci sono buoni o cattivi, tutti hanno un lato negativo, ipocrita, debole o arrivista e le figure maschili non ne escono particolarmente bene ma tra i tanti personaggi due fanno luce. Due donne che riescono, superando i conflitti, i pregiudizi e le differenze culturali a creare qualcosa di puro, meraviglioso e raro come un'amicizia vera.


"A volte conosci qualcuno e senti subito che sei completamente collegato, e quella persona è come tuo fratello...o una sorella. Anche se loro non se ne rendono conto, tu lo senti. E per molti versi non importa se lo vedono o non lo vedono per quel che è... tu non puoi fare altro che tirare fuori quel sentimento. Anzi, DEVI farlo. Poi stai a vedere che cosa ti torna indietro. È così che funziona."


...Driiin...


Scusate l'interruzione ma nel frattempo mi hanno suonato al campanello e, ci crediate o meno, era il corriere che mi consegnava il libro che stavo aspettando con ansia (vedi sopra) che non vedo l'ora di iniziare e che prevedo sarà l'ennesima conferma di quanto è brava Zadie Smith.


4,5/5
MorenaMorena wrote a review
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Howard e Kiki sono sposati oltre vent'anni, lui è docente di storia dell'arte in una università prestigiosa, lei è manager in un grande ospedale, stanno vivendo una crisi matrimoniale di cui Howard è il colpevole e hanno tre figli. Sono una coppia mista come si dice, Howard è bianco e inglese, Kiki è nera e americana. I loro figli Jerome, Zora e Levi sono completamente diversi tra loro. Jerome ha scelto una università diversa per i suoi studi, è molto religioso e ha preso una sbandata per la figlia di colui che il padre considera il suo rivale. Zora è ambiziosa, determinata, vuole assolutamente riuscire in quello che fa ma anche fragile e incosanpevole. Levi il più giovane è forse quello che vive con più disagio la sua condizione di adolescente nero privilegiato che vive in un quartiere bene e non in un ghetto. Intorno a loro si muovono altri personaggi tra cui Monty Kipps il "nemico" di Howard, la moglie di lui Carlene di cui Kiki diventerà amica, il figlio Michael e la figlia Victoria di cui Jerome si innamora. Quando Monty si trasferirà nella stessa università di Howard gli eventi in qualche modo precipiteranno e altri personaggi faranno la loro apparizione contribuendo a rendere la situazione di Howard e Kiki e dei loro figli sempre più caotica, confusa ma anche curiosamente liberatoria. Zadie Smith costruisce un romanzo vivo, dinamico, pieno di spunti e argomenti oltreché di fatti e storie, un racconto tumultuoso in cui persone, aneddoti e particolari che all'inizio sembrano scollegati convergono tutti verso un unico punto e cioè l'amore tra Kiki e Howard e la domanda che fin dall'inizio aleggia nel romanzo: ce la faranno a superare la loro crisi e a tornare insieme?
UnloadedgunUnloadedgun wrote a review
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La bellezza è negli occhi di chi guarda
Uno scrittore lascia sempre una traccia sulla chiave del suo romanzo. Spesso il motivo per cui decide di scrivere proprio quella storia risiede nel cercare di risolvere alcuni suoi conflitti, o di condividere qualche ossessione. Questa motivazione forte può apparentemente essere persa di vista, nella compulsiva necessità di riempire pagine e pagine (511 nel nostro caso) con migliaia di parole. Sta al lettore individuarla, perché non esiste libro senza motivazione, come non esiste il delitto perfetto.
Nel libro di Zadie Smith, mi sembra di aver raccolto questi indizi:
- Il titolo: “Della bellezza”. E’ chiaro che, apparentemente, l’autrice vuol parlarci della bellezza e del peso che ha la bellezza nella storia di ognuno dei suoi personaggi, e quindi, nella storia di ognuno.
-La suddivisione in queste tre parti:
“ Kipps e Belsey
Ciascuno rifiuta di essere l’altro (H.J.Blackham.)
La Lezione di anatomia
Un possibile errore consiste nel fraintendere, o anche soltanto sottovalutare il rapporto fra università e bellezza. L’università è fra le cose più preziose che possono andare distrutte. (ELAINE SCARRY)
Della bellezza e dell’errore
Quando dico che odio il tempo, Paul dice
come potremmo altrimenti trovare profondità di carattere, o lasciarci crescere l’anima?
(Mark Doty) ”
-L’argomento di cui si occupano i due studiosi d’arte, Howard Belsey e Monty Kipps, ovvero Rembrandt.
I due antagonisti cercano di trasmettere le loro conoscenze agli studenti, e in questo tentativo di passaggio della conoscenza da una generazione matura alla nuova generazione, impegnata a costruire il proprio futuro, sta uno dei primi significati della bellezza secondo Zadie Smith.
Howard e Monty, rivali e nemici, non sono poi così diversi, nonostante si rifiutino di ammetterlo e, anzi, disprezzino l’altrui visione della vita. Entrambi ottimi padri di famiglia, WASP e progressista il primo, nero e conservatore il secondo, entrambi di mezza età, soccombono davanti alla bellezza fisica e alla giovinezza delle loro studentesse. Nessuno dei due vede più la bellezza della propria moglie, che è ormai la bellezza delle anime cresciute, ma è nascosta sotto chili di grasso per Kiki, la moglie di Howard, o dentro la fragilità della malattia per Carlene, la consorte dell’altro.
Bella è l’amicizia tra queste due donne, così diverse, che hanno il coraggio di trovare una ricchezza la diversità dell’altra.
Il quadro che porterà Howard a capire cos’è davvero la bellezza è “Giovane che si bagna in un ruscello” di Rembrandt. “una graziosa ragazza olandese piuttosto bene in carne, con indosso una semplice sottoveste bianca, sguazza in un ruscello con l’acqua a metà polpaccio…
Howard guardò Kiki. Nel suo viso, la propria vita.”
La bellezza è negli occhi di chi guarda, nell’amore sincero, nella semplicità delle piccole cose come il bianco abbagliante di una camiciola, nella condivisione di un percorso. Questo Rembrandt aveva capito, dipingendo Hendrickje.
Zadie Smith con grande talento crea personaggi che ti rimangono attaccati, e possiede la capacità di riuscire a far percepire, attraverso le parole, i loro pensieri.
Lungo tutto il libro, ho creduto di intuire quella che deve essere una delle ossessioni dell’autrice, ovvero la sua “trasversalità” razziale, il conflitto tra il colore della sua pelle e la sua cultura.
Un conflitto che, nella testa di chi legge, si trasforma in bellezza.
Antonio Di LetaAntonio Di Leta wrote a review
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antoniodileta.wordpress.com/2014/06/17/della-bellezza-zadie-smith

