Due vite
by Emanuele Trevi
(*)(*)(*)(*)( )(729)
Rocco Carbone nasce a Reggio Calabria nel febbraio del 1962, ma una buona parte della sua infanzia la trascorre in un piccolo paese dell'Aspromonte, Cosoleto: un posto di gente dura, taciturna, incline a una rigorosa amarezza di vedute sulla vita e sulla morte. Emanuele Trevi lo conosce nell'inverno del 1983, quando è arrivato a Roma da poco tempo e si è iscritto a Lettere. Parlare della vita di Rocco, per Trevi, significa necessariamente parlare della sua infelicità, ammettere che faceva parte di quella schiera predestinata dei nati sotto Saturno, tratteggiarne la personalità bipolare e a tratti sadica, il carattere spigoloso, la natura lucida e sintetica dell'opera. Pia Pera cresce a Lucca in una famiglia colta, originale ed eccentrica. Poco più che adolescente lascia la città toscana e studia Filosofia all'università di Torino. Dopo un dottorato in storia russa alla University of London inizia a insegnare letteratura russa all'Università di Trento, ma poi, delusa dall'ambiente, lascia perdere ogni ambizione accademica e decide di occuparsi di un fondo abbandonato a San Lorenzo, dedicandosi alla cura del giardino. Quando Trevi la incontra, Pia è una trentenne spavalda e maldestra, brillante, anticonformista e generosa. Ma già possiede quella leggerezza e quella grazia di chi, mentre la malattia costringe alla resistenza continua, sa correre sempre in avanti, verso l'altrove. Tratteggiando, con affetto, le vite dei due amici, Emanuele Trevi persegue una ricerca narrativa fondata sulla memoria e, al contempo, rende un sentito omaggio a due talentuosi scrittori italiani.

All Reviews

104 + 1 in other languages
Diego BarberaDiego Barbera wrote a review
00
(*)(*)(*)(*)(*)
Due ore da investire
Si può immaginare un lavoro colossale per esplorare due intere esistenze, ma non è affatto lo scopo di Due Vite, che infatti si concentra a raccontare il rapporto tra l’autore e due tra i suoi più cari amici (e colleghi) come Pia Pera e Rocco Carbone, entrambi scomparsi prematuramente.

Mi sono approcciato a questa lettura senza eccessive aspettative, ma sono bastate poche pagine per sentirmi a proprio agio in questa prosa elegante senza essere troppo artefatta, con un largo uso di elenchi di momenti e di esperienze, che risultano efficaci per riassumere anni interi in poche pagine, attraverso poche, necessarie e essenziali pennellate. Dopo un inizio in cui le due vite – anzi, le tre vite, compresa quella dell’autore – condividono gli stessi paragrafi, il libro prosegue in buona sostanza a capitoli alternati, passando dai giorni più felici a quelli più difficili, fino ai due epiloghi.

Rocco scompare all’improvviso, a seguito di un incidente in moto, mentre stava lavorando a un romanzo poi uscito postumo (Per il tuo bene, Mondadori, 2009) proprio grazie all’intervento di Trevi. La morte di Pia è meno repentina e, per questo, più dolorosa con la comparsa della sclerosi laterale amiotrofica sublimata ne Al giardino ancora non l’ho detto (Ponte alle Grazie, 2016) emblema dell’ultima stagione della scrittrice, votata alla passione per botanica e giardinaggio. Ma non c’è solo tristezza e struggimento, anzi al contrario le parole di Trevi si muovono delicate fino anche a toccare registri più spensierati e divertenti. 144 pagine preziose e una dimostrazione di come sia possibile, anzi necessario, muoversi in modo equilibrato tra i vari stati d’animo; qualcosa che manca a tanti romanzi.

Credo che Due vite inviterà molti lettori ad approfondire su Pia Peri e Rocco Carbone, di sicuro io lo farò. Consiglio vivamente di spendere due ore per leggere questo libro.

Recensione completa su
naufragar.it/2022/01/17/recensione-due-vite-di-emanuele-trevi-vincitore-premio-strega-2021/#more-245
∫Nekhbet∫Nekhbet wrote a review
00
(*)(*)(*)(*)( )
Pia e Rocco
«Più ti avvicini a un individuo, più assomiglia a un quadro impressionista, o a un muro scorticato dal tempo e dalle intemperie: diventa insomma un coagulo di macchie insensate, di grumi, di tracce indecifrabili. Ti allontani, viceversa, e quello stesso individuo comincia ad assomigliare troppo agli altri. L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità.»

