Dove credi di andare
by Francesco Pecoraro
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I protagonisti di questi racconti sono uomini. Uomini non più giovani, ma che dal trascorrere degli anni non sembrano aver imparato molto. Probabilmente perché nella vita non c'è niente da imparare. Uomini che "hanno giornate difficili, strane, schifose e soprattutto inutili. Giornate pastose, opache. Giornate con bruciori gastrici, con mal di testa". Questi uomini sono ingegneri, intellettuali, avvocati, funzionari, manager, artisti. Portano slip che tirano al cavallo e calzini che stringono al polpaccio. Sono fuori tempo sulla palla quando giocano a tennis: in anticipo o in ritardo, sempre. Sono fuori tempo quando non riescono a portare a termine un'opera, quando sono alle prese con un'amante giovane, quando non si rendono conto di essere ormai fuori gioco o neppure capiscono quale sia, il gioco. Questi uomini siamo noi. Avevano ambizioni, che non si sono ancora spente. Avevano sogni, ma non si può dire che li abbiano del tutto cancellati. Hanno delle donne, ma concupiscono le altre. Hanno frustrazioni, ma non si sono arresi. Insomma, non hanno vinto. E nulla lascia sperare che vinceranno; anzi, la loro sconfitta è imminente, tuttavia sono lontani dalla rassegnazione. Per questa ragione dai racconti di Pecoraro, aspri, amari, apparentemente senza sconti e senza speranza, si sprigiona una cupa, potente vitalità, una densità emotiva di quelle che provocano lacrime di sgomento, l'urlo liberatorio dopo uno scampato pericolo.