“Senza che nessuno se ne fosse accorto, Howard aveva fatto il suo ingresso nella stanza. Era completamente vestito, scarpe comprese. Aveva i capelli bagnati e pettinati all’indietro. Era forse una settimana che Howard e Kiki non si trovavano nella stessa stanza, quantunque a tre metri di distanza, e ora in pieno contatto visivo, come i ritratti ufficiali a grandezza naturale di due estranei, appesi uno di fronte all’altro. Mentre Howard chiedeva ai ragazzi di uscire dalla stanza, Kiki si concesse il tempo di guardarlo. Ora lo vedeva diversamente; era uno degli effetti collaterali. Difficile dire se questo suo nuovo modo di vederlo fosse più vero di quello precedente. Ma era senza dubbio più crudo, più rivelatore. Adesso scorgeva ogni piega e ogni tremito in una bellezza in declino. Scopriva di poter provare disprezzo anche per le sue caratteristiche più neutre. Le sottili, diafane narici caucasiche. Le orecchie carnose da cui sbucavano peli che Howard si affrettava a rimuovere, ma la cui spettrale esistenza lei continuava a registrare. Le uniche cose che minacciavano di disturbare la sua determinazione erano gli strati temporali di Howard così come le si presentavano dinanzi: Howard a ventidue anni, a trenta, a quarantacinque, a cinquantuno; la difficoltà di mantenere tutti quegli Howard al di fuori della coscienza; l’importanza di non lasciarsi sviare, di rispondere solo all’Howard più recente, quello di cinquantasette anni. Howard il bugiardo, lo spezzacuori, l’impostore.”
(Zadie Smith, “Della bellezza”, ed. Mondadori)