Il Premio Strega 2021 racconta non tanto la storia, quanto l’amicizia dell’autore con Rocco Carbone e Pia Pera, due personalità diverse tra loro, ma ugualmente affascinanti.
Se da un lato scopriamo l’irrequieto Rocco, costantemente in lotta con se stesso, dall’altro conosciamo Pia, elegante e saggia.
Il libro è scritto molto bene, si divora anche grazie alla sua brevità, ma nel modo in cui vengono presentate le due figure non ho potuto non scorgere una visione patriarcale che non sono riuscita a digerire.

Se di Rocco si parla diffusamente sottolineandone la forza e l’impulsività, di Pia scopriamo molti meno dettagli e la troviamo accostata sempre ad aggettivi che ne richiamano l’eleganza e la leggerezza. Di quest’ultima si sottolineano inoltre le decisioni sbagliate in fatto di uomini, mentre parlando di Rocco questi aspetti risultano marginali.
Ho trovato “Due vite” molto poetico, ma la disparità tra le due narrazioni non me l’ha fatto apprezzare del tutto.

Soltanto all’inizio della lettura ho scoperto che la Pia Pera di cui si parlava non era altri che l’autrice de “Al giardino ancora non l’ho detto”, libro che possiedo da anni e di cui non conoscevo l’autrice. A Trevi va il merito di avermi dato svariati buoni motivi per leggerlo presto.
AnnalogoraAnnalogora wrote a review
01
(*)(*)(*)(*)(*)
AleSanAleSan wrote a review
02
(*)(*)(*)( )( )
È difficile parlare di questo libro perché sembra tutto e niente nello stesso momento. Forse conoscere i due autori a cui è dedicato aiuterebbe nella comprensione di alcuni passaggi (da qui il giudizio non può che essere parziale e, forse, completamente errato), ma non è così essenziale per comprendere l’anima dello scritto.

Non è un romanzo, questo è certo. È un racconto biografico utile a far ragionare l’autore su sé stesso, su due grandi suoi amici e farlo riflettere sulla formazione, i sentimenti, la vita e la morte. Una riflessione diretta, asciutta, quasi raccontata a voce, più che scritta, un po’ monotono con picchi citazionisti e giravolte lessicali talvolta sorprendenti.

Il limite è che il libro sembra scritto dall’autore per sé stesso, quasi come se dovesse espiare qualche piccolo peccato, come se dovesse lenire il dolore di un rimorso. Per sé stesso e per quella cerchia di autori e critici che hanno conosciuto Pera e Carbone, dei quali c’è poco, in realtà, se non l’appoggio su cui mettere tutte le tematiche sopracitate. Il fatto che ci sia poco dei due autori lo rende nei fatti un libro “per tutti”, ma Trevi a tratti è davvero sfuggente e si perde a parlare di sé. Davvero, a tratti sembra un perfetto monologo fatto a cena, dove non ci sono né capo né coda ma solo la consapevolezza di aver vissuto momenti straordinari insieme a personaggi straordinari che, con la loro morte, aprono a tutte le riflessioni esistenziali possibili.