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GregGreg wrote a review
712
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Memento audere
Sette racconti, sette uomini che hanno raggiunto i cinquanta, una certa posizione sociale, familiare e lavorativa, e si trovano ad affrontare chi una cosiddetta crisi di mezz’età, chi una disavventura professionale, di quelle che bloccano una carriera, chi un’ossessione, chi una paura devastante.
Di nuovo lo stesso episodio che gli si srotolava nella memoria, come accadeva per tutti i fatti legati a quella vicenda. Un lavorio ossessivo, che durava da anni, cui una parte della sua mente si dedicava con passione, scandagliando tutte le possibili varianti di ciò che aveva fatto e detto, di quello che avrebbe potuto fare e dire per evitare la caduta. La vana ricostruzione del punto di non ritorno, oltre il quale ogni sua eventuale azione correttiva sarebbe stata inutile comunque.
Tutti i protagonisti ne rimangono scossi, nessuno pare avere a disposizione un appiglio, non c’è traccia di genitori, fratelli, compagne cui chiedere un conforto, almeno a esserne capaci. Pecoraro sbozza con rapidi e taglienti tratti queste personalità improvvisamente confuse, che invano si aggrappano al ruolo assunto ed interiorizzato per decenni, con maggior o minor successo, ma comunque una garanzia, e lo fa con abilità, cogliendoli nel momento in cui la vita, d’un tratto, toglie loro ogni brandello di certezza. Inutile ormai anche lasciarsi condurre da passioni coltivate, anzi vagheggiate, quando non si aveva tempo per metterle davvero alla prova: neanch’esse possono qualcosa contro la devastante sensazione di una ineliminabile solitudine. L’unica soluzione compare nell’ultimo racconto (Uno bravo), ma la riscoperta di una immagine vera di se stesso, da parte del protagonista, passa per una trasformazione del proprio viso che lo rende inaccettabile per la società.
Spietati, crudi e severi, questi racconti. Conviene lasciarsi colpire da queste prose, nelle quali ho creduto di cogliere echi (misurati) di Buzzati e di Th. Bernhard, giusto nel rito di passaggio dell’anno, quando si è in qualche modo nella disposizione d’animo della revisione dei conti.
Quattro stelle, quasi cinque (miglior lettura da tempo, pur nella sua abrasività)
VentieventitreVentieventitre wrote a review
417
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Francesco, dove credi di andare?
Caro Francesco, ho letto il tuo libro perché incuriosito dalle tante parole di apprezzamento dei lettori - anobiani, ma anche critici esperti, talvolta esperti e anobiani insieme - e dal 'filo rosso' che legava i tuoi racconti. Mi sembrava un approccio originale e 'laico' ai dilemmi del contemporaneo. Sono rimasto in parte deluso. Ho scoperto una bellissima 'penna', certo, una grande capacità di imprimere ritmo, tensione narrativa, crescendo di intensità ai racconti. Come un ottimo batterista, ecco. Ritmo, tecnica, qualità, talento... ma al momento del 'dunque', beh... lì non ti ho trovato più... Evapori, sparisci, come i tuoi personaggi ricchi di velleità e fondamentalmente disperati, che si dissolvono al seguito dei 'loop' a cui sono rimasti incatenati, come criceti nella ruota. Il tuo schema narrativo si ripete, quasi ossessivamente. Si fa seguire, crea angoscia, senso di attesa, partecipazione, ma non 'premia' il lettore con una (seppur piccola) conquista - come dire - estetica, poetica, politica. O semplicemente umana. Lo porti abilmente, con una sapiente girandola emozionale, in cima a una rupe e poi lo lasci lì, da solo, a sentire un vento fastidioso di incompiutezza. Il batterista resta solo tecnica, ritmo, intensità (e non è poco, anzi...), ma ci vuol altro per farne un artista. Ci vuol altro per fare della tua narrazione un pezzo d'arte. Un libro che, una volta finito e chiuso, ti ha fatto maturare un modo diverso, e più consapevole, di guardare al mondo.
Caro Francesco, ho visto che questa era la tua opera prima e che dopo hai scritto altro. Non credo avrò voglia di leggerne. Ma sinceramente spero che tu abbia scelto di mettere il tuo talento al servizio di una causa migliore. Ascolta me: non allinearti al coro di certi scrittori italiani di questa epoca post-industriale, post-ideologica, post-umana, post-laqualunque. Ce ne sono troppi che amano crogiolarsi nella retorica dello sconfittismo. E' molto di moda. E' trendy. Sono bravi, spietati e disillusi. Hanno fatto dell'assenza di speranza e di futuro la cifra distintiva di una stagione letteraria. Hanno sostituito il buonismo con il cattivismo. Politicamente direi che hanno rimpiazzato il 'migliorismo' con il 'peggiorismo' (perdonami la battuta). Qualcuno di questi l'ho pure recensito qui, immodestamente. Credimi, Francesco: loro sì che evaporeranno. Ad alcuni è già successo. Tu, con quella bella penna, non accontentarti di essere solo post-qualcosa. Metti una luce, seppur piccola, anche se non visibile, anche solo intuibile, in fondo ai tunnel che sai così abilmente costruire. Non guasta. Anzi, oggi più che mai serve quello. E bisogna essere bravi, ancor più bravi, per riuscire nell'impresa.
Auguri. Con grande stima.
SplendiniSplendini wrote a review
35
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Straniamenti
"Vivi nascosto", disincantata protesta e inevitabile atto di ribellione dei personaggi di questi bellissimi disperanti racconti.

Uomini arrivati a un punto di non ritorno, che in un momento della vita vogliono nascondersi, ritirarsi.

E c'è quasi sempre di mezzo il lavoro, perché in questi anni desolanti è da lì che arrivano le botte più dure, è il mondo professionale, in particolare l'azienda, che produce le forme di straniamento più forti, un senso di non appartenenza che si trasforma in muta rivolta. Ma è una rivolta comunque attiva, costruttiva, anche se tesa a "imboscarsi", a nascondersi.

C'è chi fa della propria casa "un'opposizione poetica al mondo", chi semplicemente rifiuta di fare sponda al solito giochino prestabilito e corrotto, chi se n'è andato al mare a dipingere "perché forze più potenti della sua capacità di tenere botta avevano avuto la meglio su di lui", chi si disunisce, chi cerca solo il Nulla, chi racchiude il proprio volto in un tatuaggio maori come estrema resistenza al mondo (bellissimo, quest’ultimo racconto).