Il mio primo incontro con Zadie Smith risale a quando lessi “Brevi interviste con uomini schifosi” di David Foster Wallace. L’introduzione era costituita da un breve ma intenso scritto della Smith, intitolato “Il dono”, nel quale la scrittrice rilevava come, a suo avviso, la parola chiave di quei racconti di Wallace fosse, appunto, “dono”, da intendersi sia come l’incapacità di donarsi, che caratterizzava molti personaggi del libro, sia nel senso del talento narrativo di Wallace. Da quella breve lettura è passato un po’ di tempo, ma finalmente mi sono deciso a leggere un romanzo della Smith, che mi aveva incuriosito. Prendendo in prestito le sue parole, penso di poter dire che anche “Della bellezza” è un dono. Quando mi accade di non riuscire a staccarmi da un romanzo che sto leggendo, e di essere combattuto tra la smania di leggere e la preoccupazione che mi sto avvicinando alla fine del libro, allora posso affermare che quel romanzo, quel racconto, è riuscito a coinvolgermi.
“Della bellezza” è un romanzo corale, polifonico, a più voci, che ruota attorno a due famiglie, i Belsey e i Kipps, alle dinamiche tra e all’interno delle stesse, che tocca svariati temi e soprattutto che è scritto molto bene. I Belsey vivono a Boston. Howard Belsey, bianco, insegna teoria dell’arte, è cresciuto in Inghilterra, in un quartiere disagiato, sposandosi ha migliorato la propria condizione economica, pur senza assurgere alla ricchezza, è un liberale, prova a scrivere da anni un saggio su Rembrandt e presiede un comitato per le azioni positive, nell’intento di combattere discriminazioni di religiose, sessuali, etniche; Kiki, la moglie, nera, è diventata enorme come stazza e in teoria avrebbe perdonato a Howard un tradimento, salvo poi scoprire, per circostanze che qui non svelo, che non è così; i tre figli di Howard sono molto diversi come indole: Jerome è un ventenne idealista, ancora vergine, molto religioso, che lavorava a Londra per il rivale di Howard, cioè Monty Kipps, e si era innamorato di Victoria Kipps; Zora è un’universitaria indecisa tra la filosofia e la poesia; Levi, il più piccolo dei Belsey, ricerca la sua identità da fratello di strada, con tanto di slang forzato che possa fargli sentire un senso di appartenenza.
I Kipps, invece, all’inizio del romanzo stazionano a Londra. Monty, nero, aristocratico, reazionario, rinomato, ottiene una cattedra proprio a Boston, dov’è Howard, e vuole dimostrare che le minoranze, specie i neri, non hanno bisogno di tutele particolari. Carlene, sua moglie, diventa molto amica di Kiki; Victoria è una ragazza fatale, che frequenta il corso di Howard e incarna la bellezza che sconvolge anche l’intellettuale più distaccato. Altri personaggi ruotano attorno alle due famiglie, da Carl il poeta-rapper di strada, agli studenti, agli altri accademici, fino alla poetessa Claire, con il suo corso nel quale cerca di spiegare il processo e la bellezza della creazione poetica. La Smith è abile nell’intrecciare le vicende dei protagonisti, evitando che i singoli personaggi restino ingabbiati in cliché. Non siamo di fronte, per intenderci, a una famiglia di buoni contrapposta a una di cattivi e l’interazione tra i personaggi è dinamica, i dialoghi sono avvincenti, divertenti, anche profondi, con tanti riferimenti culturali che a me non dispiacciono mai, quando non sono fini a sé stessi.
Lascio a chi vorrà leggersi il romanzo la curiosità di scoprire il perché del titolo, anche se qualche indizio nella prima parte dell’articolo c’è, e rilevo altri temi non meno importanti, quali il problema della ricerca di un’identità, che può risolversi in un’auto-ghettizzazione quando si accettano gli stereotipi che altri hanno deciso per noi, il difficile connubio tra la cultura accademica e cultura popolare, le difficoltà di comunicazione tra individui che pure credono di conoscersi perché convivono tra trent’anni, il perdono, il femminismo, i pregiudizi, la libertà di espressione e i suoi eventuali confini. Il tutto tenendo presente che “Della bellezza” è un romanzo, non un saggio filosofico sui suddetti argomenti.