Dov'è la vittoria
by Angelo Forgione
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Il Calcio italiano è influenzato in modo fin troppo evidente dalle pulsioni che attraversano la nostra società e riflette perfettamente la condizione economico-sociale del paese. L'Italia continua a non perseguire una vera unità e il suo divario interno, che è un unicum nel panorama dei Paesi economicamente avanzati, incide anche sul movimento calcistico nazionale. La centocinquantennale "questione meridionale" è un aspetto latente, eppure assai decisivo, del pallone tricolore, dominato storicamente da tre squadre del Nord, espressioni del "triangolo industriale", che sfruttano i vantaggi di localizzazione e attingono al serbatoio di passione del centro-sud, le cui grandi società riescono a competere per la vittoria solo a cicli alterni. La squadra più vincente d'Italia è legata a una famiglia piemontese che ha fatto la storia dell'industrializzazione italiana del Novecento. È una delle squadre di Torino, prima capitale del Regno e città dei Savoia, la dinastia che forzò un più corretto percorso di Unità nazionale e "piemontesizzò" la penisola nel secondo Ottocento. Mentre si realizzava l'Unità geografica, in Inghilterra nasceva il "Foot-ball", Lo sport che, come tutti i costumi britannici, sarebbe divenuto uno strumento di affermazione egemonica della "perfida Albione" nel mondo. Il Regno Unito, che esercitò la sua forte influenza nel piano sabaudo di unificazione monarchica della penisola, avrebbe caricato i palloni da calcio a bordo delle proprie navi piene di merci e li avrebbe portati nei porti di mezzo mondo, compresi quelli italiani, importanti nella rotta verso il nuovo canale di Suez, realizzato per accordare le distanze con l'Oriente. Non a caso il football di casa nostra vide la luce a Torino e in quella Genova che ne era il principale sbocco sul mare, per poi approdare a Milano. Il "loro" campionato fu precluso alle squadre del sud per circa trent'anni e l'Albo d'Oro contempla quegli scudetti esclusivamente settentrionali, siglati prima che il ventennio fascista aprisse il confronto al resto del paese, procurando fastidio al movimento di quel settentrione che nel frattempo riceveva massicci favori nell'industrializzazione. Il dopoguerra consacrò il calcio industriale. E oggi cosa accade? Prefazione di Oliviero Beha.

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steam engeniussteam engenius wrote a review
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Spoiler Alert
www.scaffalivirtuali.altervista.org
Saggio molto interessante che parte da una ricostruzione storica dell'unità d'Italia, attraversa gli albori del calcio sia in Inghilterra che in Italia, fino agli scandali moderni, tutto abbastanza documentato. Partendo dalle cose positive, è sempre interessante leggere un libro che racconta ben altra storia rispetto alla bella favoletta che si racconta a scuola su come è avvenuta l'unità d'Italia. Ho trovato molto interessante anche la parte in cui descrive come è nato il gioco del calcio. Entrambe queste parti, però, peccano di documentazione: forse l'autore ha voluto omettere le fonti nel testo (ci sono comunque nella bibliografia), ma per come sono impostati i primi capitoli, sembra più una sua personale deduzione, e non un sunto di fonti autorevoli. Le parti più interessanti, dal punto di vista dell'appassionato di calcio, sono probabilmente la terza e la quinta, ben documentate. La terza parla di come il calcio è arrivato in Italia e di come si è fatto in modo che diventasse un privilegio quasi esclusivamente del triangolo industriale (Milano, Torino, Genova), ed un atteggiamento di apertura al meridione ingannevole, di facciata, non sostanziale. La quinta parte parla degli scandali del gioco del calcio, molto spesso legati alla Juventus, ma qui si intravede un po' di faziosità dell'autore, tifosissimo del Napoli, che nella quarta parte del libro è anche più evidente. E questo è il primo dei lati negativi. L'altro riguarda l'incoerenza che ho notato circa un atteggiamento quasi razzista: l'autore denuncia come si prenda Napoli come esempio negativo in qualsiasi città dove qualcosa non funziona, però poi non esita a fare paragoni con Calcutta, denigrando la città indiana. Resta un bel lavoro, piacevole e quasi documentaristico, forse però anche un po' troppo allungato e troppo lusinghiero nei confronti di una città che, bella, acculturata ed importante, per carità, ma anche realmente piena di problemi.