Vivere nascosti. Unica scelta possibile in una realtà che non si è più in grado di capire e che non si ha più voglia di seguire.

Ritirarsi per la stanchezza di dover "tenere botta", per l'impellenza di un momento in cui è tutto troppo e non resta che racchiudersi in se stessi, con semplicità e lucidità.
In un momento risolutivo, quando "stress" diventa una "parola magica che in realtà significa inferno", queste persone non possono far altro che dire "no" e isolarsi, separarsi, rifuggire l'esterno.
Le conseguenze non sono indolori, ma non c'è altra scelta.

Bravissimo Pecoraro a rappresentare in modo spietato e accorto la realtà, rivelando una limpida capacità di osservare gli uomini e, forse (ho avuto forte questa impressione), di raccontare molto di se stesso.
03
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I racconti di Pecoraro non arrivano come colpi bassi a tradimento perché è la realtà ad averci già risvegliato.
Ciò che riescono a fare è a dare corpo ai pensieri di questi uomini, alle disillusioni, allo smarrimento, a quella specie di stordimento seguito dalla presa di coscienza che tutto è diverso, distante dalla propria voce. Dà una sensazione di sapore ferroso misurare per immagini lo spessore e il volume del senso di non appartenenza ai meccanismi che oggi regolano qualunque genere di relazione.
La densità di questi racconti dice che “vivi nascosto” non è una resa, ma una resistenza amara che nulla ha a che fare con i valori dell’aggregazione, della partecipazione e della dialettica sui quali questa mia stessa generazione si era formata. Si resiste al mondo che volevamo cambiare, e che è andato in un’altra direzione, un mondo che è fatto di noi e anche da noi (ce ne accorgevamo del cambiamento? Abbiamo dato il nostro contributo a tutto questo? chiaro che sì). La resistenza di oggi sta in un cambiamento che ci rimanda a noi stessi, forse fine a noi stessi, che cogliamo come isolamento e partecipazione giocata sulla difesa.
La chiusura dell’ultimo racconto di Pecoraro sembra non dare speranze a un uomo che è animale sociale ma viene respinto a se stesso. E’ un fallimento? Lo è l’aver pensato che si potesse rinunciare alla propria, singola dimensione a beneficio di una massificazione indiscriminata, a mio avviso.
I tatuaggi maori di “quello bravo”, sono un segnale indicativo: “maori” significa “normale”. I tatuaggi di quel popolo rappresentano la loro storia, dunque l’identità.
La scelta di resistenza è questa dunque: il ritorno, sicuramente amaro, a qualcosa che non avremmo dovuto scordare.
ScarabooksScarabooks wrote a review
822
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Pecoraro ha scritto “La vita in tempo di pace”, uno dei pochi grandi romanzi italiani degli ultimi anni. Questi racconti, al di là della loro qualità ancora una volta sorprendente, mi hanno fatto anche lo stesso effetto emotivo: quello di una sintonia, di una profonda consonanza. C'entra un fatto generazionale, di sicuro. C'entra la capacità straordinaria di assorbire e restituire gli umori del nostro tempo. C'entra credo anche un fatto di genere, perché è un autore profondamente e nobilmente maschile. Eppure sono storie di sconfitte/i e di fughe o di "disattivazioni" (di una famiglia, di una carriera, di una casa). Storie di misantropie dislocate tutte sul fronte dei cinquantenni, quello che sta pochi schioppi prima dell'ultima trincea. E’ su quel fronte che a un certo punto, se sei rimasto un “irregolare dentro”, se hai avuto la forza di non omologarti, “gli altri” possono diventare un incubo che non hai più la pazienza di tollerare. E non esiste per fortuna più nessuna ragione per doverlo fare.