Merita la lettura per la scrittura, eccezionale, una prosa incantevole che a tratti fa passare in secondo piano l’idea che si stia leggendo una riflessione a “voce alta” più che una storia.
Attilio FacchiniAttilio Facchini wrote a review
01
(*)(*)(*)(*)( )
DUE VITE
Premio Strega 2021, "Due vite" è un romanzo molto particolare.
Intanto, è molto breve e, nonostante una scrittura ricercata, attenta, minuziosa, propria dell'autore che è soprattutto un critico letterario, si fa leggere bene. "Prosa d'arte", l'hanno definita.
Già di primo impatto, il romanzo si presenta come una biografia. Anzi, una duplice biografia.
I protagonisti sono Rocco Carbone e Pia Pera e le loro vite vengono narrate dallo stesso Emanuele Trevi in prima persona.
Ok, lo ammetto. Ammetto la mia ignoranza. Finora non sapevo chi fossero Rocco Carbone e Pia Pera. Inizialmente ho pensato fossero i personaggi di una storia di finzione ambientata tra Roma e la Calabria, narrata con la tecnica del narratore interno omodiegetico, cioè in prima persona da un narratore che ha assistito alle vicende raccontate (per intenderci, come Watson nei libri di Sherlock Holmes o Nick Carraway nel Grande Gatsby).
Dopo poche pagine, però, mi è venuta la curiosità di indagare, il sospetto che il racconto, per quanto lucido e analitico, fosse fin troppo partecipato.
Naturalmente, scoprire che Rocco e Pia sono stati due scrittori, recentemente scomparsi, che insieme al Trevi (è lui il narratore omodiegetico) hanno dato vita a un'amicizia profonda, alimentata dall'amore per la letteratura e la poesia, beh, indubbiamente ha mutato il mio approccio al romanzo che, di colpo, è diventato più interessato e commosso.
"Due vite", dunque, è la storia di tre amici. Della loro amicizia e della loro passione per i libri.
Per tutto il romanzo si sviluppa una sorta di parallelismo tra il concetto di amicizia e il processo di formazione dei libri. Emanuele Trevi guarda all'uno con lo stesso occhio clinico che dedica all'altro, come probabilmente avrebbero voluto e fatto gli stessi Rocco e Pia.
Intendo dire che l'amicizia dei tre è come osservata, in modo estremamente lucido e direi quasi "scientifico", al microscopio. Diventa oggetto di uno studio vero e proprio da parte dell'autore che cerca di carpirne il processo di formazione e i motivi che sono stati alla base di un rapporto tanto duraturo.
Lo fa, come dicevo, con un occhio clinico ed estremamente lucido. Sorprendente e disarmante, perché le pagine rimangono scevre di qualsiasi moto di pietà o di commiserazione. Ma come in ogni studio scientifico, anche in questo caso è necessario e importante saper leggere tra e righe. La passione stessa che Trevi usa per compiere il suo "studio" trasuda di un sentimento vivo di passione e di ammirazione per i suoi due amici e per le loro vite.
In fin dei conti, "Due vite" è una lunga riflessione sull'amicizia e sulla morte. Intrisa sì di lucida analisi, ma anche di profonda malinconia e soprattutto di inesauribile fede in un rapporto talmente stretto che è riuscito a trascendere non solo i più comuni stereotipi del concetto di amicizia per affondare le proprie radici negli archetipi letterari, ma che in fin dei conti è riuscito a trascendere anche la morte.
Manuela MazziManuela Mazzi wrote a review
01
(*)(*)(*)( )( )
Pensieri più che corpi
«Due vite» di Emanuele Trevi, che potevano essere anche tre, ha vinto il Premio Strega di quest’anno e, come pare essere la tendenza più letteraria di questi tempi, ha poco o nulla del romanzo romanzesco. Anzi, di questa, più che di altre opere mi viene da dire che sembra in tutto e per tutto un saggio narrativo: una bi-bio- autobiografia, e anche molto metaletteraria.
Non c’è trama. L’autore si fa narratore interno assumendo parte del ruolo di personaggio che interagisce con le «due vite» di altrettanti autori: Pia Pera e Rocco Carbone, dei quali non ho avuto piacere fino a oggi di leggere alcun libro. Ed è stato forse quest’ultimo fattore a determinare un mio minor coinvolgimento rispetto ad altre letture. Un contenuto che mi pare abbia invece molto convinto chi della Repubblica delle lettere ha probabilmente percorso pezzi di strada con loro, o che comunque ha avuto modo di incrociarli sulla via. Un lettore che non conosca almeno le opere di Pia e Rocco, e che manco si immagina come fossero fisicamente (per me Pia doveva essere piccolina e Rocco, un gigante) potrebbe rischiare di conservare poco o niente di questo testo a copertina chiusa; l’unica immagine che è rimasta a me, forse, è quella dell’incidente stradale di Rocco, e anche questa è frammentata.
Esistono storie raccontate cinematograficamente (come si dice), e di certo questa non è una di quelle. Me ne sono resa conto oggi, a distanza di qualche giorno dopo averne conclusa la lettura: non ho davvero memorizzato nessuna immagine. Qui l’autore ha dato per scontato la concretezza del mondo in cui sono vissute quelle vite, senza darne conto, per soffermarsi più che altro sui caratteri, sulle personalità dei suoi amici e lo ha fatto non riproducendo immagini ma parole e pensieri, i non agiti, i libri scritti, i temi letterari, i rimandi ad altre opere… e lo ha fatto davvero bene, non c’è nulla da ridire su stile e competenza linguistica – ci mancherebbe – ma a me lettrice è mancata proprio la materia, fatta di cose non astratte ma tangibili, cose da vedere, che potrei toccare, e di luoghi calpestabili; non per nulla forse il passaggio rimastomi maggiormente impresso sta nella digressione sul modo in cui Pia affrontava letterariamente il sesso, scegliendo di essere esplicita, prediligendo la pornografia all’erotismo, qui un paio di immagini si vedono, ma proprio solo un paio.
Per il resto è un libro impalpabile come lo sono ormai le due anime dei defunti, che nel mio immaginario sono rimasti immobili come i santini dei monumenti funebri. Un libro dei ricordi di Trevi che ha voluto ridare corpo ai suoi due amici ma in modo diverso: non davvero con le parole che li celebrano invece di mostrarmeli, ma con il libro di carta e inchiostro. Un libro che più che due autori (dei quali, per dire, non ho sentito crescere davvero interesse per le loro opere), presenta due persone, o meglio, due amici, e poi neanche tanto, diciamo che presenta il pensiero del narratore circa il modo di vivere intellettuale che in certi momenti hanno avuto due suoi colleghi di penna.
Un omaggio che comprendo in modo distaccato, come si comprendono i ricordi di pensieri frammentari di chi ce li confida anche se noi non abbiamo avuto mai che fare con questi, come si ascolta il viaggio di uno sconosciuto che riporta le battute d’intesa tra lui e i suoi compagni di viaggio, davanti alle quali ci si sente semmai degli intrusi. Vien da dire: buon per voi, ma a me che cosa ne viene in tasca?
Non so agli altri, ma nelle mie di tasche qualcosina in verità è rimasto, e sono quei passaggi strettamente metaletterari, cioè quelle parti scritte che forniscono nozioni su mondi di scrittura. Ma questo temo sia accaduto solo perché, pur non appartenendo alla citata “Repubblica”, mi sono imbrattata con il calamaio già da molto, per cui è tema parte della mia passione.
Quello che mi chiedo invece è quanto potrebbe restare, o coinvolgere, piacere o interessare questo libro a un lettore comune, che non abbia interesse per la personalità di autori che non conosce o per la scrittura in generale, nel caso – per capirci – che non sia a sua volta uno scrittore, o aspirante tale?
AnitrjambAnitrjamb wrote a review
11
un po' di esibizionismo
alcuni passaggi sono notevoli, e davvero ben cesellati. (il tempo che s'accumula come muffa su un quartiere di roma, per esempio, ma anche molti altri, che magari cerco di lasciare fra le citazioni).

