Expo 58
by Jonathan Coe
(*)(*)(*)(*)( )(991)
L'Exposition Universelle et Internationale de Bruxelles del 1958 è il primo evento del genere dopo la Seconda guerra mondiale. La tensione politica tra la Nato e i paesi del blocco sovietico è al suo culmine. In piena Guerra fredda, dietro la facciata di una manifestazione che si propone di avvicina... More

All Reviews

205 + 8 in other languages
Paolo F.Paolo F. wrote a review
00
(*)(*)(*)( )( )
Gauss74Gauss74 wrote a review
14
(*)(*)(*)(*)( )
Sullo sfondo della edizione belga dell esposizione universale (Expo 58, appunto) ma sorattutto della guerra fredda al suo culmine, con uno spassosissimo tono da classico humour inglese Coe ci consegna il ritratto di un debole.
Ecco, se mi venisse chiesto di che cosa parla questo libro risponderei così: della debolezza. Ed in quanto a fragilità, goffaggine, mancanza di risolutezza e di nerbo Thomas Foley si piazza veramente in buona posizione nella mia classifica personale.
Non è raro per chi è appassionato di lettura incontrare personaggi resi insopportabili proprio da una sostanziale debolezza di fondo: da Garrick Courteney di Wilbur Smith fino all' indimenticabile Mickey Sabbath di Philip Roth, per citarne soltanto un paio. Quello che rende questo libro particolarmente brillante è proprio il tenore comico/parodistico mantenuto da Jonathan Coe nello sbattere questo fantozziano burattino in situazioni sia pubbliche che sentimentali troppo più grandi di lui. L'esposizione universale del 1958, che dovrebbe essere un evento unificante in un mondo più diviso che mai (dicotomia dal quale nasce la guerra di spie nella quale l'insulso Foley si troverà suo malgrado travolto) fa da sfondo ad una mitragliata di incontri, di amicizie ed anche di amori che l'impiegatino di periferia non può in nessun modo gestire.
Se non fosse tutto tinto da una patina molto british, Thomas Foley mi avrebbe davvero ricordato il leggendario Ugo della megaditta.

Il che non sarebbe necessariamente un male, anzi. Il punto è che dopo aver messo in piedi un personaggio tutt'altro che banale, bisognerebbe muoverlo, dargli una vita, faargli fare delle cose. E qui invece secondo me "Expo '58" pecca decisamente. La trama è troppo inconsistente per diventare la parodia di una spy story (i romanzi di James Bond sono esplicitamente citati).
La parte per così dire sentimentale va un po' meglio, in effetti il contorto filo dei ragionamenti che accompagna Foley al tradimento proprio mentre muore di gelosia per la moglie sembra avere un fondo di credibilità e si solleva dalla piatta banalità: in un certo senso anche i deboli, le antitesi della spavalderia, sono in grado di tradire.

Ma troppo poco, davvero troppo poco. Ad un certo punto ho avuto la sensazione che l'autore volesse sviluppare un discorso, poi gli si sia esaurita la materia prima tra le mani.
Di "Expo '58" salvo la caratterizzazione del protagonista, e quel sottofondo di humour british che pervade tutto il libro, esaltato dalla lettura (questa sì molto efficace) dell'audiolibro da parte di Jesus Emiliano Coltorti. Un ottimo ritmo.

Mi si dice e mi si scrive che Coe abbia scritto molto di meglio di "Expo '58". Non faccio fatica a crederlo, perchè queste pagine secondo me hanno molto potenziale inespresso. Credo che non tarderò a dare un'altra possibilità allo scrittore di Birmingham, magari partendo da quel "La banda dei brocchi" che ha datto l'avvio ad una trilogia.