Sono storie in cui ti scambiano per chi non sei mai stato, si scordano quel che hai già dimostrato, ti ignorano, ti sbattono in faccia la loro indifferenza, ti mettono da parte, ti ridono dietro, ti invadono la casa e te la distruggono, ti costringono in posti e situazioni insopportabili in cui fanno cose orribili, ti espropriano di un lavoro e di un ruolo, non rispettano “la faccia” con cui scegli di stare nel mondo, ti mettono emotivamente all'angolo. Nei personaggi di questi racconti, tutti più o meno su quella “quota 50”, c’è sempre questa emarginazione conclamata o incombente in virtù di un’alterità rivendicata, di un rigetto, di un rifiuto, di un "no", sommesso o urlato, ma comunque ormai praticato senza scivolamenti fangosi nella frustrazione da compromessi. Sono spiazzanti persino, nella loro impietosa, a volte autolesionistica e quasi surreale irriducibilità.
Avrebbero poco di sana virilità, se non fossero animati da questa orgogliosa rivendicazione. Gli uomini di Pecoraro non sono mai le vittime e basta di un mondo che non sopportano e non vogliono sopportare. Vivono le loro scelte e le loro sconfitte, quando c'è da perdere, senza pentimenti e senza dissociazioni, da irriducibili, appunto. Rivendicano il loro modo di vedersi e di vedere; non vogliono rinunciare alla libertà e all’autonomia che si sono ri/conquistate, se non altro per il fatto di aver attraversato i decenni senza piegarsi. La loro è anche una misantropia fiduciosa, che non ha smesso di guardare un orizzonte, di ambire alla conquista di qualcosa. Sotto il "vivi nascosto" epicureo di uno dei racconti c'è sempre un progetto, un pensiero, molto personale e molto gelosamente custodito, a fargli scorrere il sangue e a tenerli più o meno dritti e con la guardia alzata. E’ per questo che nonostante l’amara crudezza che li pervade, chiudi la lettura con un ghigno di soddisfazione, che è "come una specie di sorriso”.
02
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Mi pare che il modo, dispiegato in questi racconti, di mettere a nudo certi timori — le retrostanti debolezze, come incrinature in caratteri che appaiono o si rappresentano/credono saldi, fossili, in ogni caso estranei al mutamento — sia una via diversa all’impudicizia, un diverso modo della pornografia.
Si potrebbe pensare — in parte l’ho pensato, mentre leggevo, incuriosito, un po’ in imbarazzo — che ci sia un valore conoscitivo e forse anche didattico in quest’opera di svelamento, in cui si inceppano certi meccanismi mentali, sociali che di solito funzionano inavvertiti — o addirittura producono uno sferraglio che intontisce in modo piacevole ecc. Insomma: si potrebbero ricondurre i racconti all’opposizione apparenza-realtà e alla rottura della prima a favore dell’emersione della seconda. Ma i protagonisti, che pure partono molto integrati nei loro contesti, sono capaci fin dall’inizio di consapevolezza (sguardi cinici, ironie lo rivelano, direi) e mi pare che sia solo l’abitudine (un’economia dello sguardo) a impastoiarli — tant’è che in certi casi vanno incontro al cambiamento (o addirittura lo guidano, con grande determinazione).
Allora? Mi sono detto che forse la strategia consiste nel richiamare l’attenzione su elementi del tutto normali ma sui quali di solito non si posano gli occhi per, credo, consapevolezza dell’inutilità di quel movimento (economia, appunto): un po’ come se venisse proposto come esercizio mentale di chiedersi, ogni volta che si stringe una mano, che cosa quella mano abbia toccato nelle ore precedenti. Bizzarro, lì per lì, forse anche stuzzicante se si tratta di mani conosciute; ma, in fondo, banale, visto che siamo tutti umani: poco significativo, quindi. (Al pari dell’intrallazzo, della violenza, della follia in agguato dietro ogni angolo della vita.)
Ecco: ho il timore che tutto si riduca a questo mix di lì-per-lì-eccitazione, turbamento-che-forse-è-solo-imbarazzo, in-fondo-banalità — sentirsi coinvolti in un’irrilevanza di solito passata sotto silenzio (da qui il richiamo iniziale all’impudicizia e alla pornografia, da leggere quindi non come condanna all’inferno ma come paura di uno sconfinamento nel limbo).
Tutto ben articolato, vale a dire in modo efficace. (Insomma: una buona esperienza di un settore dell’umano e un’altrettanto buona capacità di metterlo in scena nella sua essenzialità.)