in generale, però, mi è sembrata un'operazione lievemente irritante e che ha qualcosa di poco sincero.
per quasi tutto il libro ho avuto la sensazione di uno sfoggio di conoscenze altolocate e intellettuali (un'esibizione di 'persone' altolocate, più che uno sfoggio di eruditismo, il che è anche meno interessante. è importante citarli tutti uno per uno? non denota una certa insicurezza e anche, me lo si passi, un certo provincialismo?).
non ci ho 'sentito' un omaggio sincero a due amici. paradossalmente, troppo poco cuore e umanità. un'umanità che si ritrova negli ultimi capitoli, è vero, come dice un altro signore nella sua critica qui su anobii, dedicati alla morte di pia. come se all'improvviso, l'autore si fosse sfilato una mascheraccia sociale (che non mi pare gli vada nemmeno troppo comoda), svelandosi per l'amico di pia che era.

per il resto, trovo un po' bizzarra l'idea di rendere omaggio a due persone morte parlando delle loro rispettive opere (e non sempre in termini elogiativi).

insomma, ci ho sentito qualcosa di non completamente sincero.

per finire, c'è un passaggio che ha fatto crollare la fiducia che avevo deposto nell'autore fin dal principio. a un certo punto, il protagonista (che poi è l'autore) ospita una giovane, bellissima e spirituale - definita una 'mistica', credo - russa. racconta che fra loro, la conversazione non decollava perché la ragazza 'parlava poco inglese'.
ora, pensare che una giovane mistica russa, se avesse parlato bene inglese, avrebbe tenuto grandi conversazioni, mi sembra denotare una penetrazione psicologica non altissima. forse esagero, ma ho conosciuto timidi russi (poeti, psicologi...) che, già per il fatto di essere russi, non parlavano proprio tantissimo. e non avrebbero pronunciato più di due parole in un pomeriggio romano perché sono cosi (tanto più una mistica russa!!); perché semplicemente non è quella la loro modalità espressiva principale. non certo perché parlano male inglese... insomma, un dettaglio, ma un dettaglio importante, dato che per tutto il libro si parla della sua migliore amica pia che è una russista, e parrebbe l'autore conosca molto bene russia e spirito russo. non so... esagero forse, ma questa è la sensazione che ha dato a me.

capisco invece lo strega, perché è scritto davvero molto bene. vorrei leggere qualcos'altro dell'autore.