Vedremo.
Giogio53Giogio53 wrote a review
00
(*)(*)(*)( )( )
Libri fakocitati - 12 mag 19
Torno al buon “vecchio” Coe (mi permetto le virgolette, essendo lo scrittore coetaneo del mio giovane fratello, ma anche perché ho già tramato 5 suoi libri, leggendone ben 10) dopo ben 4 anni dall’ultima lettura. Che, se ne ricordate, mi soddisfece solo parzialmente. Come solo parzialmente mi ha soddisfatto questa, che tuttavia ritengo meglio riuscita. Cambiando registro, come Coe spesso fa, ma rimanendo sempre in un solco che ormai ho abbastanza bene in mente: un uomo, una persona, di fronte ad avvenimenti più grandi di lui, che non capisce, che non decifra, e da cui viene spesso travolto. In questo caso, e qui gli devo un sentito grazie, ci fa fare non solo un salto indietro temporale, trasportandoci nel 1958, ma anche un saltino geografico, che gran parte della vicenda si svolge a Bruxelles, in quell’anno fatidico che segnò una svolta nei rapporti internazionali, inaugurando, forse, realmente, la via del dopoguerra. L’anno cioè della grande mostra denominata “Exposition Universelle et Internationale de Bruxelles”. Sulla mostra stessa, e sul suo simbolo maggiore, l'Atomium, una struttura di acciaio alta 102 metri che rappresenta un cristallo di ferro ingrandito 165 × 109 volte, rimando a siti e letture che forse ne spiegano meglio avvenimenti e significati. Di tutto ciò dirò soltanto che anch’io ho visitato il Parco dell'Heysel, entrando dentro alla grande struttura (che è tuttora presente ed insieme al Mannekin Pis è un po’ il simbolo di Bruxelles). Erano anni strani, almeno nei racconti di mio padre. Da poco era finita la guerra di Corea (luglio 1953), da poco i vietnamiti avevano sconfitto i francesi a Dien Bien Phu (maggio 1954). Si stava passando da guerre calde, a quel lungo periodo di “guerra fredda”, forse già in essere dal ’47, e sicuramente non finita se non nel novembre ’89 con la caduta del Muro di Berlino. Anche sul fronte delle scoperte e delle realizzazioni scientifiche si era nel mezzo di un bel conflitto, visto il lancio del primo Sputnik nell’ottobre del 1957 e la risposta americana con l’Explorer del gennaio 1958. Ma qui stiamo divagando. Anche se tutti questi materiali vengono frullati da Coe, e condensati in una vicenda che ha per protagonista un altro dei suoi uomini senza qualità, Thomas Foley. Oscuro funzionario britannico di un ministero casualmente vicino a chi deve organizzare il Padiglione Nazionale, con Sylvia, moglie tiepidina, ed una figlia di un paio di anni. Thomas viene scelto come “uomo del Governo” per controllare uno dei fiori all’occhiello degli inglesi: un pub da installare a Bruxelles. Thomas quindi deve lasciare la famiglia e trasferirsi per 6 mesi in Belgio (che per inciso è il paese natale della madre fuggita durante l’occupazione tedesca del 1914). Sembra un plot banale, ma ben presto Coe lo infoltisce di piccoli accidenti. Thomas, al suo arrivo in Belgio, conosce Anneke, una simpatica e spigliata belga, verso cui comincia ad avere un debole. Il pub diventa presto un centro di bevute e scambi tra i vari padiglioni, in particolare frequentato da Tony, responsabile di una installazione para-segreta britannica, Arkady, un russo che non la conta giusta, alcuni americani, Emily, una ragazza del Wisconsin, forse attrice o forse no. Come in un libro di Barnes, dove ognuno non è quello che sembra, ed abbiamo solo al centro Thomas, che invece è il solo che non capisce cosa stia succedendo, si sviluppano allora trame incrociate. A casa, Sylvia sembra subire le avances di un vicino di casa. A Bruxelles, Thomas è molto vicino ad Anneke, ma non sa se stare con lei o con Sylvia. Emily sembra circuire Tony, che però viene richiamato in patria. Allora “ripiega” su Arkady, ed anche il russo pare metterci del suo, cercando con ogni mezzo qualcuno da convertire al suo “comunismo duro e puro”. Nell’ombra, ogni tanto, appaiono due “Mr. Wolf” alla Tarantino, che etero-dirigono le mosse di Thomas. Tutto per mettere alla berlina i meccanismi spionistici dell’epoca, ma anche, almeno per la mia sensibilità, per mostrarci la fallacia umana, allora ed ora. Dove non c’è fiducia e rispetto reciproco ci saranno sempre delle zone d’ombra, sulle quale i “cattivi” prosperano. Metto le virgolette, perché non sempre sono cattivi nel senso proprio, o non sempre sono in prima persona. Potreste sostituire il termine con CIA, MI5, DIGOS, ma anche Trump, May. O chi altro vi pare. Alla fine, il KGB avrà la peggio (ma non vi dico come), Thomas ci racconterà i restanti 50 anni della sua vita e Clara (che non vi dico chi sia), in un finale stringato e poco coinvolgente, cercherà di mettere dei dubbi su cosa sia realmente accaduta tra Thomas e Anneke. Un intreccio che poteva essere più elegante e più avvincente. Ma che io, per almeno qualche verso, ho apprezzato: Bruxelles, il Teatro de la Monnaie, le vie dei ristoranti, l’Atomium, le cozze, la birra, ed altre belgicherie che mi fanno tornare a divertenti tempi passati. Finisco con una piccola tirata d’orecchie ai traduttori, che a pagina 64 riportano la bevuta di “tre bottiglie di pallida ale”, che per anche modesti birrofonai come me suona meglio forse come “pale ale”, un modo di birrificare con un lievito ad alta fermentazione, in genere malto chiaro. Per questo “pale”. Ma se andati in una birreria e ne chiedete, penso che farete una figura veramente pallida!